I gilet gialli visti dalla lente della Francia dei numeri reali

In francese si chiamano Gilets Jaune, gilet gialli, è il movimento di protesta che ha assediato Parigi e posto blocchi in tutto il paese. Il nome deriva dal giubbotto che gli automobilisti devono indossare in strada nelle situazioni di emergenza. La protesta, esplosa contro il rialzo dei prezzi del carburante previsto dal governo Macron nel piano di transizione energetica del paese, è nata da una raccolta di firme online, trasformandosi in un movimento di piazza che ha messo sotto pressione la leadership di Macron, ormai ai minimi storici nei sondaggi.

di Lorenzo Carchini

Presto, dal caro benzina, la protesta si è allargata a rivendicazioni più generali sul potere d’acquisto e tagli alle tasse, dando sfogo a tutto il malcontento della provincia del paese, sfociate nelle diverse proteste nella capitale transalpina, con situazioni di guerriglia urbana ed intere arterie del paese bloccate da continui appostamenti.

Ci sono certamente molte possibili interpretazioni del movimento. Gérard Gunberg, direttore della ricerca presso il Centro di Studi Europei (CEE) di Science Po,  lo ha ricondotto alla crisi del sistema politico francese che già aveva mostrato i suoi sintomi con il movimento dei berretti rossi del 2013.

Se proprio questa crisi ha permesso all’attuale presidente di navigare nel mare del “dégagisme”, mettendo in discussione le disfunzioni del sistema, ecco che in meno di diciotto mesi anche lui è entrato nel mirino della protesta popolare, nonostante la società francese si sia talvolta mostrata favorevole all’uomo forte al comando, senza troppo attaccamento al parlamentarismo e ai partiti di governo. Ciò, tuttavia, non ha impedito che questi stessi soggetti venissero poi rimossi sull’onda dei movimenti popolari. Anche il Generale de Gaulle lo sperimentò con gli scioperi del 1963 e il maggio 1968, mostrando tutti i limiti dell’uomo della Provvidenza.

Quindi, qualunque siano le virtù istituzionali e le qualità dei presidenti, l’una e l’altra non possono da sole compensare i pericoli della crisi di un sistema rappresentativo, soprattutto quando questo riguarda i principali partiti di governo. Tutta la Quinta Repubblica si è retta sulla summa divisio destra-sinistra, con grandi partiti che hanno permesso il raggiungimento di un consenso nazionale poggiando su un sistema democratico pluralista, capace di andare oltre la contrapposizione elite-popolo. La grave crisi di queste parti ha provocato il profondo sconvolgimento del sistema.

Lo sviluppo di partiti radicali, il crollo del Partito Socialista, l’indebolimento dell’area neogollista, hanno finito per riattivare la scissione tra popolo ed elite, ostacolando un funzionamento ottimale del sistema rappresentativo, che ha storicamente mantenuto il vantaggio di poter integrare gradualmente i vari movimenti di protesta.

Quello dei gilet gialli è un movimento che rivede la totale contrapposizione sociale, ma senza l’idea centrale di restituire al popolo l’elaborazione di un sistema politico vitale. Secondo Gunberg, è particolarmente grave l’alleanza di partiti di opposizione e movimenti contro lo Stato esclusivamente sulla base della resistenza fiscale, dal momento che ad esser indebolita è l’autorità stessa dello Stato, ancor più del suo massimo rappresentante.

Si dimostrerebbe così la debolezza intrinseca dell’idea di governo rappresentativo in Francia, proprio perché l’idea di popolo unito ed indivisibile ha prodotto un doppio sospetto: il pluralismo infastidisce la lotta contro i nemici del popolo e la gente ha bisogno di un’elite non politica per governare. Qualcosa che ha gravi conseguenze, che mettono regolarmente in discussione la legittimità del potere; paradossalmente, come se dal 1789 il popolo non avesse mai smesso la sua lotta contro la monarchia.

Altre letture del fenomeno dei gilet gialli hanno connotati maggiormente sociali ed economici. Ad esempio quello della Francia periferica, il concetto geografico di Christophe Guilluy viene spesso riproposto, opponendo la facile e felice città alla periferia rurale. Eppure la povertà è più diffusa nelle città che nelle campagne: nelle principali città francesi un abitante su cinque è povero. Dall’altra parte del territorio, anche le aree isolate hanno un alto tasso di povertà (17%), ma non costituiscono più del 4% della popolazione.

Inoltre, apparentemente non sarebbero i francesi più poveri (che, ricordo, vivono per il 66% nei maggiori centri urbani) ad indossare i gilet gialli, anche se ancora risulta difficile azzardare una sociologia di questa popolazione. Secondo le testimonianze raccolte, si ha la sensazione di una Francia dalle classi medio-basse e che costituisce una fascia molto ampia del paese, basti pensare che il 50% della popolazione ha un tenore di vita tra i 1.139 € e i 2.125 € al mese.

Ad infiammare la rabbia di questa parte di popolazione sono principalmente tre fenomeni: da un lato le misure annunciate dal governo sul tema energia, dall’altro la stagnazione del tenore di vita dalla crisi del 2008, al pari con l’aumento – o il cambiamento – delle spese nel bilanci familiari.

Dalla crisi del 2008, il tenore di vita dei francesi – ma il discorso lo si potrebbe allargare anche al di qua delle Alpi – non è più aumentato mentre era cresciuto quasi ininterrottamente dagli anni ’90. Sono passati dieci anni da quando i francesi hanno visto il loro potere d’acquisto ristagnare.

Le diseguaglianze, tuttavia, non sono aumentate. Secondo le statistiche Insee, il confronto fra il 10% di popolazione più ricco e quello più povero è approssimativamente stabile da vent’anni e oscilla tra le 3,4 e 3,5 volte superiore. Si tratta di un livello più basso rispetto alla media dell’Unione Europea (il dato più recente risale al 2016). Ovviamente il sentimento di ingiustizia non è direttamente correlato alla misura oggettiva della diseguaglianza ed i francesi si sono storicamente dimostrati sensibili alle disparità di reddito. Un sentimento alimentato dalla stagnazione del potere d’acquisto, colpendo tutti i gruppi di reddito, ma con effetti reali tanto più forti quanto il reddito è basso.

Se dal punto di vista ambientale il governo non può arrendersi sul tema carbon tax, l’unica via è lavorare sulle misure d’accompagnamento e spiegare la politica di transizione energetica come qualcosa che va ben al di là delle tasche dei contribuenti. Un compito molto difficile: gli argomenti tecnici e razionali sono poco utili di fronte a movimenti d’opinione che si basano più sull’esperienza, i sentimenti e le passioni che su lucide analisi.

L’attuale prezzo del carburante non è diverso da quello del 2012, ma allora non ci furono reazioni violente. Eppure nelle parole dei gilet gialli intervistati il tema cade sempre sul senso di stanchezza nel “dare e restituire ad un stato francese insaziabile”. Così, la carbon tax diventa “la goccia che fa traboccare il vaso”, rispetto ad una miseria “che invade una nuova categoria di persone”, ovvero contribuenti che sentono oggi uno stato di “asfissia”. Eppure i dati Insee dimostrano come dopo la crisi del 2008, le riforme sociali e fiscali hanno sì pesato sul reddito delle famiglie, ma quelle più ricche che hanno tuttavia rivisto presto aumentare il proprio tenore di vita, mentre quelle più modeste avrebbero beneficiato di politiche ed ammortizzatori sociali, pur non vedendo un concreto miglioramento delle condizioni.

Piuttosto che parlare di crescente miseria, sarebbe corretto dire che ci sono persone in Francia per cui dieci o quindici euro in più al mese possono fare la differenza, e che il governo dovrebbe preparare misure di accompagnamento per l’aumento della tassa su carbonio – anche ricorrendo alle associazioni, sindacati, funzionari locali e nazionali che possono intervenire capillarmente, in favore di coloro i quali il potere potrebbe ignorare.

Ad oggi, la vera spesa in bilancio per le famiglie modeste arriva da affitti, prestiti, abbonamenti, assicurazioni, ovvero spese pre-impegnate che sono bruscamente aumentate e rappresentano il 38% del consumo totale (mentre per le famiglie benestanti sono il 22%). Parliamo di canoni di locazione ed oneri, aumentante rapidamente a partire dal 2001, riducendo la quota di reddito effettivamente disponibile per gli individui, finendo per “falsare” molte delle statistiche raccolte negli ultimi anni. Basti pensare agli studi sulle famiglie il cui tenore di vita è al di sotto della soglia di povertà: almeno un terzo delle persone a basso reddito sono state classificate come non poveri in termini di tenore di vita, ma diventano poveri a tutti gli effetti nello standard di vita, ovvero guardando al reddito di cui possono liberamente disporre.

Tutte questi fattori, dalla stagnazione degli standard di vita, alla quota crescente di spese per le famiglie a basso reddito, sono stati un mix esplosivo con l’aumento delle tasse sul gas. Queste persone, il cui reddito non si sta più evolvendo e che dispone di un basso livello di risorse a disposizione per qualcosa di diverso dalle spese essenziali, hanno visto in queste misure un vincolo che limita ulteriormente la loro già limitata capacità di  scelta. Oltre, però, all’aspetto finanziario, ci sono ulteriori sentimenti che possono alimentare la rabbia e il pessimismo: quello di non avere prospettive di evoluzione e quello di veder restringere di più la propria autonomia. Di fronte a ciò le scelte per il paese all’orizzonte dei prossimi decenni possono finire in secondo piano. Pensare che l’emergenza ecologica, pur generalmente accettata, possa annientare l’allergia di tasse, tipica di un paese fiscalmente saturo come la Francia, è un errore e la pedagogia delle riforme è un esercizio estremamente difficile per un governo pur sempre a scadenza.