“Nel sud Europa si concepiscono i presupposti per un nuovo ciclo politico”. Intervista a Marco Damiani

L’Europa sta vivendo un momento drammatico, stretta tra i populisimi che la minacciano dall’interno e l’incapacità di rinnovare le proprie politiche di austerità che si sono rivelate fallimentari. In questo quadro la sinistra non sa fornire alcuna risposta e lascia la protesta e la difesa dei diritti sociali alle formazioni di estrema destra.

Per avere un quadro più chiaro abbiamo intervistato Marco Damiani, ricercatore all’Università di Perugia, autore di La sinistra radicale in Europa (Donzelli, 2016). Con il quale abbiamo parlato delle imminenti elezioni in Francia e Germania, dello stallo in Spagna, e sopratutto di cosa succederà in Italia dopo il referendum costituzionale della scorsa domenica, rigettato dalla maggior parte degli italiani.

Intervista di Giacomo Pellini 

 

Nella letteratura politologica si fa spesso riferimento alla crisi delle sinistre europee. Quali sono a tuo avviso le ragioni del declino?

Io tendo a leggere il destino delle sinistre europee attraverso due elementi. Uno strutturale e l’altro contingente. Quello strutturale riguarda la crisi delle ideologie che caratterizza i regimi politici occidentali post-bipolari (successivi alla guerra fredda), laddove l’implosione dei sistemi a socialismo reale ha definitivamente abbattuto la possibilità di costruire regimi politici alternativi alla democrazia capitalista. In realtà, questa possibilità, in Europa politicamente irrealizzabile già dalla fine della seconda guerra mondiale, mostra un epilogo che porta una data precisa: 9 novembre 1989, con la caduta del muro di Berlino e la successiva disgregazione dei paesi dell’Unione sovietica. Con la fine del “Secolo breve” si perde ogni possibilità (auspicabile o meno) dell’alternanza di sistema e l’ideologia di mercato diventa l’unico campo di battaglia nel quale impostare la ricomposizione della proposta politica. Da questo punto di vista, la sinistra radicale ha resistito, seppur incontrando serie difficoltà organizzative ed elettorali, mentre la sinistra riformista, socialista e socialdemocratica, rischia di incappare in un progressivo slittamento identitario, che limita la possibilità di organizzare una nuova e più efficace piattaforma politica.

E il secondo elemento?

Il secondo elemento, invece, ha a che vedere con i cicli della produzione economica capitalista. Nelle fasi espansive, la sinistra è in condizioni di beneficiare di una maggiore capacità di sviluppo, in ordine, soprattutto, all’estensione dei diritti sociali di cittadinanza in un sistema di protezione sociale a maglie strette. Questo processo, che si sviluppa in determinati periodi storici come tentativo interno ai regimi democratici di redistribuire le ricchezze prodotte a vantaggio delle classi sociali meno abbienti, subisce ripercussioni fortemente recessive nei periodi di depressione economica, nel corso dei quali si registra una progressiva restrizione del modello di welfare (questa volta) a svantaggio delle classi popolari. Nelle fasi recessive dell’economia capitalista, le ripercussioni sui singoli sistemi politici nazionali producono conseguenze negative per tutti i partiti della sinistra europea, che a fronte delle crescenti difficoltà di ordine economico non riescono a svolgere il ruolo della regolazione politica e sociale.

É cambiato qualcosa, negli ultimi anni, rispetto a questo scenario?

Rispetto a questo scenario, sul principio degli anni Duemila, si produce la crisi economica, cosiddetta, della “Grande recessione”, esplosa negli Stati Uniti dopo il crollo della Lehman Brothers e poi velocemente allargatasi all’intero continente europeo. La crisi che colpisce l’economia capitalista all’inizio del terzo millennio, per durezza e austerità paragonabile soltanto a quella della “Grande depressione” del 1929, conferma il quadro precedentemente descritto: a) accelerando la torsione della sinistra riformista su opzioni politiche di tipo tendenzialmente neoliberiste (ossia, contrazione della regolazione sociale avviata dall’attore pubblico e ampia libertà d’azione al mercato e ai suoi principali attori protagonisti); b) contraendo il sistema di protezione costruito attorno alla formula dello Stato sociale. In questa prospettiva, la crisi del modello dell’organizzazione politica Otto-Novecentesca, evidenziata con grande efficacia da Marco Revelli in Finale di partito (2013), arriva a compimento provocando importanti difficoltà a tutte le famiglie politiche della sinistra europea.

É la crisi il “motore” che porta le sinistre radicali dell’Europa del sud ad aumentare i consensi?

Nel sud Europa, proprio dove gli effetti della crisi economica producono i risultati peggiori, in regime post-ideologico, si concepiscono i presupposti per l’avvio di un nuovo ciclo politico. È in questo scenario che si producono le fratture che portano alla nascita di Syriza (in Grecia) e di Podemos (in Spagna). Laboratori politici, quelli sviluppatisi in alcuni paesi della sponda nord del Mediterraneo, che fanno riferimento a rinnovati “blocchi sociali”, i quali, lungi dal rappresentare l’omogeneità interna della classe operaia di tradizione novecentesca, si identificano attorno a soggetti collettivi eterogenei composti da studenti, inoccupati, disoccupati, casalinghe, operai, impiegati, artigiani, libero professionisti, piccoli e medi imprenditori molto diversi per istruzione, cultura politica e stili di vita, ma improvvisamente accomunati dagli effetti negativi della crisi economica e finanziaria e perciò stesso tutti alla ricerca di un’uscita favorevole dalle condizioni di difficoltà contingenti. In questo contesto – come provo ad esplicitare nel mio libro su La sinistra radicale in Europa (2016) – alcuni partiti della new left riescono a svolgere il ruolo del “community organizer” (Alinsky 1971), mostrandosi capaci d’interloquire con un’ampia pluralità di categorie sociali, per poi capitalizzare un ampio successo anche in termini elettorali. L’obiettivo di questi partiti è quello di ricostruire un popolo, mettere a sistema diversi interessi diffusi e, a partire da questo, candidarsi a fornire rappresentanza politica alle rinnovate e molteplici istanze provenienti dal basso.

Perché in Italia questo modello non ha avuto successo?

In Italia, questo processo di riaggregazione politica non porta a risultati comparabili a quelli di Grecia e Spagna, in parte perché gli esiti della crisi non sono tanto disastrosi quanto quelli registrati in quei territori (in Italia, il sistema industriale riesce a difendersi nonostante le difficoltà di tenuta rilevate in primo luogo nelle regioni del sud) e in parte perché il modello di welfare mix (costruito attorno alla tripartizione pubblico-privato-familiare) si dimostra ancora in grado di tamponare gli effetti dannosi altrove prodotti dalla crisi, registrati soprattutto in termini di stagnazione economica e di aumento dei tassi di disoccupazione. In particolare, per quanto riguarda il caso specifico dei partiti della sinistra radicale, in Italia, entrano in gioco altre tre variabili fondamentali.

Quali sono queste variabili?

Innanzitutto, le numerose scissioni interne ripetutamente verificatesi all’interno dei partiti della sinistra radicale italiana finiscono con l’indebolire tali formazioni politiche, che proprio per questo motivo si trovano spesso in condizioni di estrema difficoltà anche organizzativa. In secondo luogo, il ricambio della classe politica non ha avuto esiti positivi come in altri paesi, non riuscendo a produrre leader forti, a legittimazione interna-esterna, né un gruppo dirigente capace di guidare la transizione in corso. Infine, terza variabile, in Italia, a differenza degli altri paesi dell’Europa meridionale, si registra l’improvviso successo di un movimento-partito, il Movimento cinque stelle, che si colloca (in parte) nello spazio tradizionalmente occupato dalle organizzazioni politiche della sinistra radicale, concentrando per lo più su di sé il voto di protesta anti-establishment.

Gli italiani hanno rigettato la proposta di referendum costituzionale voluta da Renzi. É una rivincita della sinistra?

Il fronte del No è un fronte molto composito dentro al quale c’è anche la sinistra, ma non soltanto la sinistra. Ed è fisiologico che a fronte di un quesito secco, le cui risposte prestabilite potevano essere soltanto Si o No, si vengano a determinare coalizioni spurie che aggregano attori politici, anche contrapposti, che per motivi diversi arrivano al medesimo comportamento elettorale. È successo varie volte nella storia recente dell’Italia repubblicana e si è ripetuto anche in questo frangente. Detto ciò, si capisce come la vittoria al referendum costituzionale del 4 dicembre non sia intitolabile (solo) alla sinistra, se non per una quota non maggioritaria.

Quanto ha contato la componente populista nella vittoria del “No”?

Quanto quella vittoria abbia un carattere populista è molto difficile da dire, innanzitutto, perché la risposta a questo interrogativo presupporrebbe lo sforzo di “operazionalizzare” il significato attribuito al termine “populismo”. Tuttavia, provando a rispondere alla tua domanda, e proponendo di seguito un esercizio di riduzione di complessità, se per populismo intendiamo un atteggiamento diffuso anti-establishment, che produce una frattura tra un “noi” e un “loro”, entrambi declinabili in modalità differente, sarà possibile notare come un contenuto populista sia ricompreso in entrambi gli schieramenti. Populista, per quota parte, lo era il fronte del No perché espressamente contrario alla classe dirigente di governo e al Presidente Renzi in prima persona, che personalizzando la competizione referendaria ne è diventato inevitabilmente il target principale. Ma populista, per quota parte, lo era anche il fronte del Si, che fondava la sua proposta di riforma sul cleavages vecchio/nuovo e sulla volontà di comporre un modello di governo centrato sul potere esecutivo e sulla figura del Primo ministro.

Al di là dei partiti, nel fronte del “No” troviamo alcune categorie sociali ben definite, secondo quanto hanno riportato l’analisi dei flussi elettorali…

A mio avviso risulta particolarmente interessante leggere i risultati del 4 dicembre come l’esito di un referendum che da costituzionale si è trasformato in referendum sociale, dove non era più soltanto la difesa o la trasformazione della Carta costituzionale a condizionare il comportamento elettorale dei cittadini italiani, quanto, piuttosto, la volontà d’inviare un messaggio politico al governo in carica, mostrando di volta in volta approvazione o esplicita disapprovazione delle policies implementate nel corso del suo mandato. Soltanto così può spiegarsi il gap generazionale riscontrato tra una popolazione composta da giovani e disoccupati che si è espressa per larga parte a favore del No e una coorte di persone adulte, occupate o pensionate, che ha prevalentemente espresso un giudizio positivo nei confronti della riforma. Ed è questo il dato, forse, da cui possono ripartire le forze politiche sopravvissute a sinistra del Pd. Sulla capacità di fornire rappresentanza politica a tale grido di allarme si fonda la possibilità di riaggregare un potenziale soggetto della new left italiana.

Parli di Sinistra Italiana?

Faccio riferimento a tutto l’arcipelago di forze politiche collocate alla sinistra del Partito democratico: da Sinistra italiana, a Rifondazione comunista, passando per Possibile e per tutti gli altri partiti della sinistra radicale. A questo proposito, sarà particolarmente interessante osservare lo sviluppo di questo progetto nel corso delle settimane e dei mesi prossimi, perché determinante per il conseguimento degli obiettivi finali sarà la modalità di organizzazione che questi soggetti decideranno di darsi. Sul tavolo della discussione c’è il modello federativo e quello del partito unitario. L’impianto federativo intende tenere le porte aperte a tutti coloro che vogliono salire a bordo, mentre l’impianto del partito unitario si compone attorno a soggetti fondatori coesi, perciò stesso escludenti nei confronti di coloro che non condividono integralmente i principi e le regole della comunità di origine. Di sicuro, se un progetto a sinistra del Pd sarà in grado di produrre effetti politici di medio-lungo periodo dipenderà in prima istanza dalla sua sopravvivenza elettorale (ad oggi per nulla scontata, ma comunque indispensabile per qualsiasi progetto politico di più ampio raggio). La divisione porterà svantaggi diffusi e potrà risultare decisiva per il destino di tali attori e per le sorti di quella prospettiva all’interno del sistema politico italiano.

Passiamo alla Francia. I socialisti, in difficoltà, non potrebbero beneficiare della divisione dell’elettorato di destra tra due candidati forti come Fillon e Le Pen?

I socialisti hanno perso il treno delle ultime elezioni presidenziali e Hollande ha tradito le aspettative di cambiamento della sinistra francese. Il treno di Hollande è partito dalla stazione dell’Eliseo nel maggio 2012 per poi fermarsi subito dopo. I socialisti, usciti vincitori dal ballottaggio con un programma fortemente centrato su un piano di riforme sociali, hanno avuto un’opportunità non trascurabile, quella di provare a costruire l’asse della discontinuità rispetto alle scelte mainstream ispirate dai principali attori della governance internazionale. E, invece, al di là delle difficoltà politiche che avrebbe incontrato il progetto riformatore, il presidente socialista ha deciso di abbandonare quella strada ancor prima di iniziare a percorrerla, allineandosi alle politiche recessive implementate dai governi europei, di centrodestra e di centrosinistra.

C’è possibilità che Le Pen arrivi all’Eliseo?

Nella Francia di oggi, per tanti motivi (non ultimi, i temi legati all’immigrazione e alle difficoltà del modello assimilazionista dell’integrazione sociale, nonché le considerazioni anti-establishment espresse con forti venature antipolitiche), il Front national di Marine Le Pen sembra avere il vento in poppa, scalzando (secondo i principali sondaggi elettorali pubblicati finora) il Partito socialista dal secondo turno delle elezioni presidenziali del 2017. In questa circostanza, il progetto lepenista – più forte di quello del 2002, quando Le Pen padre arrivò al ballottaggio, perdendo contro l’allora candidato neo-gollista, Jacques Chirac – corre il rischio di portare a casa importanti risultati elettorali.

E tra i candidati mainstream?

Il fronte moderato ha trovato un candidato autorevole in François Fillon, difensore dei valori cattolici e, probabilmente, prossimo Presidente della Quinta Repubblica francese. I socialisti, invece, anche per le responsabilità di chi ha governato finora, saranno ragionevolmente messi fuori gioco in occasione del prossimo turno elettorale e il nervosismo è così forte che comincia a sentirsi l’eco delle lacerazioni interne al fuori dai confini francesi.

Tra i due c’è una differenza sostanziale, Fillon è un candidato “costituzionale”, mentre Le Pen vuole cambiare la Costituzione. Pensi che in un eventuale ballottaggio tra i due la sinistra debba votare l’ex primo ministro in funzione antifascista?

In Francia vige un consolidato “patto repubblicano”, che fa argine alle incursioni antidemocratiche qualora queste dovessero provenire dall’interno del sistema politico nazionale. Io non so se la sinistra “deve” assecondare questa consuetudine. Da studioso continuo ad utilizzare categorie analitiche e non categorie valutative. Tuttavia, con molta probabilità – nel caso in cui i partiti della sinistra francese fossero estromessi dal secondo turno elettorale a favore di Marine Le Pen – sono pronto a scommettere che tanti cittadini dello schieramento avverso forniranno il proprio contributo pur di ostacolare l’avanzata del Front national.

In questo contesto, qual è lo spazio per Melenchon?

In questo scenario, la sinistra radicale francese si presenta parzialmente disunita all’appuntamento. Jean-Luc Mélenchon, candidato del Front de gauche alle elezioni presidenziali del 2012, ha annunciato da tempo la sua ricandidatura, ma questa volta la convergenza dei comunisti francesi non è stata scontata, essendo stata frutto di un processo lungo e difficile, che ha finito con l’assumere più un carattere elettoralistico che un contenuto di tipo politico. Tuttavia, la paura del terrorismo, la lunga crisi economica che non risparmia la Francia, il mondo del lavoro e della scuola in forte fibrillazione, la discussione sul modello di sanità pubblica, uniti al rischio della balcanizzazione della sinistra e dell’isolamento politico della new left francese, hanno consigliato i dirigenti del PCF e il segretario Pierre Laurent in primis di mantenere viva l’alleanza del Front. Tuttavia, il progetto di riunificazione della sinistra radicale d’oltralpe iniziato cinque anni fa non riesce a compiere il salto di scala decisivo per trasformare un’alleanza di tipo elettorale in una coalizione politica tout-court. Da questo punto di vista, se lo schema dell’unione elettorale non dovesse riproporsi anche in occasione delle prossime elezioni legislative, il rischio è quello di dividere le forze in campo e, con ciò, ridurre il numero di seggi parlamentari rispetto a quelli conseguiti nel 2012.Vecchia storia quella della divisione della sinistra, che in Francia sembra avere esiti ancor più drammatici di quelli registrati in altri paesi europei.

Dopo la Francia tocca alla Germania, che rieleggerà il Bundestag in autunno. Perché Obama e la sinistra europea puntano su una rielezione della Merkel per tener coesa l’Europa, quando le urne potrebbero decretare la nascita di un governo di centrosinistra?

Io non so se la sinistra europea è pronta a scommettere sulla vittoria di Angela Merkel. Quel che so è che l’equilibrio che caratterizza negli ultimi anni il sistema politico della Germania riunificata non aiuta a costruire una coalizione di governo monocolore. Tuttavia, al di là delle classi politiche e dei governanti di turno, l’impressione è che le scelte dei governi tedeschi degli ultimi anni si siano qualificate per l’individuazione di una traiettoria comune adottata in materia di politica economica. Da questo punto di vista, anche i governi tedeschi di centrosinistra (vedi l’ultima esperienza guidata da Gerhard Schröder) vengono accusati di non riuscire a correggere la direzione di marcia, in quanto impreparati a perseguire un programma alternativo di riforme economiche, politiche e sociali.

Ma un governo con Die Linke e i Verdi metterebbe i socialdemocratici nelle condizioni di fare un’inversione di marcia sulle politiche neoliberiste?

Ammesso che sia possibile comporre un governo di quel tipo, la prerogativa è sicuramente quella del cambiamento. Io credo che Die Linke non entrerà mai in coalizione con l’SPD senza la ragionevole rassicurazione del cambio di rotta. Le esperienze drammatiche dei passati governi di centrosinistra fanno scuola in tutta Europa. La nascita di un eventuale governo di coalizione tra socialisti, verdi e new left, a mio avviso, sarebbe possibile soltanto nel momento in cui “alla tedesca” i partiti coinvolti risultano in grado di stilare un elenco programmatico d’impegni comuni, capace di soddisfare le aspettative di tutte le forze in campo. A quel punto, la partita si giocherebbe tutta dentro l’esperienza di governo e risulterebbe particolarmente interessante allo sguardo dell’osservatore esterno.

Veniamo alla Spagna. Il Partido Popular ha rivinto le elezioni. Pensi che abbiano influito i populismi e la Brexit?

Io credo di no. Io credo che l’esito delle vicende a cui si fa riferimento sia per lo più interno alla Spagna e che la Brexit abbia influito minimamente (se ha influito) sull’esito del voto e sulla determinazione dell’assetto politico nazionale.

E come spieghi la deflessione di Podemos?

Podemos ha mancato il traguardo del governo nazionale non per colpa dello “spauracchio” inglese. Da questo punto di vista, io credo che in Spagna abbia prevalso la paura della stagnazione politica, dell’instabilità di governo, della difficoltà di costruire un qualsiasi esecutivo partecipato da Podemos. Sono questi, a mio avviso, i principali motivi che hanno indotto gli spagnoli a confermare il PP alla guida del paese, non tanto come approvazione della precedente esperienza politica, ma per timore del protrarsi della crisi di governo. A questo si aggiunge il fatto che la maggioranza della popolazione spagnola non ha sostenuto con sufficiente convinzione la proposta del governo del “cambio” avanzata da Podemos. Ma tutto ciò ha a che vedere con le dinamiche interne alla Spagna e molto meno con quelle esterne.

Quali sono queste dinamiche?

Un progetto di “cambio” risulta vincente quando una comunità politica è pronta ad accoglierlo e a farlo proprio, oppure quando lo stesso disegno è in grado di mettere in campo un potenziale di coalizione da far valere nei confronti di altre forze politiche, disponibili al confronto. Diversamente, qualsiasi programma di cambiamento radicale rischia di subire un progressivo logoramento, che nel medio-lungo periodo potrebbe condizionare anche lo sviluppo della proposta politica di Iglesias e del movimento-partito nato dalle manifestazioni di piazza degli indignados.

@pellini_giacomo

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