Il significato di Coalizione Sociale

Nelle ultime settimane sono stati pubblicati sulla stampa e sul web una miriade di articoli dedicati alla questione della coalizione sociale, ora sembra utile trovare un filo rosso che leghi alcune di queste prospettive sul tema alle riflessioni fatte nello scorso intervento a commento dello sciopero Unions. Ripartiamo da: supplenza—incontro—conflitto, cercando di approfondire l’analisi.

 

SUPPLENZA_crisi di rappresentanza? I “dati di fatto” di cui prendere atto

La crisi della forma partito novecentesca, l’unica che ha saputo dare sostanza democratica alle istituzioni rappresentative nel secondo dopoguerra, è stata superata in questi vent’anni da forme organizzative totalmente postdemocratiche (partiti-azienda, personali, populisti ecc.).

D’altra parte, a livello sociale, come sostiene A. De Nicola: “l’assenza di movimenti di massa, unita alla crisi strutturale del sindacato tradizionale, pongono in Italia il problema di ricostruire un nuovo agire organizzativo che sappia ad un tempo mettere in collegamento la fitta rete di esperienze di autorganizzazione sociale di cui è caratteristico il nostro paese, ed immaginarne di nuove, corrispondenti alla nuova composizione del lavoro.” (http://www.dinamopress.it/news/lorizzonte-delle-coalizioni-sociali)

La scommessa, in tal senso è che la via d’uscita dalla profonda crisi di rappresentatività delle istituzioni (politiche e sindacali) possa partire da una svolta organizzativa e culturale di una parte del sindacato. La Fiom di Landini in questi anni si è dimostrata consapevole di non essere più in grado di relazionarsi con buona parte delle nuove condizioni lavorative (varie forme di precariato e non lavoro) e in questi mesi si è convinta di poter riaprire la partita della rappresentanza a livello sociale.

Come sostiene Marco Bascetta, ad essere del tutto venuta meno nel contesto postfordista è “la netta distinzione tra dimensione sindacale dei bisogni e dimensione politica della coscienza”. E d’altronde è anche l’autorappresentazione del lavoro dipendente, ormai puro residuo del sistema fordista, ad essere cambiata, “non più interamente centrata sull’identità conferita dal lavoro, ma arricchita da domande culturali, …. da desideri di libertà, e aspirazioni di crescita individuale che mal si conciliano con i “sacrifici” sempre più pesanti, scambiati con il mantenimento del posto di lavoro.” http://www.euronomade.info/?p=4555.

In questa situazione manca oggettivamente un’alternativa culturale in grado esprimere nuova soggettività e in prospettiva di incidere sulle condizioni future dei lavoratori.

Il tentativo di “ricomporre il sindacale con il sociale, e poi il sociale con il politico” è interessante perché non aggira la necessità di un cambio di paradigma organizzativo e culturale.

 

INCONTRO_come si costruisce una coscienza comune

Il punto di partenza è rimettere al centro il lavoro nelle sue molteplici forme, cercando la riaffermazione della dignità dei lavoratori, aggregare formazioni fino ad ora sconnesse, per creare una realtà policentrica, plurale e rappresentativa di un comune sentire (tutto da costruire!!). Per far ciò è necessario ricomporre le formazioni—riorientando in una direzione comune ciò che oggi presenta tendenze centrifughe, o cmq contrastanti. Pombeni, citando un esempio spiazzante, ma interessante, ipotizza che Landini starebbe cercando di fare con la sinistra Pd quello che i “Comitati Civici” cercarono di fare con la DC fra il 1948 e i primi anni Sessanta del secolo scorso: “puntando sulla forza e sul radicamento sociale dell’Azione Cattolica, Luigi Gedda mise in piedi una potente macchina propagandistico-elettorale che voleva contemporaneamente aiutare la DC a vincere le elezioni e condizionarla nella formazione delle sue liste e nella determinazione della sua linea politica.” http://www.mentepolitica.it/articolo/la-eterna-questione-della-forma-partito/417

Questo percorso serve a costruire un comune sentire, ad ingaggiare quella lotta necessaria per riconoscere nella propria condizione sociale quelle storture comuni. E tuttavia, ci si muove in un percorso estremamente accidentato.

A chi rivolgersi? V’è il rischio di associarsi secondo una visione monolitica del lavoro, non tenendo conto della nuova situazione produttiva del tutto composita; e d’altra parte quello di fare riferimento a “soggettività quasi metafisiche” estremamente ampie, società civile o popolo sovrano, che non descivono alcuna realtà socio-politica realmente esistente. In tal senso, riprodurre di nuovo la retorica della società civile onesta, contrapposta alla politica partitica corrotta, significherebbe cadere ancora una volta nell’inganno populista della distinzione politica ridotta a semplice moralismo, perfettamente identificabile con il marketing trasversale degli attuali partiti pigliatutto.

Inoltre per quanto concerne il rapporto con la politica, Landini sembra aver capito la necessità di aggirare i partiti, evitando l’ennesima alleanza elettorale senza prospettive.

I margini elettorali, e soprattutto la corrispondenza con i fenomeni reali, si assottigliano sempre di più, e tuttavia le microliste che restano in piedi pretendono di improvvisare accordi elettorali, senza pensare a costruire visione comune che superi le loro piccole identità rimaste.

 

CONFLITTO_come si riparte nell’immediato

Una dimensione determinante per ricostruire una coscienza comune è quella narrativa, che si impone nei media. Agire sulla narrazione significa imporre una differente agenda politica, con altre priorità, iniziando dalla dignità del lavoro. E un punto determinante per ridare significato alla conflittualità politica consiste nel ribaltare il principio: quello che va bene per l’impresa, va bene per i lavoratori.

La novità di cui i “ceti oppressi” devono prendere coscienza sta nella natura espropriante della crisi in atto: secondo Alfio Mastropaolo siamo di fronte a un processo redistributivo su scala globale dal basso verso l’alto che vuole rovesciare le conquiste raggiunte nel novecento. E per ribaltare questa situazione bisogna organizzarsi riconoscendo le potenzialità emancipatorie che i partiti hanno avuto per le masse nel novecento (http://ilmanifesto.info/aggirare-per-cambiare/)

Inoltre, sempre a livello narrativo, non si deve consentire al governo Renzi di riproporre la contrapposizione tra progresso dei riformatori e opposizioni conservatrici.

Su questo, il punto di rottura con la narrazione mediatica sta nell’uso del termine “cambiamento”. Innanzitutto non ogni movimento è cambiamento, e la sua corsa continua nasconde un drammatico tapis roulant, che ci condanna all’immobilismo delle condizioni culturali e materiali. E soprattutto non ogni cambiamento è un avanzamento che ci emancipa. I cambiamenti della condizione dei lavoratori negli ultimi decenni, in particolare dopo la crisi economica, sono stati una straordinaria regressione sotto molti punti di vista. Sembra di affacciarsi a uno splendido Ottocento.

Quindi è necessario rifiutare radicalmente la linea del cambiamento a prescindere, perché esistono alternative.

Da questo presupposto basilare sarà poi possibile dare un contributo fondamentale alla riscrittura dell’agenda politica del paese, e alla costruzione di una massa critica, che incalzi gli attori politici nei partiti, come emerge dalla sintesi dell’intervento fatto in piazza del Popolo da Stefano Rodotà http://www.libertaegiustizia.it/2015/03/29/stefano-rodota-fare-massa-critica-per-decidere/

Perché la politica sia democratica vi deve essere adeguata rappresentazione della società, decisioni responsabili delle istituzioni di governo, scandite dai necessari controlli. La sfida che si pone per la sinistra politica e sociale a venire, è uscire con una forma organizzativa autenticamente democratica, e con una nuova coscienza politica.

@nickcooka

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