A cosa serve un museo sul fascismo

Ieri, 25 aprile 2016, si celebrava il 71° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, quale occasione migliore per fermarsi a riflettere sull’importanza della memoria collettiva? In questi mesi infatti si è discusso molto sull’opportunità di progettare un museo sul fascismo a Predappio. La cittadina romagnola, che ha dato i natali a Mussolini e ne custodisce le spoglie, è diventata la triste meta del pellegrinaggio di tanti nostalgici del ventennio, dunque si vorrebbe invertire questa tendenza con un ambizioso lavoro ricostruttivo sulla memoria storica.

Il museo potrebbe rappresentare un nuovo riferimento per la collettività, e dare così a quella zona un funzione consonante con i valori repubblicani contenuti nella Costituzione. Purtroppo il tritacarne mediatico indirizzato dai quotidiani ha svilito un tema chiave per la società democratica che verrà.

Questo paese ha bisogno che la riflessione storiografica sul fascismo, sviluppata in tanti decenni di ricerca, venga divulgata alla gran parte della popolazione. Questa sarebbe una delle strade migliori per rinforzare la nostra cultura democratica e antifascista, nei fatti sempre più evanescente.

Invenzione della notizia e strumentalizzazione politica

La Stampa del 16 febbraio esce con un titolo shock. Breaking news: Renzi finanzia il museo sul fascismo a Predappio. Un messaggio che farebbe rabbrividire qualsiasi cittadino democratico, in realtà da tempo ci si domanda cosa fare di Predappio.

Risale al 30 luglio 2014 un documento in cui si annuncia il riutilizzo della ex “Casa del Fascio” richiesto dal sindaco Pd Giorgio Frassineti. Il primo cittadino, da tempo protagonista di questa battaglia, è convinto che possa fungere da deterrente ai ricorrenti pellegrinaggi alla tomba del duce. La novità del 2016, su cui si basano i quotidiani, è che il governo sarebbe disposto ad investire fondi sull’opera.

In meno di 48 ore 50 storici provenienti da 28 università e centri di ricerca italiani e internazionali firmano un appello a sostegno del progetto. In ogni caso l’obiettivo dei media è scandalizzare i lettori più politicizzati, provando anche a strizzare l’occhio al discorso renziano sul “governo del cambiamento”. Tutto il mondo dell’antifascismo viene messo in allarme dal rischio revisionismo e nel frattempo si trasmette il solito messaggio del presidente del consiglio: “Questo è un vero governo del fare!” E’ il governo Renzi ad aver stanziato i fondi per questa opera, ‘perché non ha paura del cambiamento!‘.

La nuova classe dirigente vuole dimostrare che le nuove generazioni riescono a fare i conti con un “passato scomodo”, con cui i “vecchi partiti” non hanno fatto i conti, ed è indicativo che ad occuparsi della questione sia il sottosegretario Luca Lotti (classe 1982). In realtà l’attuale Presidente del Consiglio ‘se ne frega’ di rompere con la retorica antifascista, poiché i rappresentanti di quel mondo vengono considerati residuali in prospettiva, e si preferisce accelerare nell’impresa postideologica.

Il dramma sul piano culturale è che i tanti storici che prendono posizione nel dibattito, entrano nel ‘tritacarne mediatico’, che li rappresenta in modo caricaturale: in una netta divisione tra modernisti e conservatori, tra chi vuole diffondere un nuovo messaggio e chi non si lascia ingannare.

I media non vogliono alimentare un dibattito salutare su un tema complesso, vogliono scandalizzare, forzando le posizioni in una rappresentazione fortemente polarizzata che catturi subito l’attenzione di molti. Così purtroppo l’importanza del tema viene notevolmente impoverita dalla forzata divisione binaria tra favorevoli e contrari.

Secondo Luca Baldissara, storico della resistenza, gli storici che si prestano a questa narrazione dimostrano un bisogno di protagonismo sociale – che la società attuale gli ha tolto – e una tendenziale subalternità alla nuova politica mediatizzata e alla “retorica nuovista” della celebrazione del cambiamento a prescindere dai contenuti.

Proprio in considerazione della rilevanza del tema, è però legittimo chiedersi perché ridurre il discorso alla logica binaria del “sì” o “no”, della polarizzazione retorica – e non reale – tra chi accetta le sfide del presente e chi si arrocca nella difesa di un passato che non c’è più. Ammesso, e per nulla concesso, che ciò possa funzionare sui giornali, perché anche tra studiosi semplificare e banalizzare in una logica di schieramento una questione di rilievo come la memoria e il discorso pubblico sul fascismo? Più che la storia del fascismo in sé, oggetto non da oggi di serio e competente esercizio professionale degli storici, è infatti la funzione pedagogica e civile del ricordo a essere in gioco.

Di quanta storia abbiamo bisogno

Come scrive Igiaba Scego per Internazionale la Germania ha fatto un lavoro capillare sulla memoria storica: a Berlino, a differenza di Roma, hanno fatto i conti con gli episodi del nazismo, per questo in Italia è necessario un lungo percorso che ci porti ad affrontare questi passaggi storici epocali e intervenire consapevolmente nella memoria collettiva.

In questo senso un lavoro interessante viene portato avanti dalla Public History, che si pone il problema della diffusione e della divulgazione storica attraverso i nuovi media, i social network o i musei. Questa nuova disciplina studia la percezione della storia presso il grande pubblico e propone strumenti di divulgazione proprio a partire dallo studio delle fonti e dalle ricerche che avvengono in ambiti accademici.

 

La International Federation for Public History (Ifph) insieme alla Giunta Storica nazionale italiana sta tentando di promuovere la disciplina anche in Italia. Nel maggio 2016 si terrà una costituente proprio degli enti territoriali, delle associazioni di storici, di alcuni master universitari che praticano la public history e la comunicazione della storia.

Come riferisce Serge Noiret, studioso belga intervistato da Lia Tagliacozzo per il Manifesto: “Gli attori in Italia oggi sono lo Stato, le associazioni nazionali e locali, prima di tutto gli Istituti per la storia della Resistenza e della società contemporanea in Italia, le società degli storici cronologiche, per esempio quella di storia medievale, moderne e contemporanea; le società storiche di settore – quella di storia digitale o di storia orale per citarne solo alcune – e quelle professionali come conservatori di musei, archivisti e bibliotecari.”

Da studioso straniero mi domando da anni come mai non ci sia ancora un luogo dove criticamente si possa mostrare cosa è stato il fascismo, come è nato, come ha influenzato la storia di questo paese.”

La grande sfida democratica e antifascista a cui non possiamo rinunciare è infatti anche fare i conti con il consenso al fascismo: si tratta di riuscire a spiegare a quanti più cittadini possibili i perché di un’adesione di massa, perché il fascismo sia riuscito a convincere tanti italiani.

Cadendo in questa trappola mediatica che inventa una polarizzazione che non esiste rischiamo di perdere un’opportunità estremamente importante per rinforzare le basi di storia collettiva su cui si fonda la nostra democrazia. Si può discutere sull’opportunità di farlo o meno a Predappio, ma rinunciare del tutto cadendo nei veti incrociati sarebbe un peccato, perché significherebbe fare a meno di una riflessione critica su un’epoca fondamentale per lo Stato e per la società italiana.

Nicola Cucchi

Leave a Reply