Immigrati e cittadini di serie B nella Germania dell’era Merkel

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Il 24 settembre, la Germania voterà per rinnovare i 630 posti del suo parlamento, il Bundestag. Angela Merkel, a torto o ragione la più importante figura di stato che quest’epoca consegnerà alla storia, parte con tutti i favori del pronostico e dei sondaggi; gode di buona stampa e la “locomotiva d’Europa” è cresciuta ulteriormente aprendo a programmi elettorali incentrati su immigrazione, integrazione e tagli fiscali. Anche l’economia tedesca, immancabilmente, gode di buona stampa, eppure nel cuore del paese esistono grandi differenze sociali a cui si somma l’arrivo di nuova popolazione.

di Lorenzo Carchini

Quella tedesca, infatti, è una società sempre più condivisa. Stato centrale ed autorità locali hanno speso, nel solo 2016, circa 20 miliardi di euro per ospitare e nutrire i profughi. In realtà questa cifra mostra soltanto lo sforzo “ufficiale”, che costituisce solo una parte dei mezzi messi a disposizione per quel milione di migranti giunto dall’autunno 2015.

Se quell’entusiasmo che aveva contraddistinto i primi giorni, con l’arrivo nelle piattaforme della stazione di Monaco, è ormai svanito, l’intero apparato di volontariato non ha mai cessato di operare. Un compito sempre più difficile, ma possibile. “Wir schaffen das”, possiamo farcela, questa era stata la parola d’ordine di Angela Merkel. Se i risultati le hanno dato ragione è proprio grazie a questa vasta mobilitazione che ha tuttavia diviso l’elettorato.

Secondo Stefan Kornelius, del giornale Suddeutsche Zeitung (vicino al centrosinistra): “Angela Merkel non ha deciso di aprire i confini, erano aperti. Non ha deciso di chiuderli, ma non aveva scelta. Non poteva fare altrimenti. S’immagina la polizia tedesca che usa la forza contro queste centinaia di migliaia di migranti?”.

Senza chiamare in causa gli schiamazzi dell’estrema destra, la questione rifugiati è senz’altro un elemento trainante la silenziosa campagna elettorale tedesca in vista del 24 Settembre. L’accordo con la Turchia di Erdogan ha prodotto degli effetti, riducendo notevolmente il numero di migranti in arrivo ogni anno, ma la Cancelliera, pur in contrasto con Seehofer (leader della CSU colosso bavarese del centrodestra cattolico), si è rifiutata di fissare un limite ufficiale, provvedendo però a snellire le procedure di deportazione ai confini per coloro cui sia rifiutato l’asilo.

La questione politica dietro il fenomeno migratorio, però, si mostra ben più complessa. Accusata, da destra, di indebolire l’identità tedesca, lontana dalla sinistra, incapace di unire il tema alla lotta sui diritti dei lavoratori tedeschi, la stessa Merkel ha ammesso che una situazione come quella del 2015 non dovrà ripetersi.

Tuttavia, i nuovi arrivati gradualmente si integrano. Al 30 Giugno, le domande di asilo rifiutate sono state 100mila, di cui “solo” 32mila con espulsione immediata. Gli altri, vuoi per motivi medici, per mancanza di documentazione, oppure semplicemente per la volontà di alcuni Lander, restano e finiscono per farsi una vita, imparano la lingua e permettono ai propri amici di impararla a loro volta, si trovano un lavoro e talvolta si ricongiungono con i familiari.

Questo, però, riguarda i nuovi arrivati e l’influsso che essi hanno avuto ed avranno sulla società e la politica tedesca. Un’altra parte della complessa società teutonica, seppur inserita nel grande e capillare sistema di welfare, è diventata dalla crisi in poi una base politica in cerca di una voce. Nonostante la Germania si sia affermata come il paese più resiliente alla crisi dell’Eurozona e la crescita economica tedesca continui a superare se stessa, la povertà tra i tedeschi non è mai scomparsa.

Secondo i dati di quest’anno, il 15,7% dei tedeschi è povero o a rischio povertà. Si tratta di quasi 13 milioni di persone che, tra povertà assoluta e relativa costituiscono un’ampia fetta della società che della corsa sfrenata della locomotiva non mangia che la polvere.

Ad oggi, in Germania ci sono 5,9 milioni di persone che percepiscono il sussidio per la sussistenza di base, detto Hartz IV. Si tratta del 7% della popolazione, tra cittadini tedeschi (4,5 milioni) e stranieri (1,4 milioni). Considerando le rigidità del sistema amministrativo-burocratico nazionale ed i rigidi requisiti per ricevere la somma, possiamo affermare con una certa sicurezza che buona parte di queste persone, fra cui rientrano anche i figli di disoccupati, vivano sulla soglia della povertà. A maggior ragione per quei 2,6 milioni di cittadini che, ormai di fatto esclusi dal mercato del lavoro, accedono al sussidio da molto tempo.

La Hartz (dal nome del manager della Volkswagen, Peter Hartz, che il Cancelliere Schröder mise a capo di una commissione ad hoc) costituisce uno dei pilastri della Agenda 2010, quell’epocale ristrutturazione del welfare tedesco che avrebbe portato in un decennio la Germania riunificata da “malato” a “locomotiva” del Vecchio Continente, smantellando lo stato sociale della Germania Ovest puntando su produttività ed occupazione.

Quello che la fenomenale riforma non riuscì a prevedere, è stata la differente distribuzione delle ricchezze nel paese, facendo sì che non tutti potessero trarre i dovuti benefici dalla costante crescita economica. Proprio durante il decennio dell’Agenda, il numero dei poveri è raddoppiato e costituisce oggi il 9,7% dei lavoratori tedeschi. La percentuale non è solo più alta di quella di Francia e Regno Unito, ma anche di paesi come Ungheria e Cipro.

Uno studio BCE del dicembre 2016 ha confermato che la ricchezza privata dei tedeschi non è solo più bassa di quella di italiani e francesi, ma è anche una delle meno distribuite d’Europa. Il 10% della popolazione possiede gran parte del capitale privato, mentre il 40% dei tedeschi possiede meno dell’1% della ricchezza privata dell’intero paese. Con un 7% di persone che vivono di sussidi e un 40% che possiedono molto poco, la quantità di tedeschi che dipendono o potrebbero in maniera rapida finire per dipendere dallo Stato è elevata, con effetti diretti non solo a livello economico, ma anche politico.

D’altro canto, la storia della Germania “a due velocità” sin dalla riunificazione è nota. I Bundeslander della ex DDR non hanno smesso di patire problemi strutturali, comparendo spesso nelle prime posizioni delle classifiche della povertà per reddito. Se guardiamo, però, al potere d’acquisto anche alcune zone dell’area occidentale del paese (in particolare la Ruhr, con la crisi di alcune realtà industriali) hanno visto un drammatico abbassamento del potere d’acquisto. Le aree di povertà più ampie dal punto di vista geografico rimangono comunque a Est, a partire dagli stati federali Sachsen-Anhalt e Mecklenburg Vorpommern. I due Länder sono quelli che, nelle elezioni locali del 2016, hanno visto l’affermazione della nuova destra populista: rispettivamente il 24,3 % e il 20,8% dei voti.

Perfino le città hanno alti tassi di povertà. E’ proprio nei centri urbani dove lo specchio economico-sociale si fa più ampio: da una parte le comunità di immigrati, dall’altra il proletariato bianco tedesco. Un esempio interessante è quello della capitale, Berlino, che racchiude in sé i due habitat principali nei quali si sviluppa la povertà in Germania:  la periferia metropolitana ed i territori ex DDR. Lo scorso settembre AfD ha raccolto il 14,2% nelle elezioni locali della capitale. Le roccaforti dell’estrema destra si sono rivelate essere le periferie della vecchia Berlino Est. AfD è spesso riuscita a essere il primo partito nei seggi dei quartieri Pankow e Marzahn-Hellersdorf, pur rimanendo isolata nel successivo gioco di alleanze. Ancora più significativi sono stati i risultati a Marzahn Nord, l’area più periferica, dove il 36,5% degli abitanti vive con il sussidio Hartz IV. A Marzahn Nord AfD ha sfondato il muro del 30%, raggiungendo il 35% in alcuni seggi.

Un’affermazione spinta dal rifiuto della Willkommenspolitik, la politica d’accoglienza della Cancelliera, non soltanto stimolando gli istinti securitari ed identitari, bensì quelli relativi all’accesso al welfare e alla competizione nell’accesso ai lavori meno remunerati. Risultati talvolta ottenuti sul terreno di scontro della sinistra Die Linke, la cui proposta punta a unire le rivendicazioni socio-politiche dei ceti meno abbienti tedeschi e delle comunità immigrate in Germania, unica forza di sinistra concretamente mossasi in questa direzione. La linea etnica tracciata dal populismo nella critica all’establishment ha però sottratto consensi, approfittando anche di diverse contraddizioni della stessa sinistra sui temi della difesa della laicità e delle dinamiche culturali dell’integrazione.

Esiste, dunque, una Germania sommersa, fatta di cittadini che vivono in un limbo burocratico-assistenziale in cui non sono più favorite la dignità e l’autonomia personale e in cui l’umiliazione e il risentimento diventano velocemente i sentimenti dominanti, con sussidi “ereditati” dai genitori, sintomo di una scala mobile sociale tutt’altro che funzionante, ma che mostra il suo volto più tetro soltanto nelle aree più depresse del paese, permettendo alla campagna elettorale di rinviare ulteriormente il dibattito sul disagio sociale.

Nel corso di questo 2017, inoltre, il clima politico nel paese è cambiato rispetto agli ultimi due anni, quando l’emergenza profughi e la crisi del debito greco hanno avuto pesantemente influito sul dibattito pubblico. Angela Merkel e la CDU si presentano così alle urne praticamente senza avversari – considerando che quel 28% di prossimi astenuti è una maggioranza sì, ma per definizione senza rappresentanza – con la possibilità di sottolineare i molti aspetti positivi del paese, guardando più indietro, a quanto fatto, che in avanti, dai matrimoni gay alla riduzione dell’età pensionabile, all’introduzione del salario minimo, realizzate con la collaborazione della SPD.

Proprio il patto con i cristiano-democratici ha acuito la crisi del partito socialdemocratico, bloccato nei sondaggi al 25% nonostante la candidatura dell’ex presidente dell’Europarlamento Martin Schulz. La sua promessa di “giustizia sociale” come pernio della campagna elettorale (con la fine del gender gap nei salari ed il miglioramento delle condizioni dei lavoratori), considerando la sua presenza fissa nel governo in 15 degli ultimi vent’anni (assicurandosi il Ministero del Lavoro e degli Affari Pubblici), pone un profondo problema di credibilità. Criticare la mancata coesione sociale nel paese, infatti, equivale a denunciare il proprio stesso fallimento nella riforma del mercato del lavoro.

Un’istanza avanzata ad esempio dalla sinistra Die Linke, tra i primi a denunciare una serpeggiante diseguaglianza sociale. Il partito si era detto contrario alla liberalizzazione del mercato del lavoro sin dal 2004, durante le prime fasi di riforma, continuando la propria battaglia condannando l’espansione del settore a basso e bassissimo salario, considerando come responsabili le politiche SPD.

Anche lo scorso 3 Settembre, nell’unico dibattito televisivo tra Merkel e Schulz, si è visto come SPD e CDU abbiano una sostanziale unità su temi come politica estera e immigrazione, limitando i reciproci attacchi in poco più che schermaglie o meri tecnicismi. Non si creda, tuttavia, che la corsa per il Bundestag sarà del tutto insignificante; al contrario, con l’AfD, l’ascesa dei liberali di FDP ed i Verdi (entrambi validi candidati all’alleanza con CDU), è assai probabile che il Parlamento avrà al suo interno la più alta varietà di partiti dal 1949 ad oggi, garantendo un dibattito tra opposti dal quale potrebbe emergere il futuro della “locomotiva”.