Il successo poco appariscente dei socialisti e dei curdi sotto il fascismo turco

Di Levent Cakir*, membro del comitato direttivo dell’HDK-A (Congresso democratico dei popoli-Europa) e rappresentate dell’HDK-HDP per l’Italia.

I risultati della recente tornata elettorale del 24 giugno, accolti da un coro di polemiche, hanno riconfermato alcuni dati che da anni caratterizzano la politica in Turchia, e dall’altro hanno proposto nuovi elementi su cui occorre riflettere per rilanciare l’azione politica, in particolare quella dell’HDP, nel prossimo futuro.

Per capire la portata di questa nuova prospettiva è necessario però ripercorrere quanto accaduto negli ultimi anni, a partire dalle elezioni del 7 giugno 2015. Si è trattato infatti di una data epocale, quando l’ingresso dell’HDP in parlamento, una forza nata grazie alla convergenza tra il movimento di liberazione curdo e varie componenti della sinistra socialista, ha determinato per la prima volta la perdita della maggioranza da parte dell’AKP, il partito di Recep Tayyip Erdoğan. Allora Erdoğan ha capito come il maggiore ostacolo alla realizzazione dei suoi progetti dittatoriali fosse proprio questa forza eterogenea e variopinta, che raccoglie curdi, socialisti, rivoluzionari, aleviti, donne e molte altre componenti, che da sempre si trovano ai margini della società e della politica in Turchia.

Intanto, la sconfitta inflitta a Kobane all’ISIS e all’Esercito Libero Siriano, sponsorizzati dalla Turchia, da parte dell’unione delle forze curde, rivoluzionarie e internazionaliste, dopo un lungo assedio tra il settembre del 2014 e il gennaio del 2015, aveva significato la fine dei piani fatti da Erdoğan per raggiungere una risoluzione della crisi siriana che gli fosse favorevole. Per l’aspirante Sultano era inaccettabile essere sconfitto su entrambi i fronti. Il conto di questa sconfitta è stato in primo luogo presentato al suo alleato Fetullah Gülen e al suo movimento, con l’accusa di non obbedire agli ordini, di sabotare le operazioni militari, e di aver così determinato la sconfitta in territorio siriano. La risposta da parte del movimento di Gülen non si è fatta attendere. Prima la colpa dei fallimenti militari è stata data alla corruzione che imperversa nel paese e che a più riprese ha coinvolto esponenti del governo in grossi scandali. In un secondo momento è poi passato all’azione. Il movimento di Gülen, con l’appoggio degli Stati Uniti, voleva infatti abbattere il governo di Erdogan per proseguire la guerra in Siria in modo più risoluto e portare a termine il progetto di costruzione di uno stato islamico. Per fare questo si è quindi arrivati al tentativo di rovesciamento del Governo, tramite il colpo di stato del luglio 2016, il quale è fallito grazie alla capacità di Erdoğan di trovare nuovi alleati.

Sul piano internazionale è stata la Russia a correre in soccorso di Erdoğan, all’interno invece è stato l’ultra-nazionalisa Doğu Perinçek, comunque legato alla Russia, in funzione anti-NATO,  a dare sostegno al traballante potere di Erdoğan, sostegno questo che è andato ad aggiungersi a quello già garantito dal partito fascista dei Lupi Grigi, il MHP. Il tentato golpe si è quindi rivelata una benedizione Erdoğan, il quale, con la proclamazione dello stato di emergenza, a partire dal 16 luglio del 2016, ha potuto concentrare tutte le proprie energie nella repressione dell’HDP, il vero responsabile della crisi nel quale si era venuto a trovare.

Il piano di Erdoğan è apparso immediatamente molto lucido: occupare il Rojava e annientare l’HDP impedendo che potesse nuovamente superare la soglia di sbarramento, che in Turchia è al 10%. Facendo riversare i propri simpatizzanti nelle strade, organizzati in gruppi paramilitari e galvanizzati dall’ideologia islamico-fascista del governo, si è consumata a più riprese una nuova ‘notte dei cristalli’, con quasi 400 sedi dell’HDP devastate. A ciò si è rapidamente aggiunto l’arresto dei due copresidenti del partito, Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, e 12 parlamentari sono stati dichiarati decaduti dalla loro carica, tra cui anche la copresidente Yüksekdağ. L’ondata della repressione si è abbattuta con una ferocia inaudita, in una sola notte sono stati arrestati quasi cento sindaci, quasi sedicimila impiegati comunali sono stati sospesi dalle proprie funzioni. Delle 150.000 persone fermate quasi 15.000 attivisti e dirigenti dell’HDP sono stati arrestati. A ciò si è aggiunta la distruzione delle città curde lungo il confine con la Siria, sono stati rasi al suolo le città di sette province, ciascuna con più di 100.000 abitanti provocando l’evacuazione o il trasferimento di quasi 700.000 persone. Negli scontri che hanno accompagnato le operazioni dell’esercito lungo il confine siriano, sono morte 11.000 persone, tra soldati, guerriglieri e civili (senza contare le devastazioni provocate dalla recente occupazione del cantone di Afrin, in Rojava).

Nell’arco di una notte sono state chiuse 42 università, 46 canali televisivi, centinaia di case editrici e siti internet, in questo modo il governo ha imposto un controllo ferreo ai media. La libertà d’espressione è stata drasticamente limitata, al punto che è sembrato che l’unica cosa che si potesse ancora dire liberamente fosse rivolgere insulti nei confronti dell’HDP. Anche fare attivismo attraverso i social media è diventato in breve tempo impossibile: ogni giorno centinaia di persone venivano fermate o tratte in arresto a causa dei materiali da loro condivisi, senza che però questo potesse soffocare il dissenso.

La risposta alla repressione si è organizzata naturalmente con maggiore facilità all’estero, dove l’HDP e il movimento curdo sono riusciti ad aprire in una sola notte 6 TV (nonostante la resistenza opposta dalla Francia). Erdoğan ha quindi deciso che era venuto il tempo di intensificare la propria strategia. Il piano di Erdoğan consisteva nel tornare alle urne e riprendere l’opera di costruzione della propria dittatura, interrottasi nel 2015, conquistando la maggioranza in Parlamento e introducendo un sistema presidenziale, grazie al supporto dei propri alleati: l’MHP, la Russia e i suoi burattini, guidati da Perinçek, all’interno. Si è così venuta a creare una situazione inedita, se con l’uso della violenza il Sultano riusciva a sottrarre voti all’HDP nelle regioni del Kurdistan, cioè del sud-est della Turchia, in occidente il consenso nei confronti dell’HDP cresceva in misura maggiore, al punto da compensare i voti persi altrove.

L’HDP è così riuscito a resistere a questa improvvisato epigone di Hitler. Il risultato è consistito in più di un milione di voti ottenuto dall’HDP nella parte occidentale del paese, dove la popolazione è prevalentemente turca. L’HDP è infatti riuscito ad aumentare il numero dei propri voti in quest’ultima tornata elettorale.

Erdoğan quindi, nonostante sia riuscito a raggiungere l’indiscutibile successo dell’elezione a Presidente della Repubblica al primo turno, ha perso la maggioranza parlamentare ed è adesso costretto a ricorrere all’appoggio dei propri alleati, il MHP. Possiamo parlare quindi di una vittoria parziale, l’AKP, rispetto alle ultime elezioni ha perso il 7%, e l’alleanza AKP-MHP è passata dal 65% al 52%. E ciò nonostante il monopolio dei media e una propaganda avvelenata protrattasi per ben sedici lunghi anni. Il successo più grande conseguito dall’HDP è stato quello di scardinare una visione politica che ha portato la Turchia a un passo dal diventare come il Libano, un paese spaccato lungo linee etniche e confessionali, dove i Turchi votano per i partiti turchi, i Curdi per quelli curdi, i sunniti per i partiti sunniti, e gli aleviti per i partiti aleviti. I socialisti sono riusciti, in questo clima militarizzato e inquinato dalla propaganda sciovinista, a portare al movimento curdo un milione di voti, ottenuti da parte di segmenti della popolazione turca tradizionalmente distanti dalle sue rivendicazioni.

Se è vero quindi che non siamo nemmeno riusciti a sconfiggere Erdoğan e a liberarcene, è altrettanto vero che, nonostante la violenza, non è riuscito a piegarci, ed è da qui che dobbiamo ripartire per disegnare il futuro e la strategia da seguire nelle battaglie che ancora ci aspettano.

Per poterlo sconfiggere occorrerà costruire alleanze più vaste, tessere una trama di forze più larga, che avvicini agli ideali dell’HDP forze che da sempre se ne tengono lontane.

Il bilancio delle ultime elezioni ci spinge a considerare la necessità di costruire un’alleanza per la democrazia che abbracci tutte le forze che si oppongono al regime di Erdoğan, come i Kemalisti e l’İYİ Parti, il partito staccatosi dall’MHP sotto la guida di Meral Akşener.

Si tratta naturalmente di una strada difficile da percorrere, che presuppone un processo di maturazione e democratizzazione politica da parte di tutti i soggetti che potrebbero essere coinvolti in questa alleanza e in cui l’HDP si deve impegnare attivamente e senza riserve.

Questa strada, lo sappiamo, non condurrà alla rivoluzione, ma consentirà almeno allo stato di tornare a una piena normalità in termini di tutela delle libertà democratiche borghesi e ci permetterà finalmente di fermare il fiume di sangue apparentemente inarrestabile che da anni scorre in Turchia, per rifondare il dominio dello stato di diritto e costruire un futuro nel quale valga la pena di vivere.

 

*Traduzione in italiano di Alessandro Nobili per il sito www.rifondazione.it