Democrazia in rianimazione: analisi del v(u)oto referendario

 

In questi mesi abbiamo assistito a una campagna referendaria ipermediatizzata, orrenda sul piano del confronto sui contenuti e inquietante per quanto riguarda la mancanza di spirito democratico che l’avrebbe dovuta animare. Purtroppo con queste forze in campo non poteva andare diversamente.

Su un tema fondativo come quello della Costituzione, ci si è divisi in maniera strumentale usando argomenti pretestuosi, che nulla hanno a che vedere con la cultura politica democratica: liberale, socialista o comunista che sia. A nostro avviso, ci sono due livelli di analisi che vanno distinti: uno di sistema che riguarda la crisi della democrazia nel medio periodo e uno politico che riguarda le conseguenze sul governo nell’immediato futuro.

Il futuro della democrazia _ Il mito della velocità delle decisioni e la disaffezione dei cittadini

Ormai da trent’anni ci dicono ripetutamente che il nostro sistema è lento, ma la questione va guardata da un’altra prospettiva. E’ evidente che i sistemi parlamentari, anche i più razionalizzati, non riescono a reggere i tempi tecnologici dell’economia e sono travolti dal flusso mediatico. Voglio dire, in estrema sintesi, che non avremo mai un parlamento in grado di reggere i tempi della società digitale, perciò bisogna cambiare prospettiva.

Il vero dramma di questa società è l’incapacità della politica, dalle istituzioni ai partiti, di svolgere un ruolo di guida e indirizzo dei processi economici e di coinvolgimento della società nelle istituzioni. La crisi democratica che stiamo vivendo è appunto il risultato di una spaccatura crescente tra società e istituzioni in cui si sono inserite le forze populiste, oggi largamente dominanti.

Christian Raimo in un recente articolo uscito su “Internazionale” si domanda se davvero il problema dell’Italia sia la governabilità, in un paese in cui l’affluenza alle elezioni è in costante decrescita e in cui la percentuale dei cittadini coinvolti attivamente in un movimento politico è ridotta al minimo.

In questo senso favorendo sistemi che creano maggioranze ci si illude di garantire la stabilità, ma in realtà si delegittimano ulteriormente le istituzioni allontanandole dalla società, facendo capire ai cittadini che si può fare a meno di loro. Ogni ulteriore delegittimazione è una ferita che si amplia tra le società e lo Stato.

Si considera fisiologico un sistema in cui il parlamento è eletto solo da percentuale ridotta di cittadini, con governi espressione di maggioranze relative sempre più esigue. In realtà i ripetuti successi dei partiti antiestablishment di questi anni stanno dimostrando quanto questa logica sia in crisi. La democrazia di massa senza visioni del mondo alternative, articolate in uno schema costituzionale che garantisce le opposizioni, è solo mero scontro per il potere.

Il vuoto di politica di questa “fase postdemocratica” è stato generato dall’aver totalmente anestetizzato il conflitto sociale, riducendo “il cambiamento” continuamente sbandierato a una banale sostituzione di elite. Le nostre, società drogate dalla retorica anticorruzione e anticasta hanno totalmente perso cognizione della diffusione capillare del potere, del fatto che la libertà di ognuno è potere, e può essere esercitato per liberare o per opprimere; del fatto insomma che ci si aggrega e ci si divide in base a visioni alternative della società, l’onestà non c’entra nulla.

Il problema della democrazia italiana dunque non si risolve con la retorica della semplicità, perché questa società è fisiologicamente complessa, nonostante subisca pesanti “pressioni governamentali” attraverso dinamiche di standardizzazione di ogni genere.
Il problema della politica è  rispondere alla frammentazione, integrando le differenze, creando pratiche per tenere insieme identità complesse, fino a riprodurre una salutare divisione sulla (re)distribuzione delle risorse.

Il futuro del governo _ Renzi resterà comunque protagonista

Il piano democratico di medio periodo si distingue da quello politico di breve periodo.

Premettendo che Renzi, intestandosi la paternità della riforma, ha compiuto una vergognosa personalizzazione su un tema così delicato. In questo modo la costituzione, da carta che definisce le regole democratiche è stata automaticamente trascinata nel conflitto politico. Tuttavia sono le prospettive in caso di vittoria del no ad essere meno prevedibili.
Due anni di governo Renzi lasciano presumere quale sarebbe la prosecuzione del governo di fronte a una vittoria del sì. La domanda che ha senso porsi da sinistra è: chi c’è a raccogliere il no? M5s, Salvini e residui berlusconiani. Ad intestarsi il no c’è il “caro vecchio centro-destra” e la nuova destra radicale.

La sinistra – minoranza pd, sinistra italiana e rifondazione – sono ridotte al minimo in termini di consenso, però è chiaro che il “sì” avrebbe tolto qualsiasi credibilità al tentativo di riaprire una nuova fase di lotte sociali.

Quello che si prefigura a livello politico con la vittoria del no è un’ulteriore polarizzazione dello scontro politico, pro/contro Renzi, senza la minima riattivazione di un basilare conflitto sociale, poiché le forze che lo sostengono sono totalmente minoritarie. E la realtà di cui molti non si accorgono è che Renzi si rafforza moltissimo anche con il no, perché ha creato nel suo elettorato il clima da “cittadella assediata”. Il “tutti contro uno” compatta enormemente il fronte aggregato dal premier,che alle prossime elezioni si troverà un blocco sociale esteso oltre i confini del Pd, compattato dalla battaglia referendaria.

Per decidere cosa votare bisogna rispondere a due ordini di domande: questa riforma riapre o chiude spazi di democrazia e partecipazione già da tempo ridotti e anestetizzati?

Allo stesso tempo domando agli elettori a sinistra del Pd renziano: il governo Renzi va fatto cadere a tutti i costi, o in realtà ci sono rischi peggiori a livello politico (come governi tecnici, ritorno del centro destra, o governo dei cinque stelle)?

Sta dunque ad ogni elettore scegliere se privilegiare la dinamica di sistema di medio periodo, o quella politica di breve. Il paradosso è che in un senso o nell’altro la democrazia non si risveglia.

@nickcooka

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