Il ruolo dello Stato al tempo dell’economia digitale

Con le attuali trasformazioni tecnologiche – digitalizzazione, automazione, capitalismo delle ‘piattaforme’ – la funzione dello Stato cambia radicalmente: da regolatore del lavoro, l’intervento pubblico diventa il presupposto dell’esistenza stessa del lavoro. Socializzare la ricchezza prodotta è l’unica strada per stabilire un equilibrio tra produzione e consumo ed evitare catastrofi sociali infinitamente peggiori di quelle già in atto.

di Mario Dogliani*

 

1.- La politica e la cultura italiana avrebbero bisogno di una voce che riempia di figure l’oscurità indistinta e scacci i fantasmi.

Anche molti tra coloro che cercavano di comprendere con spirito libero la verità delle sfide che il mondo di oggi propone erano – fino a non molto tempo fa – spaesati, balbettavano, fuori di sé, discorsi che non erano i loro, non riuscivano a chiudere il cerchio tra i dati della realtà e le proposte politiche se non compiendo un salto fideistico in un qualcosa che in futuro sarebbe dovuto intervenire (la “ripresa” da “agganciare”, un “nuovo capitale umano” che avrebbe incontrato “una nuova domanda di lavoro prodotta dall’automazione stessa”…). Oppure evocavano politiche di giustizia affidate più ai sentimenti che al realismo (e dunque cieche nei confronti dei duri vincoli che lo stato delle cose impone). In questo clima una parte della sinistra credeva di potersi dimostrare utile perché – sulla base della sua tradizione, orientata allo sviluppo delle forze produttive e alla modernizzazione – pensava di essere più brava (e dunque anche più equilibrata e saggia) nell’applicare le ricette del neoliberismo.

Il thatcheriano «non c’è altra soluzione» bloccava le menti, e rendeva (non plausibili), ma spendibili nel discorso pubblico evidenti sciocchezze, come la prospettiva di superare la disoccupazione e il precariato di intere generazioni con le start-up o similia. O come le lamentele sulla mancanza di alta formazione adeguata, contraddetta dalle migliaia di giovani altamente formati che emigrano ogni anno, e che dunque a qualcosa sono adeguati. L’elenco delle sciocchezze e dei pannicelli caldi evocati per affrontare la crisi potrebbe continuare all’infinito.

Questo clima di mancanza di verità – nello scrutare il futuro e nel giudicare il passato, che nulla ha a che fare con l’autolesionismo -, questo blocco della critica (è bloccata anche quella che non lesina parole, ma che si arresta all’occorrismo o a qualche gioco di parole fideistico) produce un contesto malato in cui hanno libero corso le menzogne, che trasformano il conflitto politico in un gioco a chi le spara più grosse. Sul «reddito d’inclusione (Rei)» – per l’introduzione del quale buona parte del merito va riconosciuto all’Alleanza contro la povertà – si è abbattuto il polverone del «reddito di cittadinanza». E’ ovvio che è troppo facile dire che 780 euro a tutti sono meglio di 485 a qualcuno; e che è bellissimo avere pensioni minime a mille euro, e che sarebbe un paradiso pagare una tassa sui redditi solo del 15%, senza spiegare come si coprirà il buco di 40 miliardi di mancati introiti per lo Stato. Ma questa è purtroppo la condizione del dibattito pubblico in Italia.

2.- Oggi sta venendo a maturazione la consapevolezza che le politichette non servono a niente: sono solo frastuono. Nulla di nuovo, ma sta acquisendo consensi una prospettiva che fino a non molto tempo fa era considerata – per via del fideismo di cui si è detto – apocalittica. Il discorso sulle disuguaglianze, moralmente e politicamente inaccettabili ed economicamente dannose (FMI) si è diffuso per la forza e l’evidenza delle cose (e per un buon lavoro intellettuale che è stato svolto), e ha innescato una trasformazione molecolare (direbbe Gramsci) in alcuni settori delle scienze sociali, ma anche nella società, che ha diffuso la consapevolezza del fatto che il lavoro manca (con tutti i disastri sociali che ne conseguono) non a causa di qualche strozzatura del sistema economico-finanziario (autocorreggibile dal sistema stesso e dalla sua appendice politica), ma semplicemenete perché non è più necessario[1]. Tutti vedono i capannoni abbandonati, le filiali delle banche chiuse (e quelle non chiuse, vuote), i locali dei negozi sfitti. Tutti leggono sui giornali articoli come quello intitolato Paradosso Germania: l’economia è in volo e le aziende licenziano[2] in cui l’amministratore delegato di Deutsche Bank dichiara – dopo aver richiesto novemila esuberi già nel 2015 – che «siamo troppo basati sul lavoro manuale, il che ci rende inefficienti. C’è molto che possiamo imparare dalle macchine e possiamo fare molta meccanizzazione … Diamo lavoro a novantasettemila persone e la maggior parte dei nostri competitori ha metà di quei dipendenti». Con un surplus di bilancio di 31,5 miliardi di euro la Germania potrebbe tranquillamente procedere verso l’obiettivo della piena occupazione. E invece, nello stesso articolo, si legge che l’ amministratore delegato di Siemens sta per annunciare seimila esuberi perché la robotizzazione procede a ritmi talmente prodigiosi da consentirgli di risolvere molti problemi eliminando posti di lavoro. E così, tutti sanno che – da noi – Intesa-San Paolo sta licenziando 9.000 dipendenti; che il piano Transform di Unicredit prevede la chiusura di 883 filiali (con 6.500 licenziamenti entro il 2019, dopo 3.900 licenziamenti già concordati), che la grande distribuzione, i supermercati, sono in crisi per le vendite on-line (in Italia non ancora, ma si legge sui giornali che la catena di grandi magazzini Macy’s taglierà, negli Usa, 5mila posti di lavoro), che i camion che si guideranno senza conducente lasceranno disoccupate centinaia di migliaia di persone … Tutti sanno che questo fenomeno è in atto da anni[3], eppure si è continuato erroneamente a confidare in una mitica ripresa che avrebbe rimesso le cose a posto.

I motivi di questa nuova consapevolezza che si sta via via radicando sono molto semplici. Di una semplicità disarmante, lapalissiana. Ma occultati (come nel passato) da una rete armatissima di depistaggi, di complicazioni e di astruserie gergali di cui la finzeconomia è maestra.

Si possono così riassumere:

Il cd. capitalismo digitale (le macchine che dialogano con le macchine) permette già oggi – e sempre più permetterà in futuro – una illimitata produzione di merci.

Ma contemporaneamente produce una diffusa, e ormai evidentissima, eccedenza di lavoro; e sempre più la produrrà in futuro.

La conseguente disoccupazione genera una riduzione della massa salariale: sia per il minor numero degli occupati, sia per l’influenza che l’esercito di riserva, sempre più ampio e disperato, avrà sui salari degli occupati. Ciò produce una riduzione della domanda di merci, e dunque l’impossibilità di assorbire le merci prodotte.

Non solo. Il risparmio di lavoro così spasmodicamente ricercato produce una riduzione della raccolta previdenziale e del gettito fiscale. L’una e l’altra stanno generando ulteriore povertà, sotto forma di minori pensioni e di minori servizi pubbici. Il che, di nuovo, produrrà minore domanda.

Il capitalismo digitale sta dunque tagliando il ramo sul quale è seduto. E’ destinato al fallimento[4].

3.- Si aprono due strade:

  1. a) La prima – come si è detto – è quella attualmente seguita: di vagheggiare che il capitalismo digitale produrrà nuovi lavori e dunque la richiesta di nuovo lavoro, che sostituirà quello perso. Ma quali evidenze empiriche sostengono questa tesi? Ad oggi è una infondata capriola nell’utopia. E in ogni caso “nel lungo termine saremo tutti morti”, e anche se non lo fossimo, nulla assicura che saremo tutti occupati, come ben sapevano i bambini di Dickens che nei fetidi cortili di Londra sopravvivevano a latte annacquato e oppio in attesa dei benefici della già iniziata rivoluzione industriale.

Questa strada, già oggi pienamente in atto, comporta che – in attesa del miracolo atteso – gli espulsi, gli scartati, gli inutili (che oggi non vengono neppure più chiamati “lavoratori”, perchè vengono considerati una “razza” antropologicamente inferiore[5], come è tra le righe delle teorie meritocratiche) vengano tenuti chiusi in una riserva indiana, nella condizione di precari, sottopagati, neet (not engaged in education, employment or training), vagabondi …. Occorre avere ben chiaro che questo comporta, già oggi, che venga consapevolmente coltivata (dagli apparati politico-comunicativi dominanti) la consapevolezza della loro “inutilità”, e la loro apatia[6]: non solo attraverso la rappresentazione della fine della speranza, instillata dalla alienante cultura dell’evasione, ma attraverso il loro abbrutimento morale, intellettuale e fisico (alcool, droghe …). Uno degli aspetti più tragici della crisi sociale degli USA è il crollo nell’aspettativa di vita dei maschi adulti, bianchi, privi di educazione, a causa dell’abuso di oppioidi. Perché non si dà alla cronaca nera (spaccio, baby gang …) lo status di descrizione di un modo d’essere ormai stabile di una quota rilevante della nostra società?

L’orizzonte non lontano sembra dunque essere quello di una società quale descritta, nel 1981, da Carpenter nel film 1997: Fuga da New York e, poi, nel 1996, in Fuga da los Angeles (seguito del precedente). Le capitali del mondo circondate da mura altissime e trasformate in penitenziari dove gli “scartati” vivono nell’anarchia assoluta. E’ di questi giorni la notizia che Carpenter sarà produttore esecutivo di un rifacimento di 1997: Fuga da New York, nel quale, sembra, la situazione sarà rovesciata: New York una città sicura, ma murata e poliziesca, governata da un’intelligenza artificiale, e il resto del mondo in preda al caos e percorso da immensi numeri di migranti.

  1. b) La seconda strada che si prospetta è quella di creare uno Stato in grado di socializzare la ricchezza prodotta dalle macchine e redistribuirla sotto forma di lavoro dignitoso, utile per la società e prezioso e gratificante per chi lo compie. Questo richiede uno Stato fortissimo, in grado di utilizzare la tassazione, e contestualmente il più largo possibile sistema di incentivi, per socializzare – anche, per quel che si potrà, volontariamente (o meglio, su induzione fiscale) – la ricchezza prodotta.

Oggi sembra fuori dall’immaginabile. La finanziaria varata nel 2012 da Hollande prevedeva un’aliquota al 75% per i redditi superiori al milione di euro. Ma la mesta fine dello stesso Hollande sembra dimostrare il velleitarismo, oggi, del disegno. Che non è però certo nuovo. Se allo scoppio della grande crisi del 1929, negli Stati Uniti, l’aliquota massima era al 24%, già nel 1932 era del 63%. Con Roosevelt l’ascesa delle aliquote è continuata. Nel 1945 ha toccato il 94%. Ancora negli anni sessanta – presidenza Eisenhower (1953 – 1961) – i più ricchi degli statunitensi hanno continuato a pagare più del 90% sulla parte più alta dei loro redditi. L’aliquota massima è poi scesa, rimanendo però intorno al 70%. Solo con gli anni ottanta si è attestata sul 28%.

4.- Socializzare la ricchezza prodotta: esattamente il contrario di quanto si sta facendo ora. Ma è l’unica strada per stabilire un equilibrio tra produzione e consumo ed evitare catastrofi sociali infinitamente peggiori di quelle già in atto.

Come è possibile raggiungere questo obiettivo? Innanzi tutto tenendo ben fermo che è un obiettivo generale. Dei lavoratori, ma anche dei capitalisti (siamo più moderni: del money manager capitalism) perché alla fine del tunnel c’è il caos per tutti. Dal che deriva che un compromesso razionale è possibile. In altri termini: non è più vero che «non c’è altra soluzione». Il tempo della «necessità» thatcheriana è finito. A meno che i money manager non siano disposti a trasformarsi in dittatori schiavisti di una società dell’1% (e della minoranza connessa), posto che una tale società possa sussistere. E a meno che la grande maggioranza degli “altri” non sia disposta ad accettare questo stato di cose.

5.- Il nuovo compromesso sociale ruota attorno ad un complessivo riorientamento fiscale. Non consiste nel tassare la tecnologia (“tassare i robot”), ma nello spostare il prelievo dai redditi di lavoro all’intero valore aggiunto (V. Visco), così appunto da socializzare la ricchezza prodotta dalle macchine che dialogano con le macchine. Allo scopo – cuore del compromesso – di finanziare lavori buoni e utili, essenziali per il duplice fine di tutelare la dignità degli esseri umani e di sostenere solidamente la domanda. Lo spostamento del prelievo all’intero valore aggiunto deriva direttamente, come antidoto, dalla premessa (compensare la robotizzazione del lavoro umano), ma potrebbe non essere sufficiente per raggiungere il duplice obiettivo – che ribadiamo, non è solo etico-politico, ma innanzi tutto economico – della creazione politica della piena occupazione e della conseguente creazione di una adeguata domanda. E’ infatti necessario compensare non solo la robotizzazione in corso e futura, ma anche quella passata, generatrice della attuale disoccupazione e precarizzazione A tal fine non si dovrà temere di progettare più tasse sulla ricchezza (finanziaria e immobiliare, oltre un ragionevole limite), sull’uso di materie prime non rinnovabili (carbon tax…) e su posizioni di rendita (come i grandi del web).

Tutto ciò non richiede affatto – giova ripetere ciò che dovrebbe essere già chiaro – alcuna politica “luddista” o comunque limitativa nei confronti della robotizzazione, o comunque di una politica attiva dello “Stato innovatore”[7]. Anzi. L’automazione, il capitalismo digitale, andrà avanti per la sua strada, sostenuto dallo Stato innovatore. Ma questo stesso Stato, dotato di un’altra base sociale[8] e quindi di un’altra cultura, si porrà la domanda di chi sia in grado di acquistare le merci sempre più abbondanti prodotte senza lavoro umano, e quindi senza salari distribuiti. Quella dello Stato innovatore e dello Stato presupposto della stessa esistenza del lavoro sono due strade diverse, destinate però ad incontrarsi per evitare il disastro di tutti. Qui non si ipotizza una società senza salariati e classi in senso economico, come nello scritto citato di Paolo Sylos Labini, ma solo si fa riferimento ad una parte del suo discorso, e cioè al fatto che non si può non ammettere la necessità di uno Stato, munito di poteri coercitivi, che provveda ad una redistribuzione della ricchezza prodotta dalle macchine. E qui si aggiunge – deviando dal suo discorso, e (forse) politicamente impoverendolo – che si assume come criterio di razionalità della redistribuzione quello della creazione di un equilibrio tra offerta e domanda.

6.- Molte strategie andranno combinate per raggiungere quel duplice obiettivo, etico-politico ed economico, investendo la ricchezza così recuperata: riprendere con decisione la strada dell’attuazione dei diritti sociali (sanità, istruzione, previdenza, cura degli anziani e degli ammalati cronici, reddito di base in caso di disoccupazione involontaria, abitazione…); riduzione d’orario e redistribuzione del lavoro; ma soprattutto – e in primissimo luogo – organizzazione da parte della P.A. (e dei privati che vorranno collaborare, fiscalmente agevolati) di politiche di investimento (ricerca di base e applicata, opere infrastrutturali, energetiche, idrogeologiche, antisismiche, urbanistiche, di produzione di beni culturali, di tutela dei beni medesimi, dell’ambiente…) che generino quel lavoro retribuito che il mercato, spontaneamente, non riesce a richiedere e a retribuire.

7.- Tale linea collide frontalmente con quella che vuole ulteriormente «affamare la bestia» (lo Stato) per lasciare che ognuno si possa godere il proprio reddito (in realtà: perchè coloro che hanno redditi se li possano godere come vogliono). Ed è bene che gli elementi di tale scontro frontale vengano delucidati esattamente, articolando il punto precedente, così da rendere chiaro a tutti che la linea dell’individualismo egoista, più che un delitto, è un errore (direbbe Talleyrand). E così ovviamente da conquistare il consenso popolare, oggi sideralmente lontano da questi discorsi.

8.- Dal punto di vista del costituzionalista tutto ciò significa che – se è certo che «non vi è probabilmente nulla al mondo che in qualche tempo o in qualche luogo non sia stato oggetto di un agire di comunità di gruppi politici» (per noi, oggi, di Stati), anche se è molto meno certo che, oggi, di fronte a poteri economici e tecnologici sovranazionali di dimensioni irresistibili, gli Stati abbiano «la capacità specifica di avocare a sé tutti i contenuti possibili di un agire di gruppo» (Weber) – oggi gli Stati, e particolarmente quelli democratici, si trovano di fronte alla necessità razionalmente imprescindibile di avocare a sé un compito nuovo, ulteriore rispetto ai compiti che le cd. democrazie avanzate attualmente svolgono: la necessità di compiere uno sforzo immane per edificare lo Stato capace di creare, di “far essere” il lavoro necessario alla società. Compito del tutto nuovo, perché finora il lavoro era prodotto direttamente dai bisogni sociali: allo Stato il compito di coercirlo, di organizzare il dominio su di esso, più recentemente di tutelarlo e di redistribuirne i frutti. Ma qui si tratta di organizzare artificialmente la possibilità che il lavoro stesso resti una possibilità per gli esseri umani.

9.- Si deve ribadire che lo Stato da edificare non è lo Stato datore di lavoro in ultima istanza, come lo intendevamo nel quadro del Welfare. E’ lo Stato creatore delle condizioni per l’esistenza del lavoro stesso. Per l’esistenza di un lavoro fruibile da tutti, e come tale fondamento della società. La Res publica non può più fondarsi sul lavoro come un dato “naturale” (per quanto sfigurato dalle regole dei diversi sistemi di produzione), ma è necessario che si fondi su un dato artificiale: il lavoro reso possibile dall’azione della Repubblica stessa. E’ uno sforzo immane. Ma sarà la necessità a imporlo. E’ sotto gli occhi di tutti che quello che viene definito “l’Occidente” è dominato dalla paura. Da una paura viscerale che la vicenda dei migranti, da sola, non riesce a spiegare. Si tratta infatti della paura derivante dalla constatazione di non avere un futuro, di non avere alcun controllo sui destini propri e dei propri figli. Questo essere gettati nel caos, con la nascita, nella civiltà industriale, era uno dei temi su cui i rivoluzionari d’inizio Novecento facevano leva, memori delle certezze, per quanto miserrime, che invece offriva la società contadina.

10.- Per chiarire il punto si potrebbe dire che l’umanità si ritrova in condizioni simili a quelle in cui trovava ai tempi dei grandi imperi idraulici. Nilo, Tigri, Eufrate, erano la vita. Ma la rete artificiale dei canali che distribuivano l’acqua nel deserto erano lo strumento politico che, esso solo, permetteva di fruire di quella vita. Oggi il Nilo, il Tigri, l’Eufrate sono le macchine. Si tratta di costruire i canali politico-amministrativi che consentano a tutti di godere della loro esistenza.

Si potrebbe obiettare: ma questa prospettiva è angosciante, siamo molto oltre il Leviatano. Prefigura un mostro interposto che realizza il governo delle macchine sugli uomini.

Non è vero: ciò che è assolutamente necessario è una struttura artificiale, politica per evitare innanzi tutto la barbarie e la tirannia di una piccola minoranza e, contestualmente, per rendere possibile il lavoro come condizione per la vita libera e dignitosa e lo sviluppo della personalità umana. Il centro della proposta è la libertà. Perché dovrebbe essere un Faraone a reggere una tale struttura? Perchè non potrebbe essere un sovrano democratico, in un consesso di sovrani democratici?

Ma allora: da dove incominciare?

11.- Va preparato il terreno inducendo una rivoluzione dell’immaginario costituzionale. Le ipotesi tuttora circolanti di sciogliere lo Stato nella società civile composta di singoli sovrani portatori di diritti individuali, ma non di domande politiche collettive, va messa da parte citius quam qui maxime perché è il brodo di coltura di tutte le illusioni. Oggi tutto il “bene” è spostato sull’individuo, sui suoi diritti, sulla società come luogo della sua sovranità, sul mercato, sulle virtù imprenditrici, sulla giustizia del “caso per caso”. Tutto il male, invece, sullo Stato e sui suoi organi, sulla legge, sull’uguaglianza, sulla pubblica amministrazione, sull’azione collettiva…

Il cammino è lunghissimo, ma i costituzionalisti – recuperando il senso profondo della politica che avevano i fondatori della scuola italiana del diritto pubblico – non possono non farsi parte di un progetto di socializzazione della ricchezza prodotta dalle macchine che miri a mantenere viva l’idea secondo cui l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, perché il lavoro è l’essenza del legame sociale. E nel farsi parte di questo progetto, con altri e con la politica stessa, essere quella viva vox che scaccia le oscurità e i fantasmi.

12.- Una cosa è certa. Il primo obiettivo è stabilire un nuovo compromesso sociale che soddisfi contemporaneamente i due fini di cui si è detto. Compromesso sociale vuol dire costituzione materiale. E della costituzione materiale non si può fare a meno. Perchè ci sia una politéia è necessario che sia un políteuma – anzi politéia e políteuma sono la stessa cosa – ci diceva Aristotele duemilacinquecento anni fa. Dunque la prima cosa da evitare, assolutamente e a ogni costo, è mettere mano alla costituzione formale. Oggi abbiamo una costituzione formale fondata solo sullo stallo: resiste solo perché le parti sociali sono in surplace (come nei duelli epici di Maspes e Gaiardoni, in pista, fermi; e quello di Maspes con Rousseau, che durò 27 minuti). Se si rimettesse incautamente mano alla costituzione formale si disintegrerebbe quel quasi-nulla che resta del sistema politico-costituzionale italiano.

 

Note

[1]: Sulla sostituzione del lavoro umano attraverso le macchine vasta eco ha avuto il Rapporto del McKinsey Global Institute, A future that works automation, employment, and productivity, gennaio 2017, www.mckinsey.com/mgi., che stima il 49% degli attuali lavori sostituibili dall’automazione.

[2] Pubblicato su la Repubblica, 9 novembre 2017.

[3] E’ del 1985 il breve, magistrale, saggio di Paolo Sylos Labini, Valore e distribuzione in un’economia robotizzata, in «Economia politica» (3), 1985, p. 359 ss., sul quale cfr. di recente, Juan Carlos De Martin, Automazione e disoccupazione tecnologica. Il divario digitale italianohttps://plus.google.com/share?url=http://contropiano.org/documenti/2017/01/15/automazione-disoccupazione-tecnologica-divario-digitale-italiano-3-087923

Tra i giuristi italiani, il problema è stato recentemente affrontato di petto da Mario Barcellona, Tra impero e popolo. Lo stato morente e la sinistra, Castelvecchi, 2017, p. 214 .

La diminuzione di occupati tra il 1990 e il 2015, nelle prime industrie italiane, è stata la seguente: Poste italiane da 237.00 a 144.000; FF.SS da 186.000 a 65.500; Telecom da 127.000 a 52.500; Finmeccanica da 58.500 a 29.500.

Per quanto riguarda la Fiat: nel 2003 gli occupati nel settore auto erano, in Italia, 44.653 (su 174mila occupati totali nel mondo), mentre nel 2015 sono meno di 23mila (su 225.587 complessivi). E di questi quasi la metà è in cassa integrazione o in contratto di solidarietà. Fonte: Mediobanca, cit. da Mario BarcellonaTra impero e popolo, cit .

[4] Per una recente discussione, cfr. The Guardian, UK’s poorest to fare worst in age of automation, thinktank warns, https://www.theguardian.com/technology/2017/dec/28/uks-poorest-to-fare-worst-in-age-of-automation-thinktank-warns?CMP=Share_iOSApp_Other, che riporta i dati di uno studio dell’IPPR (Institute for Public Policy Research), secondo il quale il «44% of jobs in the UK economy could feasibly be automated, equating to more than 13.7 million people who together earn about £290bn (miliardi)».

[5] V. la pungente critica di Michele Serra alla posizione reazionaria di Tom Wolfe, I radical chic e l’errore di Tom Wolfe, su la Repubblica, 5 gennaio 2018

[6] Secondo il Rapporto 2016 Young Workers Index di PricewaterhouseCoopers, in Italia il 35% dei giovani tra i 20 e i 24 anni non studia, non lavora e non sta effettuando stage, https://www.pwc.co.uk/services/…/young-workers-index.html

[7] Mariana MazzucatoLo Stato innovatore, Laterza, Bari, 2014.

[8] Il “blocco sociale post-liberista” di cui parla Mario Pianta, sbilanciamoci.info/15-anni-euro-intervista-mario-pianta/

 

*Articolo pubblicato su sbilanciamoci.info del 17 gennaio 2018.

Fonte originale: http://sbilanciamoci.info/ruolo-dello-al-tempo-delleconomia-digitale/