Come si fa opposizione al nuovo governo: nuova fase e vecchie risposte

Voglio rispondere all’articolo pubblicato ieri sul nostro blog da Adriano Manna, che vi invito a leggere.

di Nicola Cucchi

Il contesto

La sua tesi fondamentale (che condivido!) si esprime a due livelli: uno macro e uno micro. A livello macro, dietro l’affermazione di Lega e Cinque Stelle c’è un’epocale ristrutturazione economica della forma di capitalismo. La globalizzazione ha perso molto del suo “consenso sociale” in seguito alla crisi economica. Non è dunque un caso che in questi anni riscuotano maggiore consenso le forze che investono sulla valorizzazione dei confini nazionali come meccanismo (illusorio) di sicurezza e garanzia del benessere (che resta).

A livello micro Adriano identifica i soggetti impoveriti e quindi arrabbiati che hanno votato in massa le forze anti-establishment. In primo luogo i ceti medi. L’impoverimento crescente dei ceti medi rende sempre meno riflessiva quella che dovrebbe essere la cerniera di una società. In secondo luogo, la crisi con annessa disoccupazione ha determinato nuove sacche di povertà, diventate sempre più intolleranti verso la politica. Infine, non sottovalutiamo anche una parte di imprenditoria in crisi, che risente molto di questo clima.

 

Il nuovo blocco sociale. Après la classe, le peuple.

Il miracolo delle nuove strategie del consenso (Lega e Cinque Stelle) è stato riuscire a cementare 3 prospettive sociali che avrebbero interessi e orizzonti differenti – piccola media imprenditoria, ceto medio e nuovi poveri – ad individuare due cause principali della crisi: l’Europa che ci toglie democrazia e gli immigrati che abbassano il costo del lavoro.

Da notare che a livello elettorale è stato praticamente influente il miglioramento delle condizioni economiche generali (la crescita del Pil) degli ultimi anni. Per questo maxi blocco interclassista, che si riconosce in Lega e Cinque Stelle, bisognava cambiare a tutti i costi la guida del paese. Tutti insomma erano convinti che il PD non stesse facendo i loro interessi.

Entrambe le forze hanno avuto gioco facile ad individuare capri espiatori sociali (immigrati) e politici (la kasta). Ora si tratta di impostare un’opposizione culturale, sociale e politica che faccia uscire almeno una parte di questa società dallo stato di assoluta subalternità culturale a questo “discorso tossico”.

 

L’opposizione

Isolati, marginali e praticamente ininfluenti, ci chiediamo: “da sinistra” come si può ripartire? E qui viene la critica alla conclusione del discorso di Adriano. In prima battuta Adriano critica correttamente l’appello di Renzi a un “fronte repubblicano”. L’approccio che sta alla base di questa proposta di “unire le forze civili e democratiche contro i barbari” sembra non cogliere che così si regala “la rabbia” alle forze anti-establishment. Non dimentichiamo che l’uscita dalla crisi del berlusconismo (ottobre 2011) con sette anni di governi di grande coalizione tra PD e Forza Italia (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) hanno portato alla condizione in cui siamo oggi: un’alleanza imprevedibile delle forze anti-establishment.

Il cuore della sua conclusione è tuttavia un appello all’unità della sinistra:

Tutto ciò che rimane della sinistra sociale e politica però si guardi in faccia, e cerchi veramente l’unità. Non solo elettorale, ma programmatica, culturale e finalmente organizzativa.

Diamo una casa comune a chi vuole ancora resistere, uno strumento di partecipazione per chi non ce la fa più ad assistere inerme alla degenerazione sociale, culturale e politica del nostro paese.”

A mio avviso l’appello a costruire un campo comune tra i soggetti che restano non basta più. Bisogna rendersi conto che Lega e Cinque Stelle sono arrivati a questo successo intervenendo pesantemente sul sentire comune, ripoliticizzando larghe sacche di società, lontana da tempo da qualsiasi appartenenza. In questo, dispiace dirlo, sono purtroppo le uniche due forze che sono riuscite a fare politica all’altezza (o alla bassezza) di questi tempi di frammentazione sociale.

Il punto però è prendere atto che questi sono i tempi in cui viviamo: personalizzazione estrema delle proposte politiche, fede cieca nel leader, slogan superficiali con il dibattito ridotto a tifo da stadio, in un generale disprezzo per la vita democratica delle organizzazioni.

Cambiare queste tendenze è un lungo lavoro, necessario ma lento a dare risultati. O si ha la capacità di mettere la propria esperienza, in termini cultura politica e organizzativa, a disposizione di un percorso capace di intervenire su questo terreno, oppure è meglio rinunciare e lasciare spazio ad altri.

Mentre dalle nostre parti si consumano scissioni sul posizionamento in Europa, sul simbolo nella bandiera e su chi aveva ragione nel 1991, le nuove forze in campo hanno messo insieme tutto e il contrario di tutto, semplicemente per la voglia di vincere, d’imporsi. Ora è evidente che il fine per cui si fa politica non è trascurabile, ma d’altra parte non possono mancare gli strumenti, le capacità e in generale le strategie per perseguire grandi finalità.

Avere la capacità di muoversi nel presente significa anche coglierne le potenzialità trasformative. Il successo della nuova Lega e del M5S si è costruito tutto all’opposizione, ora al governo dovranno scoprirsi e scontentare qualcuno. Quale migliore occasione per spaccare un fronte solo apparentemente coeso. Mettiamoli alla prova adesso che sono al governo, interveniamo sul loro terreno, dimostriamo finalmente che le loro proposte sono disastrose, e che ci sono altre strade.