Appello per il voto a sinistra (qualsiasi sinistra, ma non rimanete a casa)

Il 4 marzo finalmente saremo chiamati alle urne dopo la più scadente campagna elettorale della storia repubblicana.

Una campagna elettorale, quella di questi mesi, caratterizzata da un’agenda setting totalmente plasmata dall’egemonia culturale che le destre hanno conquistato in ampi strati della società italiana, ponendo al centro del dibattito pubblico quei temi più congeniali ad una narrazione apertamente regressiva sul piano sociale, politico e culturale.

di Adriano Manna

 

Il Partito democratico, che pure era forza di governo uscente e quindi poteva godere di suoi esponenti in posizione chiave (si pensi al Ministero dell’Interno, tanto per fare un esempio), ha mostrato ancora una volta come il “Renzismo” (termine orrendo, ma esemplificativo) corrisponda alla conclusione di un lungo processo di disarmamento culturale e organizzativo della socialdemocrazia italiana, la cui acritica adesione alla “terza via” avviata dalla fine degli anni ’90 ha generato mostri che fanno ormai spavento perfino ai suoi padri putativi.

L’ormai completo smarrimento di reali riferimenti culturali e politici di questo campo, travolto dagli effetti di una crisi del neoliberismo generata da quelle stesse politiche di cui si è fatta promotore (insieme alla destra della seconda repubblica, sia ben chiaro) ha generato oggi quel mostro che riesce a coniugare al suo interno una gestione iper-securitaria delle tensioni sociali con una visione liberista sul piano economico, a cui poco serve aggiungere una sterile narrazione democratica “post-ideologica”, che finisce per ridurre lo stesso anti-fascismo, valore fondante della nostra Repubblica (ma mai realmente condiviso da tutta la destra italiana) ad uno spot elettorale ad uso esclusivo di un’ambigua propaganda rivolta ad un elettorato di sinistra quanto mai disorientato e depresso.

La destra italiana, come quella di molti paesi occidentali, sta formulando una risposta politica alla fine del ciclo neo-liberista quanto mai inquietante: basti pensare a quanto promesso dalla rancorosa coalizione di centro destra, capace di promuovere contemporaneamente l’odiosa flax-tax, l’introduzione dei dazi doganali e una guerra tra poveri da combattere tra squadre di lavoratori divisi per il colore della pelle.

A suo modo, confusamente e contraddittoriamente, la destra però una risposta la sta formulando. Una risposta che ha quantomeno il merito, dal suo punto di vista, di ricompattare il blocco sociale di riferimento e di espandere efficacemente la propria propaganda negli strati subalterni della società.

Il Partito democratico, invece, continua a cercare di accreditarsi come l’unica forza in grado di gestire la ristrutturazione neo-liberista (che continua a non mettere, nella sostanza, in discussione) facendosi garante di quel minimo di tenuta sociale necessaria per preservare l’ordinamento democratico del Paese, senza accorgersi che quello spazio politico è insidiato dalla variante “populista” del neo-centrismo liberista, che è nei fatti il Movimento 5 Stelle.

Finita l’epoca dei “VaffaDay” e dell’odio verso la “casta”, sapientemente utilizzati per accelerare il lungo processo di disarticolazione dei corpi intermedi della nostra società, il candidato Primo Ministro in pectore Luigi Di Maio è stato mandato compulsivamente a rassicurare i salotti buoni della finanza internazionale. Il Movimento, in questi ultimi mesi, è andato a incassare i dividendi per il lavoro svolto fino ad ora, cercando il pieno riconoscimento internazionale come opzione di governo (sempre che i risultati elettorali lo mettano nelle condizioni di governare).

A sinistra il campo politico, in primis quello elettorale, è debole e frammentato, ma degli elementi di controtendenza cominciano ad emergere: Liberi e Uguali, la formazione fondata principalmente (ma non solo) da quei settori della social-democrazia che pure hanno tante responsabilità storiche in questo disastro, potrebbe rappresentare un tentativo di uscita “a sinistra” dei rimasugli dello stesso socialismo riformista italiano, avviando così un processo non molto dissimile da quello registrabile nel nuovo corso del PS francese guidato da Benoît Hamon, con le dovute differenze determinate della peculiarità italiana.

Che vi possano essere settori di questo ceto politico che vedono in chiave unicamente “tattica” questo riposizionamento per poi riaprire i negoziati col Pd non è assolutamente da escludere, tuttavia il passaggio politico deve essere considerato nel suo complesso, e la valutazione deve tenere conto di tutti gli aspetti in campo: Liberi e Uguali ha al suo interno anche forze (in primis Sinistra Italiana) che sembrano dare sufficienti garanzie sul piano dell’alternativa sul piano strategico, e comunque rappresenta ad oggi la forza a sinistra del Pd che ha più possibilità di entrare in parlamento (al netto di una campagna elettorale che per mediocrità ha sfiorato il sabotaggio interno).

(Qui il programma elettorale di Liberi e Uguali: http://liberieuguali.it/programma/)

C’è poi Potere al Popolo, una novità interessante a sinistra non solo sotto il punto di vista culturale ma più propriamente politico: oltre ad una Rifondazione comunista ridotta all’osso ma comunque espressione di insediamenti territoriali incredibilmente sopravvissuti ad anni di estromissione dal Parlamento, si registra la maturazione di alcuni settori dei movimenti sociali che avevano visto ormai abbondantemente finire quel ciclo politico che raggiunse il suo picco con le mobilitazioni del G8 di Genova (e che proseguì per molti anni, permettendo la socializzazione politica di un’intera generazione che difficilmente sarebbe stata intercettata dalle stantie organizzazioni della sinistra tradizionale). Settori di movimento che sembrano voler scendere per la prima volta sul piano della rappresentanza politica. Non come successo spesso nell’ultimo decennio con candidati prestati a più o meno presentabili liste della sinistra tradizionale, ma con la volontà di contribuire ad una rigenerazione politica, culturale e organizzativa della sinistra italiana.

(Qui il programma elettorale di Potere al Popolo: https://poterealpopolo.org/potere-al-popolo/programma/)

Per completezza e correttezza bisogna poi segnalare l’esistenza di altre due liste, che però non hanno raccolto le firme in tutti i collegi: Il Partito comunista di Marco Rizzo (qui il loro programma: https://issuu.com/pc-agitprop/docs/programma_partito_comunista_elezion)  e la lista di orientamento trotzkista “Per una Sinistra Rivoluzionaria” (qui il loro programma: http://www.rivoluzione.red/per-una-sinistra-rivoluzionaria-il-nostro-programma/).

Insomma, al netto delle singole valutazioni che legittimamente farete su ognuna di queste liste, l’invito è di andare a votare, possibilmente a votare forze di sinistra.