La battaglia sul nuovo Senato e le riforme istituzionali

L’Italia di questi giorni è agitata quotidianamente dalle discussioni sulle riforme istituzionali proposte dal governo Renzi. In particolare si sta discutendo la proposta di modifica della struttura del Senato contenuta nel ddl Boschi.

Renzi, dopo aver fatto approvare la nuova legge elettorale Italicum (capilista bloccati e premio di maggioranza al secondo turno), sta proponendo una riconfigurazione delle funzioni del Parlamento, che lascerebbe alla sola Camera dei Deputati il voto di fiducia. Il Senato vedrebbe quindi snellite le sue funzioni, diventando in sostanza una camera delle autonomie composta da consiglieri regionali e sindaci delle grandi città.

Nell’accordo di questi giorni, raggiunto dal governo con la minoranza Pd e con gli altri componenti della coalizione, pare abbiano inserito la possibilità di far indicare all’elettorato i consiglieri regionali eleggibili al Senato, poi da ratificare dallo stesso Consiglio Regionale. Proprio sulla loro legittimazione elettorale indiretta si stava infatti consumando lo scontro con la minoranza interna del Partito Democratico, che vorrebbe un Senato elettivo.

L’opposizione, composta da Lega Nord, Movimento Cinque Stelle e Forza Italia, tenta la carta dell’ostruzionismo. In questi giorni Calderoli, a nome della Lega, ha presentato milioni di emendamenti (sic), anche se secondo la ministra Boschi quelli effettivi si ridurrebbero a qualche migliaio.

Comunque, saranno determinanti da una parte il ruolo del Presidente Grasso per le decisioni sulle procedure da seguire, e dall’altra le “trattative sotto banco” in corso con minoranze interne e opposizioni. Non è un caso che proprio in corrispondenza di questa approvazione sia aumentata la schiera dei transfughi usciti da Forza Italia per abbracciare il gruppo dei verdiniani che sostengono il governo. E’ evidente che al Senato ogni voto conta.

Profilo storico: i dibattiti estenuanti sulle riforme

Dalla fondazione dei regimi rappresentativi in Inghilterra, Stati Uniti e Francia, sappiamo che il Senato avesse una funzione di filtro aristocratico delle istanze “popolari” emerse nella Camera. In seguito, con il costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra, la seconda camera assunse da molte parti una funzione di rappresentanza alternativa, di solito delle autonomie locali.

Nella nostra costituzione repubblicana (1947), il “parlamentarismo poco razionalizzato” è caratterizzato dal c.d. “bicameralismo paritario”: due camere che hanno la stessa composizione e funzione. Per questi motivi sono decenni che si ripete il mantra: “dobbiamo riformare il bicameralismo perfetto, che non esiste in nessun’altra parte al mondo.” Purtroppo i tentativi di riforma della Costituzione repubblicana hanno avuto un passato contrastato e inconcludente.

La prima commissione bicamerale per le riforme istituzionali risale ai primi anni Ottanta, durante i quali si iniziavano a porre le basi per la crisi dell’equilibrio politico affermatosi nel secondo dopoguerra. Da lì abbiamo avuto altre due commissioni, 1989 Iotti, e 1996 D’Alema, e altrettanti tentativi di riformare parte della costituzione: il centro sinistra è intervenuto sul titolo V nel 2001, mentre il centro destra ha approvato la riforma della forma di governo nel 2006, poi bocciata dal referendum.

In generale le politiche istituzionali hanno subito troppo il peso delle circostanze politiche congiunturali e dell’accesa conflittualità partitica. I partiti hanno dunque ampiamente dimostrato l’incapacità di portare avanti un programma complessivo di riforma, e di trovare un accordo sulle regole democratiche.

Renzi, dopo tante promesse e altrettanti fallimenti, vuole presentarsi come il “leader che ce l’ha fatta a mettere in movimento un paese bloccato”. Più volte gli abbiamo sentito dire: “basta con i dibattiti e con i convegni, bisogna cambiare pagina e passare ai fatti!!” Invece che proporre un ridisegno complessivo, molto facile da ostacolare, l’ex sindaco fiorentino ha scommesso su interventi di revisione mirati, con cui spera comunque di raggiungere un minimo obiettivo di semplificazione della procedura legislativa, e rafforzamento della legittimazione del esecutivo.

La carta vincente del “cambiamento a prescindere”

Sulle riforme istituzionali si gioca uno scontro politico fondamentale tra le parti, per influire il più possibile sul risultato finale. E’ in ballo il futuro politico del governo e di questo ne sono consapevoli sia Renzi che i suoi avversari.

Per quanto spesso il Presidente del Consiglio si trovi a esternare scarso coinvolgimento per la questione, completare la riforma istituzionale sarebbe un salto in avanti enorme per la sua carriera politica. A livello simbolico potrebbe continuare a presentarsi come motore di speranza, capace di dare risposte ad un paese sfiduciato. E a livello pratico avrebbe la possibilità di andare a elezioni quando lo riterrebbe opportuno, con la nuova legge elettorale maggioritaria, e il nuovo equilibrio parlamentare che vede la fiducia da una sola camera.

Così infatti avrebbe un’arma di ricatto straordinaria verso il parlamento in vigore, e in particolare verso la minoranza del suo gruppo parlamentare, che attualmente esercita un notevole potere di ricatto soprattutto al senato.

Portare a casa un risultato del genere, dopo decenni di promesse non mantenute gli consentirebbe insomma di presentarsi agli elettori come “Presidente del fare”, facendo dire a molti: “dopo decenni di chiacchiere, finalmente arriva qualcuno che porta risultati.” Ormai non importa più quali risultati si portano, in un paese messo a terra da anni di durissima crisi economica che ha accresciuto notevolmente le diseguaglianze sociali, e inaridito da una desertificazione culturale che lascia inevitabilmente ai margini la cultura politica e costituzionale.

Per questo stesso motivo, per gli avversari politici – interni ed esterni – ostacolare il progetto, o comunque condizionarlo, diventa determinante per la sopravvivenza futura.

Le critiche da sinistra: l’inerzia antiberlusconiana e la necessità di un progetto alternativo

In fondo, quindi, tutti chiedono un Senato elettivo principalmente per contrastare l’ascesa politica renziana, tuttavia non mancano le critiche su un piano di legittimità democratica. Dall’opposizione interna al Pd, Corradino Mineo e Walter Tocci hanno accusato il governo di voler imporre una forma di “premierato assoluto”. A loro avviso il combinato disposto di riforma elettorale con premio di maggioranza e riforma istituzionale del parlamento, con fiducia da una sola camera, prelude alla creazione di un governo parlamentare accentrato sulla Premiership senza i dovuti contrappesi istituzionali.

A me sembra che la crisi democratica in corso sia molto più ampia, e vada analizzata nel suo complesso, senza illudersi che sia sufficiente riferirsi agli equilibri istituzionali per uscire dalla scarsa rappresentanza delle istituzioni.

A livello teorico, l’ondata spoliticizzante imposta dall’egemonia neoliberale del capitalismo finanziario, e l’accelerazione dei tempi di decisione seguita alle recenti rivoluzioni tecnologiche, hanno indotto un’ascesa (inarrestabile?) degli esecutivi, e conseguentemente la crisi di rappresentanza dei parlamenti in tutto l’occidente, ridotti a organi di ratifica delle proposte di governo.

Nel contempo, la crescente mediatizzazione della comunicazione pubblica ha imposto un riconoscimento nei partiti sempre più bypassato dall’identificazione personalistica nei leader; i quali ridotti all’impotenza dalle cessioni di sovranità, sono costretti a promettere l’impossibile, in una spirale demagogica senza fine.

A livello di strategia, contro Renzi non puoi permetterti di cedere all’inerzia anti-berlusconiana di limitarsi ad un’opposizione senza proposta. Il blocco non funziona perché l’ex-sindaco fiorentino ha rotto gli argini del bipolarismo, costruendo a suo favore una maggioranza relativa corrispondente al vecchio centro allargato, che riesce a tenere unita sotto l’etichetta dei risultati ottenuti (a prescindere da quali siano) e dietro il mito di una speranza da rigenerare attraverso il movimento continuo (non si sa per andare dove!).

Poiché non si hanno i numeri per un’opposizione di quantità, è necessario puntare tutto sulla qualità della proposta istituzionale e sociale, e su questa aggregare una (nuova?) base elettorale.

Insomma, partendo dall’analisi delle dinamiche in atto, bisogna pensare l’alternativa. Elaborare un’idea di società è infatti il primo punto direttamente connesso alla riconfigurazione delle istituzioni. Prima della rappresentanza istituzionale, va rimessa al centro la dinamica organizzativa a livello sociale, legata agli interessi attorno a cui portare avanti processi di risoggettivazione collettiva. Da lì si potrà pensare di sostenere una battaglia per una nuova rappresentanza istituzionale e sociale.

La riforma in discussione presenta sicuramente profili di riduzione della rappresentatività, però questi vanno contestualizzati sia nello specifico del caso italiano, e in generale nella nuova ondata egemonica di riduzione dello Stato e della politica. Limitarsi a dire no, per incatenarsi all’elettività del Senato, è certamente perdente nell’immediato, e senza nessuno sbocco per il futuro.

@nickcooka

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