60 anni fa i trattati di Roma

“Sì, è l’Europa dall’Atlantico agli Urali, l’Europa che deciderà il destino del mondo” diceva un entusiastico Charles De Gaulle nei lontani anni ’50. Da allora di tempo ne è passato, e di certo non ha dato ragione alla profezia dello statista francese: l’Unione Europea non è mai stata così debole come oggi, stretta tra crisi finanziarie e migratorie, disuguaglianze esterne ed interne e superpotenze mondiali che ne sognano la disgregazione.

Tuttavia, sabato 5 marzo, i capi di Stato e di governo dei Paesi membri si raduneranno a Roma per celebrare il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati che sancirono la nascita della Comunità economica europea, antenata dell’Ue. Un’occasione per rilanciare e “definire una nuova visione per il futuro dell’Europa” come recita il Libro bianco licenziato a inizio mese dalla Commissione europea. E ovviamente, per sfidare i partiti populisti che si nutrono dei fallimenti dei partiti tradizionali e che hanno acquisito nuovo vigore all’indomani della Brexit.

Europa a più velocità, rafforzamento del mercato unico, europa federale, più integrazione e meno allargamento. Queste le principali altenative che Bruxelles ha messo in campo. Queste le scelte che hanno davanti i governanti europei. Ma come sognavano l’Europa i suoi padri fondatori?

Tra il 1941 e il 1944, in un’isola al largo delle coste tirreniche, Ventotene, tre giovani antifascisti al confinio – – Eugenio Colorni, Altiero Spinelli e Ernesto Rossi – elaborarono e scrissero il celebre Manifesto di Ventotene per un’Europa libera. I suoi autori pur provenendo da culture politiche diverse – ex comunista il primo, socialista il secondo, liberale il terzo – condividevano il medesimo destino da confinati e da spettatori inermi di una guerra mondiale.

“Il problema che va in primo luogo risolto è la definitiva abolizione dell’Europa in Stati nazionali”. Il Manifesto su questo punto è chiaro: bisogna superare l’attuale impianto europeo e costruire al suo posto uno Stato federale che disponga di “una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali” e che “spezzi le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari”. Al centro di tutta la riflessione di Spinelli c’è il sorgere di guerre e di regimi dittatoriali, che sarebbero dirette conseguenze di un’Europa divisa, minacce che possono essere arginate solo con un’Europa federale. Al contrario, con gli stati nazione“il ritorno al potere dei reazionari sarebbe solo questione di tempo”.

“Esercito unico federale, unità monetaria, abolizionedelle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra stati appartenenti alla federazione, politica estera unica e rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali”. Questi sono i principi che il Manifesto di Ventotene indica per raggungere l’unità europea, una concezione squisitamente federalista oltrechè politica di europa, a differenza del Piano Kalergi del 1923, a tutti gli effetti la prima teorizzazione di un’europa unita, però in salsa tecnocratica.

Nel corso degli anni successivi il dibattito sull’Europa unita continuò ad essere animato da statisti europei e da molti politici ed intellettuali del vecchio continente delle più svariate estrazioni politiche. Tra questi Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Jean Monnet.

Nel 9 maggio del 1950 – giornata in cui si celbra dal 1986 la festa dell’Europa – il ministro degli Esteri francese Robert Schumann pronunciò un famoso discorso nel quale per la prima volta si parla di Europa come entità politica: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent’anni antesignana di un’Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L’Europa non è stata fatta : abbiamo avuto la guerra.”

Agli inizi degli anni ’50 l’Europa è in ricostruzione dopo 5 anni di guerra, mentre la Germania è stata divisa per impedire ulteriori spinte revansciste. Ma il ricordo della seconda guerra mondiale è ancora vivo. Secondo Schumann solo “l’eliminazione del contrasto secolare tra Francia e Germania può impedire nuove spinte belliche”. Per questo il responsabile della diplomazia francese propose una soluzione: mettere in comune la produzione franco-tedesca di carbone e acciaio sotto un’Alta Autorità, alla quale potranno partecipare anche gli altri paesi europei. Il discorso di Schumann portò, nel 1952 alla nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio – più nota come Ceca – alla quale parteciparono sei stati: Italia, Belgio, Lussemburgo, Francia, Paesi Bassi e Repubblica federale tedesca.

Ma è il 25 maggio del 1957 il vero punto di svolta: dopo anni di trattative in una solenne cerimonia nella sala degli Orazi e dei Curiazi al Campidogkio di Roma i sei stati membri della Ceca firmarono l’omonimo trattato che diede vita Comunità Economica Europea – o “mercato comune”. L’idea è quella della libera circolazione dei beni, dei servizi e delle persone: bisognerà attender il 1 luglio del 1968 per l’effettiva abolizione delle barriere doganali tra stati membri.

Negli anni ’70 la Cee sperimenterà un periodo molto fortuito: innanzitutto nel gennaio del 1973 i Paesi membri della Comunità saliranno da sei a nove, con l’adesione di Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda. Tra il 1974 e il 1975 i regimi di destra di Grecia, Spagna e Portogallo collasseranno definitivamente, decretando l’estinzione di regimi dittatoriali nel vecchio continente. Inoltre nel 1979 si verificherà un altro evento importante: per la prima volta i cittadini europei eleggeranno direttamente i membri del parlamento europeo –prima eletti dai rispettivi parlamenti nazionali – applicando così l’idea di rappresentanza diretta dei cittadini contenuta all’interno del Manifesto di Ventotene.

Durante gli anni ’80 aderiranno alla Cee anche i Paesi ostaggio delle dittature fasciste: Grecia, Spagna e Portogallo. Nel 1986, con l’Atto Unico Europeo si tenterà di rilanciare la comunità, di “armonizzare” il mercato entro sei anni e di rafforzare i poteri del Parlamento Europeo.

Il 1992 è un altro anno cruciale per la Comunità Europea. I regimi comunisti dell’europa orientale sono crollati da più di due anni, la cortina di ferro non esiste più e nel 1990 la Germania finalmente è riunificata. Proprio in questo nuovo clima maturerà la firma dei trattati di Maastricht, che ridenomineranno la Comunità economica europea in Unione Euriopea, oltre a sancire il completamento del mercato unico e delle “quattro libertà” di circolazione di merci, capitali, persone e servizi. Nel 1995 a Schengen sarà firmato l’accordo che permetterà alle persone di viagiare liberamente senza esibire il passaporto ai confini. Austria, Svezia e Norvegia entranno inoltre a far parte dell’Unione.

Altre date importanti: nel 2002 i Paesi membri adotteranno l’euro, mentre tra il 2004 e il 2007 avverrà il più grande allargamento dell’Unione europea, con ben 12 nuovi Paesi membri – perlopiù dell’Europa orientale. L’ultimo stato a entrare sarà la Croazia nel 2013. Il primo ad uscire la Gran Bretagna nel 2016, dopo un referendum che ha visto contro qualsiasi aspettativa prevalere i leave sui remain – 48% contro 52%. Di fatto l’attivazione dell’articolo 50 da parte del Governo Britannico è orami prossima – si parla del 29 marzo. Inoltre sull’Unione Europea pesano ancora molte minacce, in primis le prossime elezioni presidenziali francesi del prossimo 7 maggio, che potrebbero vedere la vittoria del front National di Marine Le Pen, la candidata dell’estrema destra forte del 26% dei consensi che in una recente intervista ha dichiarato che in caso di vittoria indurrà un referendum per uscire dalla Ue e anche dalla Nato. A quel punto l’Europa difficilmente sopravvivrerebbe, orfana di uno dei Paesi della zona euro nonché di uno degli Stati fondatori. Ma con un’ipotetica Frexit e il ritorno ad una Francia aggressiva e nazionalista sarebbero a rischio anche la pace e la stabilità del vecchio continente, che non vede guerre sul suo territorio da oltre 70 anni. I pericoli dai quali metteva in guardia Spinelli. Che ora, sicuramente, si starà rivoltando nella tomba.

Giacomo Pellini

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