Commento a freddo sul Primo Maggio milanese, tra nichilismo e autocritica

A dieci giorni dagli eventi del primo maggio a Milano, vale la pena tornare su alcune questioni centrali, e ribadire le posizioni più ragionevoli e interessanti.

L’estetica della distruzione portata avanti da gruppi di violenti è riuscita a oscurate le ragioni della protesta del movimento no expo. Questo è il punto di partenza, e da qui può partire una riflessione su tutte quelle grandi manifestazioni colpite dalle scelte dissennate di piccoli gruppi di violenti.

Christian Raimo in un articolo di pochi giorni successivo ai fatti ricostruisce le varie posizioni http://www.minimaetmoralia.it/wp/non-elogiate-la-depressione-riflessioni-a-margine-della-manifestazione-no-expo/ e mi induce a qualche commento.

Giustamente, a mio avviso, Raimo condanna gli appelli a difesa delle devastazioni, non perché si voglia escludere qualsiasi forma di uso della forza, ma perché questa va condivisa all’interno di un movimento in vista di un progetto politico più ampio che si vuole raggiungere. I violenti del primo maggio partono dal presupposto che non vi sia spazio per nessuna forma di lotta che non sia “creare caos”. Bisogna distruggere i simboli del potere, senza chiedersi quale effetto abbia sull’opinione pubblica.

Data la difficoltà di capire quante e quali istanze, visioni, emozioni, stiano dietro questi comportamenti, sembra efficace fare un ironico riferimeno pop al film dei fratelli Cohen, “Il grande Lebowsky” https://www.youtube.com/watch?v=Rt-YqNr95LE) dove uno straordinario John Goodman dice: “i nichilisti sono peggio dei nazisti, questi almeno avevano un ethos!!”

A mio avviso bisogna schierarsi senza indugi contro una visione dell’antagonismo che estetizza la violenza, nella convinzione non ci sia più spazio per alcuna forma di politica. Cedere alla seduzione dei discorsi apocalittici è stupido e troppo semplice perché ci consente di non metterci in discussione, incolpando il “sistema”, per definizione inafferrabile.

Uno dei primi commenti usciti sul web è quello di Luca Fazio per “il Manifesto” http://ilmanifesto.info/milano-i-riot-che-asfaltano-il-movimento/, che ha giustamente messo in luce la mancanza della forza, e prima ancora della coscienza, di come gestire una rappresentazine del conflitto efficace, coerente e alternativa sia al perbenismo dei normalizzatori che al nichilismo dei distruttori.

Dalla coscienza della battaglia che si vuole fare deve seguire la capacità, il potere, di isolare chi la pensa in modo opposto, chi non è sussumibile, chi cancella ogni possibilità di incidere sull’opinione pubblica, risvegliandola. La forma è sostanza. Organizzarsi significa anche darsi confini all’azione e alla partecipazione, confini non troppo rigidi, ridiscutibili, ma necessari se si vuole occupare lo spazio pubblico e incidere sulla cultura della società.

Merita di essere ripresa, in tal senso, la riflessione di Claudio Riccio pubblicata su “Il Corsaro” http://www.ilcorsaro.info/in-piazza-3/bertold-brecht-la-parte-del-torto-e-l-arte-di-perdere-la-ragione.html: “Serve un maggior impegno, perché discutere di quanto abbiano sbagliato gli altri, organizzati o singoli, non ci può bastare…. Se rinunci al far parte dei percorsi di lotta e di movimento puoi davvero lamentarti di chi poi li egemonizza o sovradetermina? … il problema non sono solo quelle che vengono definite ‘presenze sgradite’, ma soprattutto le assenze e i vuoti di chi poteva contribuire ad un esito diverso della mobilitazione, non per forza privo di conflittualità, ma egualmente in grado di estendere il consenso e mettere in difficoltà la macchina propagandistica di Renzi e dell’expo.”

Condivido totalmente il suo discorso, e quindi faccio autocritica. Se la manifestazione è andata male, se un percorso di impegno collettivo fatica a rinascere e a coinvolgere ampie fette di società è anche perché tanti come me non si impegnano come dovrebbero. E’ ora di cambiare atteggiamento.

@nickcooka

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