Arriva la destra estrema e i mercati brindano. Serve la sinistra, non i repubblicani

Il Governo costruito sull’asse M5S-Lega, con un perimetro appena rivisto dall’intervento del Presidente della Repubblica in tema di Finanze ed Esteri, può ufficialmente partire con il mandato ricevuto da Mattarella e una squadra di ministri che attende ora solo la certificazione del Parlamento, dove i numeri ci sono.

di Adriano Manna

I tanto discussi Mercati, presenza oscura e multiforme, nemica giurata della democrazia e della sovranità nazionale, festeggiano con un vero e proprio giubilo la nascita del Governo: Piazza Affari registra un fragoroso +2%, mentre lo spread sembra destinato a scendere rapidamente ai livelli pre-crisi istituzionale.

A pensarci bene tutto questo ha una sua ragion d’essere, una linearità che solo una certa sinistra ultra-dogmatica e totalmente subalterna alla narrazione della destra “sovranista” (chiamiamola così per semplificare, ma il termine è orrendo e fuorviante) poteva non vedere.

Questo governo interpreta, almeno nel suo impianto culturale, la nuova fase del Capitale che sembra ormai certificare in maniera chiara la crisi del ciclo neoliberista di globalizzazione dei mercati a favore di un ripiegamento verso politiche protezioniste. In questa nuova fase c’è ovviamente la crisi del progetto europeo, che da Maastricht in poi si era definito in maniera incontrovertibile sulle coordinate di quella globalizzazione che partiva ufficialmente con la caduta del muro di Berlino e la fine del socialismo reale come alternativa sistemica.

Ma non dobbiamo cadere nel determinismo: questa nuova fase è politicamente resa possibile dal profondo mutamento, quasi antropologico, della classe media occidentale impoverita, che non a torto dal suo punto di vista vorrebbe recuperare parte del suo benessere, spazzato via dalle recenti e violentissime crisi neoliberiste, anche attraverso politiche espansive possibili solo con il ripristino di tutti gli strumenti classici dello Stato nazionale (che questo avvenga su base nazionale o con un super-stato europeo non farebbe così tanta differenza, ma la prima strada potrebbe apparire più immediatamente praticabile).

Le classi medie italiane, o meglio quel che ne rimane, trovano poi nell’asse politico e culturale con quei pezzi di imprenditoria italiana che ha visto ridurre negli anni sensibilmente la propria fetta di mercato per l’incapacità (in alcuni casi oggettiva) di competere su mercati internazionali sempre più deregolamentati, lo strumento perfetto per ancorare l’Italia al nuovo ordine internazionale emergente (ma non ancora completamente affermatosi, la partita è appena cominciata).

Chiedetevi perchè, al fine di agevolare la nascita del nuovo governo, è intervenuto direttamente Steve Bannon, ideologo del sovranismo americano che vede nel Presidente Trump la più riuscita espressione politica.

Le classi subalterne, nel caso italiano, si aggrappano al ceto medio arrabbiato, che gli promette briciole in cambio. Meglio di niente. Ma del resto, i subalterni del nostro Bel Paese, non è che avessero davanti a loro molte altre opzioni.

Il ruolo del Presidente della Repubblica, in questo caso, non sembra essere stato quello di interferire sull’indirizzo politico (cosa che Costituzione alla mano non è nei suoi poteri), quanto quello di tentare di gestire ordinatamente e gradualmente un cambiamento di indirizzo politico la cui certificazione dipenderà dalla reale capacità di tenuta di questo governo (tutta da verificare).

In questo quadro definito dal conflitto tutto interno al Capitale, la sinistra politica, nata nella sua concezione storica come espressione politica e culturale della capacità organizzativa autonoma delle classi subalterne, ha visto il suo ceto politico negli ultimi decenni abbracciare senza remore la dottrina del neoliberismo appena calmierato (sempre meno calmierato anche nelle intenzioni, a dire il vero), trovando poi nel caso italiano con la parabola renziana la sua espressione massima, nonché la definiva perdita di egemonia nelle classi subalterne.

Per queste ragioni fa paura chi invoca oggi un astratto fronte repubblicano europeista. Non perché le forze del progresso non possano essere culturalmente europeiste (chi sta scrivendo lo è), ma perché dietro questo disegno sembrerebbe celarsi quel pezzo di vecchio ceto politico totalmente organico all’agonizzante capitalismo transnazionale. Questa opposizione renderebbe il più grande regalo alla destra nazionalista che ha preso il potere in Italia, perché legherebbe ancor di più le sorti delle classi popolari alla propaganda governativa nazionalista (cosa che sta avvenendo con una rapidità impressionante).

Chi vuole perpetrare questo disegno assurdo venga lasciato serenamente andare per la sua strada. Tutto ciò che rimane della sinistra sociale e politica però si guardi in faccia, e cerchi veramente l’unità. Non solo elettorale, ma programmatica, culturale e finalmente organizzativa.

Diamo una casa comune a chi vuole ancora resistere, uno strumento di partecipazione per chi non ce la fa più ad assistere inerme alla degenerazione sociale, culturale e politica del nostro paese.

Non se ne può più. Non è accettabile. Non capire la gravità del momento e non avere l’umiltà di fare tutti un passo indietro per farne due avanti insieme, è una responsabilità devastante.