L’Europa secondo Macron tra progetti, visioni e illusioni

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Il discorso del presidente francese Emmanuel Macron, pronunciato martedì scorso alla Sorbona, sembra essere passato un pò in sordina, offuscato inevitabilmente dai risultati elettorali tedeschi.

di Lorenzo Carchini

Il voto tedesco di domenica, infatti, non ha semplicemente consegnato all’Europa una Germania ancora nell’era Merkel, ma un paese politicamente vivace ma profondamente diviso, una leader indebolita con il proprio partito capace di perdere ben 8 punti percentuali rispetto al 2013 e nella difficoltà di dover trovare una quadratura di governo con possibili alleanze con Verdi e Liberali, dopo il – pare – definitivo passo indietro della Spd.

Quello che si apre all’orizzonte, dunque, è un quadro complesso che avrà ripercussioni immediate in tutta Europa. La Cancelliera difficilmente attuerà una politica europea più dinamica, aperta a riforme e meno austera rispetto ai criteri di convergenza di bilancio. Non solo, ma l’effetto collaterale di questa elezione coinvolge proprio un fresco leader che sulla ricostruzione di una salda alleanza con Berlino aveva scommesso il proprio piano di riforma europeo: Emmanuel Macron.

Il discorso di martedì scorso alla Sorbona, infatti, è arrivato nel momento politicamente più delicato, con l’alleato impegnato nella scelta della squadra di governo ed impossibilitato a dare una pronta risposta, percependo tutta la pressione che la strategia transalpina vorrebbe esercitare sulle scelte della Cancelliera.

Angela Merkel aveva aperto nei mesi scorsi alle idee di Macron per rafforzare la zona euro, acconsentendo ad una possibile riforma dei trattati, non mostrandosi ostile all’idea di un unico ministro delle finanze e di un Fondo Monetario europeo. Formare un governo con i liberali del giovane Christian Lindner (34 anni) può mettere nuovamente a rischio l’asse Berlino-Parigi, dopo una campagna praticamente euroscettica, contro tutti i cambiamenti proposti per la zona euro. I Verdi, al contrario, potrebbero essere il contrappeso “europeista” ideale per la Cancelliera, sia rispetto a FDP che alla CSU bavarese, la frangia più a destra dei cristianodemocratici.

Considerati questi elementi, il discorso di ieri pronunciato da Macron davanti al futuro dell’Europa poteva essere facilmente etichettato come semplice “wishful thinking”. A così pochi giorni da un voto tedesco tanto complicato da decifrare, il presidente era consapevole che le sue parole sarebbero state scrutinate con attenzione, a maggior ragione guardando ai programmi poco europeisti di alcuni possibili alleati di Angela Merkel.

Le parole di apertura hanno segnato il passo: “Sono venuto da voi a parlare di Europa. Qualcuno dirà ‘Ancora?’ Sarà meglio che ci si abituino”. Il resto è stata la descrizione di un’agenda di riforme certo ambiziosa, gerarchicamente disordinata e che se accettata (difficile) richiederà almeno un decennio di lavori, chiamando la Germania alla collaborazione.

La Brexit, Donald Trump, il fenomeno migratorio in atto e l’ascesa dei populismi sono stati tutti dei duri colpi inflitti in un breve lasso di tempo all’Unione Europea. Nonostante il superamento della crisi economica, le fragilità sono evidenti e tutt’altro che risolte. In attesa di fatti, le parole finora ci sono state. Macron non è il primo a fare un discorso sulle prospettive dell’UE, in questo Settembre anche Junker, presidente della Commissione, ha usato toni ottimistici per un’Europa che potrebbe finalmente avere “il vento in poppa”, mentre da Firenze, Theresa May ha parlato di partnership tra Regno Unito e Unione in materia di sicurezza.

Macron, ieri, ha cercato di proporre e condividere una visione: un’Europa che torna progetto di “sovranità, unità e democrazia”, con priorità la cooperazione per la sicurezza, la difesa (con una forza armata dal 2020), una comune politica di asilo, un’unione digitale, la creazione di “università europee” e l’introduzione di una “carbon tax” continentale. Non solo, nel suo discorso il presidente ha anche accennato a liste paneuropeiste per le elezioni al parlamento europeo nel 2019 – implicando la nascita stessa di partiti paneuropeisti – e la creazione di “convenzioni democratiche” da organizzare il prossimo anno per dare ai cittadini maggior voce in capitolo.

Un progetto complesso, che richiama al ruolo guida di Francia e Germania come paesi egemoni nel percorso riformatore, limitando peraltro le future commissioni europee a soli 15 membri, invece degli attuali 28. La stessa idea di un budget in comune, non necessariamente ne comporta un aumento, considerato un processo di cambiamenti sul lungo periodo. Proprio le lunghe tempistiche richieste dal processo riformatore fanno sì che molte delle proposte elencate da Macron difficilmente potranno mai trovare applicazione, appesantendo enormemente l’agenda europea (pensiamo alle università o al regime di copyright per il lavoro digitale).

Anche in passato, Macron è stato criticato per il suo sostegno ad un’Europa “multispeed”, dove alcuni paesi favorevoli a specifiche riforme non debbano attendere un più vasto consenso. Ieri è tornato su questo argomento, sostenendo che la costruzione di un “cuore forte ed efficiente” porterebbe beneficio anche ai paesi che potrebbero volersi unire solo in una fase successiva. Qualcosa di completamente inapplicabile nelle riforme dell’eurozona; proviamo ad immaginare l’accordo tra alcuni paesi per un budget comune, magari senza la Germania: è impensabile e mette a rischio l’intero piano riformatore proposto dal presidente francese.

L’opportunità del discorso alla Sorbona, ha permesso a Macron anche di volgere lo sguardo a sinistra, insistendo sulla necessità dell’Europa di “proteggere” i cittadini dal dumping sociale e commerciale, creando un “fondo di solidarietà”, ma anche aumentare i finanziamenti per l’aiuto oltremare e compiere passi concreti contro il riscaldamento globale. Tutti temi cari alle sinistre europee, necessari al presidente per scrollarsi di dosso l’immagine di sostenitore dell’austerity che lo ha accompagnato in questi primi mesi in carica (come sulla proposta di legge sul lavoro).

In conclusione, quello di Macron è stato un discorso importante, fatto in momento politicamente delicato e molto ambizioso. E’ un nuovo percorso per l’Europa? Certamente, ma, secondo Benjamin Coriat, economista e professore presso l’Università di Paris-XIII, non tiene conto della situazione reale nel continente.

La crisi economica starà pure passando, ma Macron dimentica i fallimenti dell’Unione sulla pelle dei rifugiati, incapace di intervenire sulle barriere costruite in Europa orientale, di fatto impotente di fronte alla scelta della Germania di aprire alla totale accoglienza. La mancanza di coordinazione fra due estremi, di gestione dell’emergenza, ha provocato il voto delle destre xenofobe. E’ un’Europa malata, sostiene Coriat, quella che ha favorito il gruppo di Visegràd (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia).

La crisi ha dunque lasciato un costo sociale monumentale, frammentando il Vecchio Continente, un aspetto che non emerge affatto dall’ambizioso discorso del presidente francese su convergenza salariale, fiscale e salario minimo, che si scontra con il suo operato all’interno dei propri confini.

Coriat definisce Macron addirittura “schizofrenico”: che in casa non fa nulla per armonizzare le imposte, mentre pretende di imporre in Europa una tassa sulle transazioni finanziarie. Perfino la proposta della “carbon tax” e l’intervento sul clima non coincidono affatto col suo operato, dal momento che il presidente è stato fra i promotori del contratto di libero scambio tra Europa e Canada (Ceta), difendendolo nonostante gli esperti da lui stesso nominati abbiano denunciato gli effetti nefasti che avrà sull’ambiente.

Emmanuel Macron è e resta un sostenitore del liberismo economico e finanziario, che sa bene quanto la visione da lui proposta ieri difficilmente troverà alcuna applicazione pratica e che ha il preciso piano di di rafforzare la politica liberista europea, applicando rigorosamente la regola del 3% del deficit, accompagnata da un debito pubblico che non dovrà superare il 60% (questa, secondo Coriat, sarebbe l’unica funzione del cosiddetto “super-ministro” delle finanze europeo).