Il voto in Olanda come termometro politico dell’Europa

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Quasi 13 milioni di elettori olandesi, oggi, sono chiamati alle urne per rinnovare i 150 seggi della Camera bassa del Parlamento (l’unica direttamente eleggibile), i seggi chiuderanno alle 21, quando saranno diffusi i primi exit-poll. L’obiettivo è arrivare ai fatidici 76 seggi, necessari per governare da soli, ma che raramente il vincitore delle elezioni ha mai raggiunto, con la natura proporzionale del sistema che incoraggia a una coalizione tra i vari partiti.

Un po’ di numeri. Venti saranno i distretti elettorali, tra cui uno che comprende i comuni caraibici di Bonaire, Saba e St. Eustatius. In particolare, saranno 388 i comuni dei Paesi Bassi, oltre ai tre caraibici già citati: cioè, da riclassificazioni comunali, molto meno rispetto alle elezioni nel 2012, quando i comuni erano 415. Saranno invece 28 i partecipanti, un record per il dopoguerra, al pari del 1971 e 1981. Restano comunque lontani i 53 competitors del 1922. In totale, i candidati saranno 1116, di cui 393 donne e 723 uomini. La maggior parte del partito laburista: 171. Numero esiguo per il Partito liberale (VDP): uno solo. Sia il candidato più anziano (93) come il candidato più giovane (16), si trovano sulla lista del Partito per gli animali.

Sebbene i  numeri iniziali prospettassero un voto giovane, la realtà è ben diversa. Considerata una generale scarsa propensione alla partecipazione elettorale da parte dei neomaggiorenni, quasi un quarto degli elettori avrà almeno 65 anni (il 24%), una crescita del 2% rispetto al 2012. Sono, infine, 70mila gli elettori all’estero che si sono registrati, molti di più rispetto alla precedente edizione (appena 40mila).

Stamane l’apertura delle urne, che registrano da subito un’affluenza più alta nelle grandi città. A Rotterdam, in media, sono di più le persone che votano nelle prime ore. Quattro anni e mezzo fa, l’affluenza alle ore 10 era circa del 10%. Oggi alle 10:05 aveva già votato il 12,3%.

Intorno alle 10:15 il comune di Utrecht ha registrato un aumento del 16 per cento. Amsterdam è arrivata nel corso della giornata con tassi intermedi di frequenza. In precedenza, il comune di Groningen aveva già dato risultati preliminari di affluenza: circa 8,45-6,7% degli elettori ha votato, contro il 5,5% del 2012.

In generale, sebbene l’Olanda sia economicamente in ripresa dalla crisi, il ritratto che ci arriva da questa elezione è di una società sempre più insicura e frammentata, spingendo tutti i partiti a puntare sul tema della convivenza e coesione sociale alle prossime elezioni.

La vigilia è stata caratterizzata principalmente dalla partecipazione all’ultimo dibattito pubblico da parte del leader PVV Geer Wielders, rappresentate dell’estrema destra xenofoba nel paese e posto nei sondaggi fra i più attesi (e temuti) protagonisti di oggi. Sono stati infatti i suoi temi a tener banco durante la campagna elettorale, tra integrazione, rifugiati ed Islam, imponendo la sua agenda anche agli avversari, chiamati a scendere sul campo per rispondere concretamente ad una vasta porzione di popolazione che vede nel biondo candidato la valvola di sfogo di un malessere verso l’Europa tutta.

La verità, è che qualunque sarà il risultato, da subito si dovrà affrontare lo scottante tema della coalizione: nessuno è abbastanza forte da poter governare da solo, ma al contempo troppi partiti nella storia del paese hanno pagato lo scotto di coalizioni improbabili o compromettenti. Un discorso valido sia a destra che a sinistra. Tra i primi, Gert-Jan Segers dall’Unione cristiana e il primo ministro Mark Rutte del VVD hanno  già assicurato che la loro reciproca simpatia, potrebbe sfociare in un accordo. L’invadente presenza di Wielders ha infatti messo in crisi il partito d’estrazione religiosa, ponendolo di fronte allo “existenzielles Problem” che l’Islam porrebbe nella società olandese e verso il quale Segers si sarebbe finora mostrato del tutto cieco.

Come si stanno attrezzando, invece, le forze di sinistra per fare fronte agli effetti di un sommovimento che ha elementi in comune con quello di altri stati europei, ma altresì rapidamente e profondamente radicatosi nella “pancia” del paese?

Cominciamo dalla parabola del Partito del Lavoro. Alle elezioni di quattro anni fa, il partito si era aggiudicato 38 seggi, rimontando in campagna elettorale sotto la guida del leader Diederik Samson, con un programma che puntava a un’Olanda “più forte e più sociale”. Oggi, secondo le proiezioni ne otterrebbe appena 12.

Che cosa è successo? Nella coalizione di governo con il VVD, il PvdA si è trovato a supportare un programma di impronta liberista che ha promosso lo spostamento delle responsabilità del proprio inserimento sociale e lavorativo dalla collettività all’individuo in nome della cosiddetta “società della partecipazione” (che in Olanda significa soprattutto partecipazione al mondo del lavoro o al volontariato). In concreto, i laburisti si sono trovati a promuovere l’innalzamento dell’età pensionabile, pesanti tagli alla cultura e il decentramento di diverse funzioni assistenziali e relativi oneri alle municipalità. Tentativi di introdurre elementi di progressività quali un innalzamento dei premi per l’assicurazione sanitaria per i redditi più alti sono stati, invece, stroncati dall’alleato di centrodestra. Nel frattempo, le tensioni xenofobe sono state cavalcate dall’estrema destra, sia nei confronti delle minoranze etniche storicamente presenti in Olanda, sia in relazione alla cosiddetta crisi dei rifugiati, vissuta con sentimenti contrastanti anche se con forti slanci di solidarietà. Il leader del PvdA Samson è stato, inoltre, il promotore dell’accordo della UE con la Turchia che baratta respingimenti di migranti con l’accoglimento di quote controllate di richiedenti asilo – accordo contestato da numerose organizzazioni umanitarie in Olanda e fuori dal paese perché basato del presupposto della Turchia “paese sicuro”. Una tensione ulteriormente acuita dagli eventi di questa settimana.

Al fine di risollevare le sorti del partito, nel dicembre scorso il PvdA ha eletto alla carica di segretario al posto di Diederik Samson l’attuale ministro degli affari sociali Lodewijk Asscher. La contesa tra i due rivali si è retta più su una generica istanza di rinnovamento della leadership per arginare il tracollo di consensi, che su temi effettivi. Tuttavia sul piano mediatico Asscher si è già contraddistinto per un’offensiva sul tema della limitazione dell’immigrazione dagli altri paesi UE, un cavallo di battaglia che ha caratterizzato negli anni passati il suo dicastero. La libera circolazione dei lavoratori è per l’esponente laburista, che ha scritto in merito alle organizzazioni politiche consorelle degli altri paesi UE, un “modello di business” fondato sui bassi salari, da ripensare e limitare fortemente. Anche se basata su considerazioni “sociali”, l’iniziativa appare come una chiara strizzata d’occhio alla parte più euroscettica e xenofoba dell’elettorato.

Un altro tema di richiamo sul quale Asscher ha puntato è la lotta all’elusione fiscale da parte delle grandi multinazionali (l’Olanda è uno dei maggiori paradisi fiscali per le imprese del continente), arrivando a proporre un’aliquota del 60 per cento per i redditi superiori ai 150mila euro annui al fine di ricavare 300 milioni “per la cura amorevole degli anziani”. Argomenti che toccano il cuore di un paese caratterizzato da forti sentimenti egualitari e che non si rassegna allo smantellamento di un welfare sempre più bistrattato dai governi, compreso quello del quale lo stesso PvdA ha fatto parte. Ma, dopotutto, cosa non si prometterebbe in caso di elezioni?

Detto del vecchio Tulipano rosso, ecco il nuovo pronto ad avanzare. Il trentenne verde Jesse Klaver, detto il “Justin Trudeau olandese”, sembrerebbe destinato ad avere successo, con la possibilità di triplicare il suo attuale numero di seggi. La GroenLinks combina il classico programma verde con punti di vista classici della sinistra. Le lotte di partito per una svolta energetica, tasse più alte per le società ricche e di grandi dimensioni, nonché più soldi per l’assistenza. Un successo che potrebbe portarlo anche ad aver voce come leader d’opposizione.

Infine, sullo sfondo, ma neppure troppo, resta la crisi diplomatica fra Olanda e Turchia.  Le polemiche, scoppiate in seguito al divieto di atterraggio che le autorità olandesi hanno emesso venerdì scorso nei confronti di un aereo che avrebbe dovuto portare il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, a Rotterdam per un comizio, hanno portato ad  una situazione senza precedenti. Ulteriormente aggravatasi quando, a distanza di 24 ore, la ministra per le politiche sociali e famigliari, Fatma Betul Sayan Kaya, è stata fermata alla frontiera insieme al suo staff e giornalisti al seguito, per poi essere scortata in territorio tedesco nonostante fosse a bordo di auto con targa diplomatica e in possesso di passaporto diplomatico e fosse diretta presso il consolato turco di Rotterdam.

Dopo la decisione presa ieri da Ankara di sospendere le relazioni ministeriali tra i due Paesi e di chiudere lo spazio aereo per i diplomatici olandesi, ieri il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, ha alzato ancora i toni contro il governo dell’Aia, riaprendo una vecchia ferita che risale alla guerra nell’ex Jugoslavia. “Non si spara sulla Croce rossa neanche in guerra, ma l’Olanda è capace anche di questo – ha detto – conosciamo gli olandesi dai tempi di Srebrenica. In quell’occasione abbiamo conosciuto la loro natura e il loro carattere, quando hanno lasciato che 8 mila musulmani bosniaci venissero massacrati senza muovere un dito”. Dall’Europa debole, dichiarazioni deboli: vedremo se oggi riceverà la medicina o la cicuta.

Lorenzo Carchini

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