Il problema non è tanto il deficit, quanto la tutela dei ricchi e dei privilegiati

La nota di aggiornamento al Def che porta il rapporto tra Deficit e Pil al 2,4% per il prossimo triennio ha inevitabilmente monopolizzato il dibattito politico delle ultime ore.

di Adriano Manna

Si tratta di una inversione di tendenza rispetto alle politiche di bilancio messe in campo nelle ultime legislature che si impegnavano a contenere questo rapporto, anche alla luce di una ormai imminente conclusione del Quantitative easing della Bce che ha messo in questi anni il debito italiano al riparo da attacchi speculativi, assicurando un rifinanziamento del debito a tassi d’interesse estremamente vantaggiosi.

Ma la questione vera non è tanto la decisione di finanziare i provvedimenti annunciati con ulteriore deficit, dal momento che le politiche di contenimento della spesa corrente messe in atto in questi anni hanno portato comunque ad un aumento del debito in termini assoluti, quanto il significato politico e sociale della manovra se la andiamo ad analizzare nel suo complesso e nel combinato con gli altri provvedimenti annunciati dalla maggioranza di governo.

In Italia una delle principali emergenze è quella legata alla disoccupazione, specialmente giovanile. Pensare di risolvere la carenza di domanda con una sorta di “reddito di inclusione”, senza porre in agenda il tema degli investimenti pubblici, data l’ormai cronica incapacità del settore privato di promuovere impresa specialmente al sud, è un approccio che ricorda il peggior assistenzialismo democristiano, che tanto ha contribuito (insieme ad altri fattori, sia ben inteso) a condannare all’arretratezza economica e sociale intere aree del Meridione.

Reperire risorse in deficit per finanziare una riforma della fiscalità ad esclusivo vantaggio dei redditi alti e altissimi (Flat Tax), oltre ad essere socialmente detestabile, non porterà alcun beneficio reale al rilancio della domanda interna. Ma di più: se si legge questa ipotesi di finanziaria in maniera combinata con l’annunciata “pace fiscale”, si registra un detestabile spostamento di ricchezza verso i redditi più alti e verso i molti soggetti che non per necessità (l’evasione di sopravvivenza) ma per pura avidità, non hanno contribuito alla spesa collettiva come era loro dovere fare.

Rivedere l’infame riforma Fornero con il sistema della “quota 100” che manderebbe in alcuni casi persone in pensione a 62 anni, senza porsi il problema della ripresa dell’occupazione giovanile che dovrebbe ipoteticamente sostenere il patto intergenerazionale, è di una irresponsabilità grave.

Politiche espansive in deficit sarebbero anche augurabili in questa fase (seppur dentro alcuni parametri di sostenibilità complessiva del debito, perché non viviamo su Marte ma sul pianeta Terra), se queste almeno servissero per redistribuire la ricchezza esistente, crearne di nuova e sbloccare capitale umano che ogni anno è costretto ad emigrare per realizzare le proprie ambizioni.

In Italia stiamo assistendo, invece, ad un ulteriore aumento del debito realizzato esclusivamente per soddisfare in chiave elettorale le classi privilegiate (proposte della Lega) o per attuare politiche assistenziali, piuttosto che progressive, sulla scia di slogan elettorali che hanno raccolto buoni frutti in termini di voti (proposte del M5S).

Il costo reale di questa manovra, dinanzi al prevedibile ulteriore aumento del debito a livelli di difficile sostenibilità qualora si dovessero prontamente svegliare gli squali della speculazione finanziaria sul debito sovrano, lo pagheranno ancora una volta i ceti medio bassi e quelli popolari.

La manovra correttiva che prima o poi saremo chiamati a fare per compensare questo ulteriore disequilibrio e l’inevitabile aumento dei tassi d’interesse sul rifinanziamento del debito, a meno di improbabili patrimoniali (parola ormai uscita dal vocabolario di qualsiasi forza politica), si dovrà necessariamente basare su ulteriori tagli ai servizi, gli unici tagli in grado di dare risultati certi nell’immediato. Questo vorrà dire ulteriore compressione dei diritti sociali e ulteriore accelerazione dello smantellamento dell’ormai agonizzante sistema di welfare universale.

Rimane da capire perché in Italia sia diventato quasi impossibile parlare di riforma fiscale in chiave più marcatamente progressiva, di lotta reale all’evasione fiscale (altro che “pace fiscale”), perché sia diventato utopistico anche solo pensare di aggredire i grandi capitali, che pure ci sono, nel nome di una redistribuzione della ricchezza di cui comunque finirebbe per giovarvi il sistema nel suo insieme, poiché una reale ripresa economica non può prescindere da un serio rilancio della domanda interna di consumi.

Ma il tema politico su cui occorrerebbe aprire una riflessione è come sia possibile che un’idea progressista della società sia ormai totalmente estromessa dal dibattito pubblico, con l’opposizione del PD e di Forza Italia ridotte a fare da “guardiani dello spread” e quel che resta della sinistra ostaggio di una debolezza di argomentazioni, di presenza e di empatia con la società italiana nel suo insieme e con i settori sociali di riferimento nello specifico, che ha ormai dell’incredibile ed è forse senza precedenti nella storia recente del paese.