I Fusaro, gli Sgarbi e gli altri intellettuali da tv

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Fusaro si è imposto, da qualche anno, nei palinsesti della televisione generalista italiana. Lo si trova a commentare fatti di attualità e di cronaca, come se si trattasse di un autorevole esperto. Gli editori che lo pubblicano sono i più disparati e prestigiosi, da Bompiani a Feltrinelli, da Einaudi a Il Mulino.

di Andrea Alba

Eppure il suo curriculum ci restituisce la biografia di un qualsiasi millennials con una elevata istruzione superiore: un buon percorso universitario, un dottorato di ricerca e poi, a seguito di regolare concorso, un posto da ricercatore nella privatissima università San Raffaele di Milano. Non male per un nato nel 1983. Per capire cosa abbiamo fatto per meritarci Fusaro suggeriamo questo articolo (http://www.minimaetmoralia.it/wp/che-cosa-abbiamo-fatto-per-meritarci-diego-fusaro/) di Raffaele Alberto Ventura, apparso su Minima&Moralia.

Ma di cosa parla Fusaro quando è ospite in TV? Per cosa viene invitato con tanta frequenza? Cosa avrà da dire questo giovane “intellettuale” dalle idee così “radicali”? Dalla globalizzazione a rudimenti di economia, dalle migrazioni all’alta finanza, da problemi morali alle questioni più futili, l’allievo di Costanzo Preve, colui che mescola con estrema disinvoltura Ezra Pound e Karl Marx, Giovanni Gentile e Antonio Gramsci (ma solo il Gramsci antiscientifico riletto da De Benoist), come dentro lo shaker di un barman che serve cocktail colorati su di una spiaggia della riviera romagnola nelle torbide giornate d’agosto, ci mostra il vuoto incolmabile della figura dell’intellettuale nel nostro Paese.

Riordiniamo le carte: un intellettuale, secondo il buon Antonio Gramsci, è un mediatore capace di esercitare egemonia e organizzare consenso all’interno della società. Qualunque passo l’intellettuale compie lo fa sempre nella direzione della classe sociale di appartenenza o per la classe sociale alla quale si rivolge.

“Un intellettuale di tipo nuovo, non separato per mestiere e appartenenza di classe dal resto della società[1]

Lo specifico quaderno dal carcere di Gramsci sugli intellettuali si apre con una domanda:

“Gli intellettuali sono un gruppo sociale autonomo e indipendente, oppure ogni gruppo sociale ha una sua propria categoria specializzata di intellettuali?[2]

La risposta sta nella distinzione che il filosofo sardo opera. Egli distingue infatti due diversi tipi di intellettuali, derivanti da differenti tradizioni storiche. I primi, cosiddetti intellettuali tradizionali, si presentano come autonomi e indipendenti dalla classe egemone che in realtà li produce. Essi si considerano anche portatori sani e disinteressati dei valori che divulgano. I secondi, cosiddetti intellettuali organici per via della loro organicità alla classe sociale di appartenenza, si presentano come consapevolmente parte di qualcosa. In realtà, sempre secondo Gramsci, non è possibile sganciare il lavoro burocratico e da “commessi della classe dominante” che gli intellettuali svolgono all’interno del mondo moderno, in cui cioè le funzioni intellettuali si sono notevolmente moltiplicate, producendo le più svariate mansioni.  Egli sostiene inoltre che non si è intellettuali in base all’attività che si svolge, così come non si è operai semplicemente se si fa un lavoro manuale. Si tratta di un universalismo intellettuale, poiché secondo il filosofo sardo ” tutti gli uomini sono intellettuali “, visto che ogni uomo, più o meno consapevolmente, svolge ” una qualche attività intellettuale “, ha una personale visione del mondo, una sua morale e inoltre contribuisce a edificare le visioni del mondo di altri uomini e altre donne. Ma se tutti gli uomini svolgono una funzione intellettuale, allora anche Fusaro è un intellettuale? Ecco la risposta che dà Gramsci alla mia provocatoria domanda:

“Tutti gli uomini sono intellettuali, si potrebbe dire perciò; ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali (così, perché può capitare che ognuno in qualche momento si frigga due uova o si cucisca uno strappo della giacca, non si dirà che tutti sono cuochi o sarti).[3]

Fusaro, col solo merito di aver fritto due uova e pubblicato dei libri, viene appellato col titolo di filosofo, esattamente come Sgarbi è stato a lungo definito un critico d’arte (erroneamente, visto che al massimo un conoscitore della storia dell’arte è uno storico dell’arte. Il critico d’arte fa tutt’altro, non si esprime con turpiloqui e non partecipa a programmi televisivi trash). Tuttavia ad uno studente di storia dell’arte che si voglia cimentare in una tesi universitaria apparirà assolutamente insignificante la produzione del noto divulgatore, soprattutto se messa a confronto con la immensa tradizione e al portato culturale degli storici dell’arte italiani del 900. Ne citiamo tre, che hanno cambiato i connotati epistemologici della ricerca in campo artistico: Pietro Toesca, Ferdinando Bologna e Roberto Longhi. Mai visto qualcuno di questi nei salotti televisivi, neanche per una breve apparizione. È pur vero che due di loro sono morti il secolo scorso, ma il ragionamento è un altro e ha un sapore provocatorio: la televisione e la società dello spettacolo producono valori, creano senso comune, modellano inguaggi e stili, determinano i nostri comportamenti, impongono idee, ma soprattutto producono “intellettuali” organici. Per tornare a Gramsci, egli divide ulteriormente in due la categoria di intellettuali:

“Diversa posizione degli intellettuali di tipo urbano e di tipo rurale. Gli intellettuali di tipo urbano sono concresciuti con l’industria e sono legati alle sue fortune. (…) Gli intellettuali di tipo rurale sono in gran parte <tradizionali>, cioè legati alla massa sociale campagnola e piccolo borghese, di città (specialmente dei centri minori), non ancora elaborata e messa in movimento dal sistema capitalistico (…)[4]

Potremmo usare impropriamente Gramsci per operare una tripartizione: esistono intellettuali di tipo urbano, intellettuali di tipo rurale e infine ci sono gli intellettuali di tipo televisivo. La loro funzione è quella stabilita dallo stato maggiore della società dello spettacolo, che a sua volta non è un’astrazione, ma l’epifenomeno mediatico della classe dominante. Scrive Guy Debord:

“Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione[5].”

Se per Gramsci

“il rapporto tra gli intellettuali e il mondo della produzione non è immediato, come avviene per i gruppi sociali fondamentali, ma è <mediato>, in diverso grado, da tutto il tessuto sociale, dal complesso delle superstrutture, di cui appunto gli intellettuali sono i <funzionari>”, all’interno della società dello spettacolo la mediazione salta completamente, si polverizza in pasto all’audience. Gli intellettuali televisivi sono dunque <funzionari> o <commessi> della società dello spettacolo, una società non mediata, in cui l’egemonia culturale è affidata a professionisti della cultura e divulgatori di saperi e conoscenze. Non sono intellettuali tradizionali, sono assolutamente organici all’industria che li genera. Si credono liberi e portatori di valori indipendenti, a maggior ragione visto che lavorano per l’industria dell’immateriale; ma in realtà incarnano, consapevolmente o inconsapevolmente, i valori più profondi della classe egemone. Ne scimmiottano i comportamenti, ne assecondano i vezzi e ne assicurano le paure. Ma cosa ben più grave, essi pretendono di incarnare la società civile, di essere diretta emanazione di essa, nella sua tradizionale accezione hegeliana, in cui essa è l’insieme di tutte le organizzazioni sociali, politiche e sindacali estranee allo stato. Ma la rivoluzione tecnologica e semantica, operata dal proliferare dei mezzi di informazione (giornali, radio, televisioni, internet, ecc.) accantona l’ipotesi democratica della società civile, visto che il dominio capitalistico egemonizza i mass media. E lo fa anche attraverso i suoi intellettuali di riferimento, veri e propri profeti dell’egemonia del capitale e della sua rappresentazione iconica. Scrive ancora Guy Debord in nostro aiuto:

“Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine[6]”.

Fusaro assume dunque le caratteristiche dell’intellettuale mainstream, del cartonato da La7, quello da esibire alle cene di autoproclamati intellettuali che di libri ne hanno visti ben pochi: tra una tartina e una ripassata all’inesistente Piano Kalergi, può essere stimolante ritrovarsi con amici a scambiare due chiacchiere a proposito di Fusaro. L’intellettuale da televisione ha un ruolo fisso, con un copione molto rigido e delle didascalie già scritte. Recita una parte, che gli si cuce bene addosso. Non esce dai ranghi, se non per urlare <Capra>  a qualcuno in studio, ma tutto sommato è innocuo. Egli è semplicemente un tecnico, una funzione dello sharing, serve ad alzare l’audience. In futuro potrebbe essere sostituito da una macchina, poiché “Il capitale riduce, senza alcuna intenzione, il lavoro umano (il dispendio di forza) a un minimo. Ciò tornerà utile al lavoro emancipato, ed è la condizione per la sua emancipazione[7]

Noi, a differenza di Fusaro, siamo internazionalisti, apprezziamo i gender studies, abbiamo fatto l’Erasmus e soprattutto siamo per la fine del lavoro salariato e quindi ci auguriamo la sua estinzione, anche nelle forme dell’intellettualismo televisivo.

 

[1]    A. Gramsci, Quaderni dal Carcere, Einaudi, Torino 1975, vol. III, pp. 1550-1551

[2]    A. Gramsci, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Torino, 1975, pag. 3.

[3]    A. Gramsci, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Torino, 1975, pag. 7.

[4]    Ibidem, p. 11.

[5]    G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, 2008, Milano, p. 53.

[6]    G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, 2008, Milano, p. 64.

[7]    K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La nuova Italia, Firenze, 1968, p. 396.