Il voto in Germania e le crepe nascoste nella locomotiva d’Europa

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Il voto in Germania, tenutosi domenica scorsa, ha ridisegnato il Bundestag tedesco in maniera del tutto inedita per una democrazia che dal dopoguerra ad oggi verteva sostanzialmente sul bipartitismo Cdu/Spd. Una dicotomia, questa, che aveva già manifestato segnali di crisi, come dimostrava la necessità di formare una “Grosse Koalition” tra i due principali attori della politica tedesca, al fine di garantire la governabilità della locomotiva d’Europa.

di Adriano Manna

Il risultato di domenica sembra in primo luogo bocciare senza appello proprio i due partiti moderati, che escono da questa consultazione con le ossa rotte. Specialmente i social-democratici, col loro 20,5% (-5,2% rispetto al 2013) registrano il record negativo assoluto dal dopoguerra ad oggi.

Anche la Cdu della Cancelliera Angela Merkel registra una fortissima emorragia di consensi, scendendo al 26,8% (-7,3%) a tutto vantaggio del nuovo attore della politica tedesca, la formazione di estrema destra AfD, che entra per la prima volta in parlamento registrando un clamoroso 12,6%, che gli vale ben 94 deputati.

 

L’estrema destra come nuovo competitor politico

AfD deve il suo successo, almeno stando alle prime analisi dei flussi di voti, alla capacità di insidiare i tradizionali bacini elettorali della Cdu, specialmente nell’est del paese. Ma non finisce qui: anche una parte del bacino elettorale della Spd sembra essere approdato nell’estrema destra, optando a sorpresa per una proposta politica molto confusa, populista e incentrata in primis sull’emergenza immigrazione, preferendo questa alla formazione della sinistra radicale della Die Linke.

Stando alle prime dichiarazioni post-voto, tutti i partiti giurano di escludere a priori il partito di estrema destra come potenziale partner per una coalizione di governo, ma l’AfD avrà in ogni caso raggiunto il risultato di aver spostato il baricentro politico del paese nettamente a destra, come dimostra la probabile entrata nel governo dei liberali in sostituzione degli (sbiaditi) social-democratici.

Se proprio in queste ore si sta consumando una prima frattura nel partito populista tra ala moderata e componente più marcatamente xenofoba, questa è probabilmente dovuta alla diversa visione strategica su chi vorrebbe rendere questo un partito sistemico, in grado di consolidare strutturalmente il consenso raggiunto una volta passata l’emergenza immigrazione, anche in Germania sapientemente amplificata dai Media, e chi vorrebbe conservare il carattere di partito di protesta e anti-sistema.

 

I partiti della “Grosse Koalition” sono i veri sconfitti

Anche se in termini percentuali l’arretramento più vistoso è quello della Cdu, in termini assoluti il vero disastro politico è quello della Spd guidata da Martin Schulz: dopo le prime settimane di campagna elettorale dove sembrava registrare una crescita dei consensi, la formazione di centro-sinistra è rimasta impantanata dall’impossibilità di presentarsi, da partner di governo quale era, come una credibile alternativa ai cristiano-democratici.

L’Spd ha già annunciato la propria indisponibilità a riproporre l’alleanza con la Merkel, anche perché un suo ingresso nel governo renderebbe l’AfD il primo partito di opposizione in Parlamento, con tutti i benefit previsti dal sistema costituzionale tedesco per chi ricopre questo ruolo. Tuttavia la strada verso una riconquista del proprio elettorato sembra tutta in salita, vista la riluttanza di ampi settori del partito nel voler avviare una seria autocritica sull’impianto liberista ispirato alla “terza via”, che ha contraddistinto l’azione di governo social-democratico negli ultimi 15 anni almeno.

Pensare che il ritorno al ruolo di opposizione possa essere sufficiente per recuperare il consenso smarrito potrebbe rivelarsi un’illusione: la crisi delle social-democrazie europee ha dimostrato di essere occasione di rigenerazione solo per quelle esperienze, come quella dei Labour inglesi o dei socialisti portoghesi, che ne hanno approfittato per avviare una rigorosa autocritica sul neo-liberismo e sulla posizione assunta dalle stesse nei confronti del rapporto tra Stato e Mercato, e più in generale tra Capitale e Lavoro.

Per la Merkel l’unica opzione praticabile sembrerebbe oggi quella di costituire un’alleanza “Jamaica”, dal colore delle forze che andrebbero a comporre la coalizione del governo (il nero della Cdu, il giallo dei liberali ed il verde dei Verdi), col difficile compito per la Cancelliera di mediare tra due partner con forti divergenze programmatiche su molti punti nodali dell’azione di governo.

 

Gli effetti sul quadro europeo

Lo spostamento a destra del quadro politico tedesco potrebbe avere, già nell’immediato, rilevanti effetti sulla governance europea; il partito liberale Fdp, destinato a meno di clamorose sorprese ad essere il primo partner di governo dei cristiano-democratici, non ha mai fatto mistero di non gradire la politica economica “accomodante” messa in atto dal governatore della Bce Mario Draghi, accusandolo di aver immesso nel sistema una liquidità eccessiva e più in generale di aver smarrito la via del rigore verso i paesi dell’Eurozona. Se da una parte questo scenario di governo, che vedrà probabilmente proprio un liberale a capo del dicastero delle finanze, si rende compatibile con una accelerazione verso l’idea dell’integrazione a velocità differenziate in Europa, dall’altra è un campanello d’allarme per quei paesi, come la Grecia, che faticosamente stanno tentando di rientrare nei parametri invocando un minimo di flessibilità.

 

La Linke tiene e cresce, ma non sfonda

La Die Linke, partito erede della Pds dell’Est, raggiunge un ragguardevole 9,2% su base nazionale, il suo secondo miglior risultato di sempre.

Comparato al vero e proprio terremoto politico che ha colpito la Spd, il risultato della sinistra radicale tedesca è senz’altro positivo: c’è una tenuta complessiva della macchina del partito in tutti i suoi consolidati bacini elettorali, specialmente ad est dove in molte regioni è risultato il secondo partito più votato in assoluto, registrando significativi incrementi rispetto alle passate consultazioni politiche.

Eppure, la frattura est/ovest sembra destinata ad essere ancora per molto tempo il vero freno ad una definitiva ascesa del partito di sinistra verso l’olimpo della politica tedesca. Esplicativo in tal senso il voto a Berlino, dove la Linke è cresciuta considerevolmente in tutta la zona est della città, rimanendo al palo nell’ovest: si potrebbe quasi definire tutto questo un’eredità di lungo periodo del muro abbattuto nell’ormai lontano 1989.

La piccola ma significativa emorragia di voti della Spd verso AfD (che secondo le prime analisi dei flussi si dovrebbe attestare intorno al 2%) è comunque un campanello di allarme per la stessa Die Linke: Perché settori popolari, già orientati al voto in senso progressista (almeno nella sua accezione di cultura politica) hanno preferito ascoltare le sirene della destra xenofoba invece che optare per una proposta di sinistra non compromessa e attenta alle esigenze delle classi subalterne?

Una domanda a cui sembra urgente trovare risposte in tempi brevi.