Il 1917 e la nascita del movimento rivoluzionario organizzato

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Intervento al convegno «A cent’anni dalla rivoluzione di ottobre. L’Urss, la via italiana e il ripensamento del socialismo», promosso da Futura Umanità – Associazione per la storia e la memoria del Pci in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza, tenutosi a Roma il 28 e 29 settembre 2017.

 di Fulvio Lorefice

 

Il 1917 e la nascita del movimento rivoluzionario organizzato

«Udite, o popoli il segnale», recita il primo verso in tedesco dell’Internazionale. Ed il segnale forte e chiaro aveva raggiunto ogni angolo del pianeta. Dal Messico all’Indonesia, da Cuba all’Australia si era propagata un’ondata rivoluzionaria, come racconta Hobsbawm nella pagina probabilmente più bella de «Il secolo breve».

L’avvio del ciclo rivoluzionario russo, nel febbraio precedente, grande scalpore aveva destato negli stessi proletari italiani, che immediatamente avevano compreso il nesso tra quegli eventi e la «fine del grande massacro» [Wu Ming, 2011].[ In un saggio rimasto inedito, Terracini dava conto del comizio svoltosi i primi giorni dell’agosto 1917 a Torino, dove in quarantamila erano accorsi per solidarizzare con la causa rivoluzionaria, e soprattutto dei fischi che si erano abbattuti sui due oratori menscevichi quando avevano accennato alla necessità di continuare la guerra.

Questi rapidi cenni per avere un’idea della dimensione, della portata, della rivoluzione d’Ottobre, il cui frutto più fecondo – sul medio periodo – sarà l’influenza sui movimenti di liberazione nazionale. Nonostante il processo di decolonizzazione assuma dimensioni globali solo nel secondo dopoguerra ed il dissolvimento degli imperi coloniali si verifichi nel corso del trentennio successivo, non vi sono dubbi circa l’influenza che ebbe la rivoluzione d’Ottobre. Prima di allora, infatti, l’assenza di riferimenti internazionali conduceva tali movimenti verso un naturale collasso. Il 1917 segna in questo senso un vero spartiacque nella storia del processo di liberazione dei popoli: nasce un’alternativa reale ed oggettiva, l’internazionalismo assume una nuova forma.

Viene anzitutto a compiersi un salto teorico rispetto alla Seconda Internazionale, all’epoca divisa tra due posizioni incapaci di mettere a fuoco i termini reali della questione. Di fronte alla rapina ed al dominio rozzo e crudele messo in atto dal Belgio in Congo, ad esempio, il leader socialista Vandervelde proponeva quale rimedio il passaggio dal dominio privato in capo al re Leopoldo ad uno collettivo del popolo belga. Al paternalismo di queste posizioni facevano da contraltare nella Seconda Internazionale varie forme di sciovinismo borghese. Sfuggiva la nozione di «imperialismo», le sue caratteristiche e le sue contraddizioni, e quindi le prospettive che la lotta rivoluzionaria innescava. Mancava in conseguenza una visione strategica del rapporto tra le lotte del proletariato dei paesi capitalistici e quelle dei popoli oppressi, come testimoniano gli avvenimenti del 1914. L’innovazione teorica apportata da Lenin ebbe quindi duplice valore: in prospettiva fornì le basi per una ricerca in grado di cogliere le tendenze fondamentali dell’epoca, nell’immediato venne invece tradotta in quel Decreto sulla pace, varato dal governo rivoluzionario, con cui per la prima volta il principio di autodeterminazione dei popoli, il rifiuto di ogni forma di annessione o conquista, travalicavano gli arbitrari confini delle nazioni «civilizzate» per estendersi a tutti i popoli e paesi. L’universalismo wilsoniano – la risposta liberal-democratica a Lenin – aveva infatti dei precisi limiti, e si trattava di limiti razziali. La comunità internazionale prospettata nei Quattordici Punti da Wilson «poggiava sull’idea che vi fosse una gerarchia di civiltà, al cui vertice stava il mondo euro-americano» [Del Pero, 2008].

La conferenza di Pace a Versailles nel 1919 fu, quindi, un passaggio chiave. Non tanto per le «conseguenze economiche della pace», per dirla col titolo del libro in cui Keynes criticò l’atteggiamento punitivo nei confronti della Germania, il cui revanchismo verrà poi sapientemente indirizzato contro l’Unione Sovietica, quanto per la radicalizzazione del movimento anti-coloniale. Al supporto materiale e umano delle colonie nella vicenda bellica non era seguito infatti, in sede di Conferenza, alcun concreto impegno in loro favore da parte delle potenze vincitrici. Supporto che venne invece garantito dall’Unione Sovietica e dal Comintern quando esplosero le proteste in Cina contro il colonialismo giapponese e in Egitto, India e Corea contro quello europeo.

L’attenzione del Comintern, una volta celebrato il secondo congresso si rivolse quindi all’Estremo Oriente e alle popolazioni musulmane; nel settembre 1920 venne quindi organizzato a Baku il Congresso dei popoli dell’Oriente cui presero parte circa duemila delegati. Si trattava di uno dei primissimi tentativi di porre su basi politiche e organizzative più avanzate lo slancio internazionalista. Uno sforzo cui sarà costantemente proteso, pur con molti limiti, il Comintern e alcuni fra i suoi più validi dirigenti come ad esempio Willi Münzenberg, e che porterà alla nascita – a seguito del Congresso contro l’oppressione coloniale e l’imperialismo, svoltosi a Bruxelles nel 1927 – della Lega contro l’imperialismo e per l’indipendenza nazionale. Presieduta da Albert Einstein, tale organizzazione vide la partecipazione di alcuni personaggi all’epoca poco conosciuti come Nehru, Hatta, Ford, Rivera, Sandino e Dimitrov. Il tema, ancora una volta, era la denuncia dell’ordine internazionale tracciato a Versailles e del diritto all’auto-determinazione dei popoli negato dalla Società delle Nazioni.

È interessante notare, in conclusione, che non furono soltanto i leader di future rivoluzioni socialiste a subire l’influenza dell’Ottobre ma anche gruppi nazionalisti che avrebbero percorso strade diverse. Non deve quindi sorprendere la connessione ideale tracciata da Achmed Sukarno, presidente dell’Indonesia, tra la conferenza di Bandung e la Lega contro l’imperialismo e per l’indipendenza nazionale. Del resto, domandava un giovane Ho Chi Minh alla socialdemocrazia francese poco dopo l’Ottobre, «compagni, se non condannate il colonialismo, se non appoggiate i popoli oppressi, che specie di rivoluzione è mai quella che avete la pretesa di compiere?».

Un quesito, verrebbe da dire guardando la sinistra odierna, di una certa attualità. Di fronte, infatti, al dramma dei fenomeni migratori, alle diverse forme di neo-colonialismo, pietà e misericordia non bastano. Senza una denuncia dell’imperialismo, non esiste la sinistra e non esistono i comunisti. Per alleviare le sofferenze un’istituzione esiste già da duemila anni.

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