Il Pse chiude la porta agli scissionisti Pd: la battaglia in corso nel campo del socialismo europeo

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“La decisione di alcuni membri del Pd di lasciare il partito è un errore storico”. Sergej Stanishev, attuale presidente del Pse (il Partito socialista europeo), è categorico nella sua chiusura all’ipotesi che il Movimento democratico riformista – il nuovo soggetto nato dalla scissione del Pd, che ha tra i principali protagonisti Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani, Roberto Speranza ed Enrico Rossi – venga accolto nella famiglia del socialismo europeo.

L’attacco di Stanishev poi si rivolge direttamente a D’Alema, che pure è attualmente presidente della Fondazione per gli studi progressisti europei (Feps): “È da molti mesi che vediamo che si comporta con una totale mancanza di lealtà politica nei confronti del Pd e anche nei confronti del Pse”, accusa il leader socialista, al quale è sembrato che “questo suo approccio critico fosse dovuto principalmente a dei risentimenti personali”.

L’intervista, pubblicata sul sito internet de l’Unità, quindi organica alla strategia controffensiva di Matteo Renzi, è un aiuto forse inatteso all’ex Premier da parte di quegli ambienti del socialismo europeo in cui fino a non moltissimo tempo fa Massimo D’Alema sembrava ben più radicato. Ma qualcosa tra D’Alema ed il Pse si era già chiaramente rotto in occasione della campagna per il referendum costituzionale del dicembre scorso, quando il partito europeo gli aveva più volte scritto lettere di richiamo per la sua posizione a sostegno del No.

Del resto, Renzi la sua trama con gli ambienti del socialismo europeo l’aveva cominciata a tessere già nel 2014, quando da segretario del Pd accelerò, inaspettatamente per un politico di chiara matrice democristiana, per l’adesione del partito al Pse ponendo così fine ad una ambiguità durata anni, che la stessa sinistra interna Pd non aveva mai saputo affrontare, imprigionata com’era da una visione dell’azione politica tutta incentrata sulla perenne ricerca di un punto di equilibro nella strana creatura democratica. Per l’ex Premier è quindi giunto il momento di battere cassa al Pse, assestando un colpo da non sottovalutare alla credibilità del nascente progetto politico della minoranza scissionista, che si ritroverebbe addirittura orfana di riferimenti politici europei.

Il Pse, dal canto suo, compie una mossa grottesca, dal momento che nulla ha detto su un caso ben più clamoroso avvenuto in Francia negli ultimi mesi, quale la candidatura alle prossime presidenziali di Emmanuel Macron, ex ministro dell’Economia del governo socialista di Manuel Valls, oggi in campo con il suo movimento personalistico “En Marche!” destinato a mettere all’angolo proprio il Partito socialista francese. L’appoggio pubblico di Renzi per il rampante politico francese che vuole “chiudere definitivamente con il ‘900” (una modalità molto in voga oggi per dire che si vuole recidere definitivamente ogni legame con il mondo del lavoro), non è ovviamente mancato.

La battaglia per la sopravvivenza politica di Matteo Renzi si lega quindi indissolubilmente alla dialettica interna nella famiglia socialista europea, in cui è in atto uno scontro tra la fazione che vorrebbe rivisitare in chiave critica le politiche di austerity e in generale il modello della “terza via” blairiana (i Labour di Corbyn, i socialisti portoghesi e la nuova guardia francese), e chi vorrebbe proseguire sulla via tracciata da quell’impianto ideologico.

Il problema, nel caso italiano, è che gli “scissionisti del Pd”, in primis lo stesso D’Alema, furono i precursori italiani della “terza via”, di cui la fondazione dello stesso Pd fu probabilmente il mal concepito prodotto ultimo. La scissione di oggi, non a caso, non riesce a supportarsi di tesi politiche di sostanziale “rottura” con l’impianto renziano, che è in ultima analisi soltanto l’estremizzazione di un’impostazione che ha contraddistinto l’azione di governo del centro-sinistra italiano nell’ultimo quindicennio. La ricaduta, almeno nella proiezione pubblica, di un’operazione che avviene per incompatibilità personali piuttosto che politiche, è quindi un prezzo che inevitabilmente pagheranno gli ex-DS.

Ma di questo parleremo in un’altra occasione.

Adriano Manna

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