“Confusi e felici” Anatomia dei difensori della famiglia tradizionale

La discussione in parlamento del ddl Cirinnà sulle “unioni civili” è iniziata lo scorso 28 gennaio e sta riportando al centro questioni di cui si parla da anni, a lungo rimandate.

L’obiettivo del testo proposto dalla senatrice pd è di riconoscere il diritto degli omosessuali ad unirsi in sede civile, introducendo l’istituto dell’unione civile con diritti e doveri reciproci, e in secondo luogo disciplinare le convivenze di fatto consentendone la registrazione in Comune. Chi si oppone alla normativa vuole riaffermare una visione dell’armonia familiare che naturalizza le relazioni di potere esistenti, finendo così per riprodurle. Sta a noi scegliere da che parte stare.

Genitori di Serie B: i figli sono le vere vittime dell’intolleranza

I fondamentalisti nostrani, non accettano che l’unione tra due persone dello stesso sesso possa essere paragonata al matrimonio. Non si è fatta una discussione complessiva sull’impianto del ddl Cirinnà, ma siamo stati monopolizzati dagli scontri sulla norma che prevede l’adozione del figlio del partner per le coppie omogenitoriali, definita stepchild adoption.

Recentemente è uscito un libro firmato dai promotori della manifestazione, Massimo Gandolfini e Roberto Marchesini, in cui si sostiene non vi sarebbe sufficiente evidenza scientifica per avallare l’omogenitorialità. In realtà, secondo Chiara Sità e Massimo Prearo, nel libro dei teocon si fanno molte forzature, arrivando persino a paragonare i figli di coppie omosessuali a degli orfani: “come se i bambini, che crescono con due genitori dello stesso sesso potessero essere assimilati a bambini che hanno subito un abbandono o una perdita.”

Queste “tesi pseudoscientifiche”, prescindono da una valutazione accurata delle dinamiche socio-culturali in atto, nelle quali si inserisce il desiderio di genitorialità delle coppie omosessuali, in crescita esponenziale secondo Tommaso Giartosio. “Qualsiasi opinione si abbia sulla genitorialità omosessuale, se si vuole capire quello che sta accadendo, occorre abbandonare l’idea che una coppia omosessuale sia ‘naturalmente’ sterile. Le cose non stanno così…le tecniche di procreazione assistita hanno modificato la coscienza degli omosessuali.”

Pur di non far passare l’idea che due omosessuali possano considerarsi genitori legittimi, i “fondamentalisti made in Italy” preferiscono lasciare il figlio di un membro della coppia senza la tutela del partner acquisito. Un atteggiamento basato sul più bieco formalismo ideologico, che rifiuta di prendere atto di una realtà sociale composita, per imporre l’immagine di società che si vuole salvare attraverso azioni simboliche, a prescindere dagli effetti che questi interventi avranno sui cittadini.

La vita della famiglia tradizionale ai tempi del capitalismo maturo

Quando qualcuno parla di natura umana, bisogna stare molto attenti, soprattutto se non è un medico. In politica soprattutto il riferimento alla “natura” è spesso un discorso mascherato per nascondere la cultura, e a sua volta la storia, il processo con cui una certa idea di natura si è imposta. L’antropologia dimostra infatti che esiste una miriade di famiglie nelle differenti culture umane, e anche solo facendo riferimento all’Europa, il passato ci mostra modi di vivere completamente diversi da quelli a cui siamo abituati oggi.

La famiglia che si vuole tanto duramente difendere è quella patriarcale, che ripresenta nelle mura domestiche quel potere tradizionale, storicamente attribuito al monarca. In quella situazione ognuno ha un ruolo chiaro, ben definito e funzionale alla riproduzione del sistema. Il padre è senza discussioni il capo famiglia.

Così, fin da piccoli si cresce con la consapevolezza di essere inseriti in questo schema gerarchico, che relega la donna in un ruolo inevitabilmente subordinato; e non è difficile capire perché ci si convinca che tutto ciò sia naturale. Quella che è stata bollata in questi mesi come “ideologia gender” altro non è che uno sviluppo di studi sulla rilevanza del “genere”, che ha approfondito i meccanismi di dominio maschile sulla donna, evidenziando il valore culturale, quindi storico, dei nostri modi di vedere mascolinità e femminilità.

Non ci stupisce come da questa prospettiva di chiusura paranoica verso la realtà si consideri l’emancipazione femminile una pericolosa causa della tendenza alla denatalità, come sostiene l’articolo di Camillo Langone su Il Foglio. Secondo Lea Melandri, in questo frangente storico, il maschio sente minacciato il suo ruolo di potere dall’emancipazione femminile, e allo stesso tempo sente messa in discussione la sua virilità dall’esistenza di relazioni omosessuali.

Questo modo di vedere la famiglia si appoggia dunque su un sistema di valori gradualmente messo in crisi dalle conseguenze sociali delle spinte emancipatrici del Novecento, e recentemente ridotto in frantumi dall’individualizzazione delle vite indotta dalla fase matura del capitalismo. E’ questo sistema di produzione e consumo che produce frammentazione sociale e isolamento, spezza i legami comunitari, e quindi genera una paura diffusa di mutamenti imprevedibili, capaci di stravolgere i nostri fragili equilibri quotidiani.

La precarizzazione delle vite rende infatti difficile qualsiasi scelta definitiva, per cui ci troviamo a dover svolgere “ruoli diversi” nel percorso di vita. Questa dinamica storica comporta quindi inevitabilmente un’esperienza dell’identità differente da quella che le generazioni precedenti erano abituate a vivere.

Alle fisiologiche difficoltà di adattamento, accompagnate al senso di spaesamento culturale che questa nuova forma di convivenza comporta, si aggiungono però soggetti politici e istituzioni culturali che speculano sul disorientamento, agitando un sogno di restaurazione dell’armonia perduta. Sono questi ad orientare fasce di popolazione in piena crisi di valori, contro le minoranze, etniche, religiose e sessuali.

Contro questi profeti dell’odio sociale, l’unica risposta è ricostruire un’abitudine all’ascolto, all’incontro e al confronto, per superare la paranoia che domina questa società, che impone di stare chiusi e comunicare solo con “chi è come noi”. Bisogna sforzarsi di capire quello che sta succedendo e accettare di vivere con persone e gruppi che fanno scelte di vita diverse dalle nostre, mantenendo la possibilità di criticarle, senza per questo innescare ogni volta uno scontro di civiltà.

Nicola Cucchi

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