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A Giugno la politica alle vacanze non ci pensa nemmeno e da Aprile ad oggi le elezioni in Olanda, Francia e Inghilterra ci consegnano un’Europa ancora da decifrare. Macron, pur nei panni di un moderato conservatore,  è una novità prorompente tra le due torri della cosa pubblica transalpina, ma anche Mélenchon e Corbyn possono scrivere una nuova pagina di storia per la sinistra europea, mentre l’estrema destra raccoglie i cocci elettorali, ma più di un cuore negli ultimi mesi lo ha scaldato.

di Lorenzo Carchini

L’elezione di Macron è stata accolta dai salotti europei con un enorme sospiro di sollievo, simile più alla fine da ogni rischio di discesa nell’averno populista che una vittoria elettorale, una via d’uscita dalle perversioni che la Brexit aveva balenato appena un anno fa.

Mentre al di là dell’Atlantico, l’aberrazione Trump si appresta a vivere la prima vera crisi della propria presidenza , ecco che al di qua si presenta una figura completamente opposta, rappresentante della haut-bourgeoisie moderna, che accetta i termini della “nuova” politica evitando l’allineamento classico destra-sinistra, non rifiutandoli, bensì abbracciandoli entrambi.

Accettando nel proprio post-liberalismo che la cultura di sinistra liberale e quella della economica della destra non siano altro che due facce della stessa medaglia, al tempo stesso Macron non ha negato all’avversaria Le Pen una medesima posizione post-liberale, seppur di matrice completamente diversa.

Con l’esclusione dell’eccellente caso di Mélenchon, la partita si è giocata proprio su questa piattaforma. Lontano dall’essere morto o superato, il neofascismo in Francia è vivo e vegeto, supportato più o meno consapevolmente, da circa un terzo dell’elettorato. Nonostante il giovane presidente abbia vinto con una maggioranza schiacciante, gran parte di quei voti erano in “negativo” – ovvero non tutti  determinati a supportare la sua politica, bensì a scongiurare il pericolo personificato dalla Le Pen: euroscettica e post-liberale nella sua forma perversa e radicalmente di destra.

Nei prossimi anni, probabilmente un’altra Le Pen edulcorerà ulteriormente il fascismo intrinseco nel Front National. Nel frattempo, cosa potrà raggiungere Macron? Nonostante alcune posizioni di rottura rispetto alla tradizione francese, la sua traiettoria non sembra particolarmente diversa da quella di Tony Blair o David Cameron in Inghilterra. Oltre la Manica e negli Stati Uniti, quella via è ormai datata, ma in Francia il progetto neoliberale si è completato solo in parte, così Macron può promettere maggiori spazi di manovra ai privati alla maniera in cui l’Inghilterra ha fatto negli ultimi vent’anni.

Tuttavia, almeno a livello amministrativo, il dirigismo transalpino costituisce un tratto culturale tradizionale talmente radicato da essere difficilmente estirpabile, anche in caso di nuovi progetti di riforma costituzionale. Non sarà semplice per Macron realizzare in pieno il progetto di rafforzamento dell’interesse privato e snellimento burocratico, cercando di istituire in Francia un mercato libero a tutti gli effetti.  Considerando come un certo corporativismo francese abbia dimostrato di non conoscere età, è assai probabile che più il giovane presidente cercherà di rendere la Francia un “market-state”, più questo finirà per diventare uno “state-market”.

Ci sono due modi per leggere Emmanuel Macron. Il primo è un quadro lusinghiero: l’avvento di un presidente “raro” dopo anni di mediocrità istituzionale. Il discorso che ha tenuto a Oradour-sur-Glane recentemente mostra il senso di queste parole, nella capacità di mantenere una narrazione del “noi”.

“Guardate queste rovine dietro di voi. La pioggia e il sole, dopo tanti decenni, hanno cancellato i segni neri del devastante incendio (si riferisce al massacro di Oradour compiuto dai nazisti nel ’44, con 642 morti ed il paese dato alle fiamme, ndr). Su tutto questo santuario si è riposata l’erba, i proiettili sparati contro uomini, donne e bambini sono penetrati su questi muri e si sono fusi con la pietra. Con la memoria è lo stesso. Anche quella, inevitabilmente, si sta erodendo. Ciò che viene trasmesso rischia di scomparire, dobbiamo continuare a riaccendere la fiamma e ridare un senso”.

Al tempo stesso, però, Macron è la forza e l’energia scaturitasi nella crisi istituzionale ed identitaria del paese. Taglia trasversalmente la società, rispetto al patrimonio politico tradizionale socialmente connotato; è entusiasta mentre il socialismo si sgretola e mostra all’elettorato frustrazioni e sfaldamenti; è ottimista rispetto alle incandescenze settarie di parte della sinistra e destra francesi; è riuscito ad abbozzare un’autorità internazionale, opponendosi allo sciovinismo incompetente dei frontisti.

Il presidente, pur con innegabili qualità, ha beneficiato in ogni fase della sua ancor breve vita politica della mediocrità suicida dei suoi avversari nei partiti tradizionali e l’elettorato, soprattutto nel ballottaggio, ha votato “forzosamente”.

La vittoria di Macron ha così avuto politicamente l’effetto di uno tsunami o un terremoto e la sua maggioranza sarà la più ampia della storia repubblicana, ma i dati ci dicono anche altro.

Al primo turno En Marche ha raccolto 7.323.026 voti. Tanti, certo, ma poca roba se paragonati agli 8.928.779 dei socialisti nel 2012 o agli 11.860.600 di UMP nel 2007. Quello sui numeri non è affatto un ragionamento “piatto”, anzi decisivo per capire la storia di questa elezione. La maggioranza sarà pure storica, perché nella proporzionalità, gli elettori hanno votato ancor di meno gli altri partiti.

Dunque ecco emergere il vero gigante di queste legislative, che non si esprime con slogan bensì con delle percentuali: nel 2007, l’astensione al primo turno delle elezioni parlamentari era stata del 39,58%, quest’anno è stata del 51,29%. Il secondo turno è stato ancora peggiore, col 56,6%. Un record assoluto per la Quinta Repubblica. Il fatto che questo colosso si esprima soltanto in silenziose percentuali, fa sì che nel dibattito politico all’interno del circuito mediatico, possa essere interpretato in due modi contrastanti. Da un lato, questo 56,6% rappresenta persone che non sostengono il partito al governo e che rigettano il neo presidente Macron. Dall’altra, sono una fetta di paese che non si è mobilitata per bloccare la maggioranza assoluta – che era ampiamente prevedibile – quindi non tutti sono oppositori del governo.

Tradizionalmente, la politica non rappresenta l’astensione nelle classifiche, ma quando raggiunge un tasso così altro, la sua muta ed invisibile sostanza finisce per distorcere l’impressione generale. Perché non calcoliamo in base al numero totale di elettori registrati o permettendo l’inserimento nel conteggio delle schede bianche?

Le elezioni non sono un gioco da tavolo in cui coloro che si rifiutano di giocare sono esclusi, quando si parla di cifre come quelle della scorsa domenica, l’astensione diventa anche un’espressione politica forte.

Ricalcolando il risultato elettorale del primo turno in funzione di quanto detto finora, ecco i “veri” risultati:

LREM + Modem: 15,39%

LR + IDU: 8,9%

FN: 6,2%

FI: 5,2%

PS + KVD + PRG:  4,5%

Improvvisamente si solleva la coltre di fumo che ha avvolto la politica francese negli ultimi due mesi. Soltanto il 15,39% degli elettori ha scelto la maggioranza presidenziale, mentre appena il 4,5% ha scelto il gruppo socialista. Dov’è finito lo tsunami?

“Basta con tutti!”. L’esclamazione di sette anni fa fatta da Jean-Luc Mélenchon è stata profetica. Oggi se ne sono andati praticamente tutti, perfino gli elettori. Quello che né il vecchio lupo della sinistra né nessun altro politico avevano anticipato, tuttavia, è che il cosiddetto “dégagisme” sarebbe stato esercitato così energicamente contro le forze politiche ed i partiti.

Questo termine, che non ha una vera e propria traduzione italiana, ha radici tutte mediterranee, ma dal versante nordafricano. Il termine nacque durante la “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia, riferendosi allo slogan onnipresente nel PS di Ben Ali: “Ben Ali, dégage!”.

Un movimento rivoluzionario popolare e non violento, ammirato da molti osservatori e teorizzata in manifesto nell’estrema sinistra belga. Per la prima volta l’obiettivo della rivolta non era tanto prendere il potere, ma “sloggiare” il suo proprietario. Il motto si traduceva, dunque, in un ripensamento del vuoto in quanto tale: il grado di potere zero, nel quale avviene la rimozione della vecchia potenza e la creazione di una nuova forza. Il “dégagisme” trovava senso cioè nella fase di transizione, quello che tradizionalmente è un periodo di elevata incertezza, nella quale si crea una vigile consapevolezza e diffidenza politica, nella quale tutto può essere ripensato, perfino il luogo del potere.

Un passo decisivo, per il paese nordafricano, verso la protodemocrazia, ma qualcosa che può essere replicato, concedendo alle specificità contingenti, anche in Europa. Il dégagisme può infatti cambiare da una latitudine all’altra. In Europa l’idea di una bellezza nella contemplazione del vuoto di potere è diventata nell’ultimo decennio una condizione caratterizzante molti movimenti politici, in cerca di nuove narrazioni o di riflessioni surreali e utopistiche. E’ una forma di disimpegno “impegnato”? Essendo una teoria  dai lineamenti assai sfumati, questa condizione non è affatto esclusa: la protesta tunisina lanciò l’intuizione che nella contemplazione del vuoto vi fossero i semi di una rivolta al potere costituito senza una controproposta del tutto articolata.

Se la sbornia dégagisme in Belgio durò nell’arco di 541 giorni, nei quali il paese si ritrovò senza governo, per poi dileguarsi, in Francia le sue conseguenze sono state assai più devastanti. Nel paese transalpino la voglia di “sloggiare” una certa comunità politica non è stata solo un passaggio, ma un principio generale che ha guidato il voto di maggio prima e di giugno poi, per quei pochi intimi recatisi alle urne.  Al tempo stesso è bene ricordare come il termine suggerisca soprattutto casi in cui esistano aspettative molto alte intorno ad un unico movimento politico ed En Marche non nasceva con questi presupposti.

In attesa del definitivo tramonto di una parte dell’ultima generazione politica col secondo turno delle parlamentari, quella fumosa immagine di forza politica ringiovanita, abbastanza in linea con lo stato di “società civile” francese nel 2017, mostra un “revival limitato”: la maggior parte dei candidati hanno avuto esperienze politiche diverse (di En Marche, il 15% proviene da destra, il 12% dai moderati, il 33% dai socialisti ed un 39% era senza schieramento), ma hanno un background socio-professionale piuttosto vicino, perlopiù legato alle imprese private.

Chi sono quindi i volti dietro En Marche? Al di là di alcune eccezioni, si tratta soprattutto di proprietari di piccole e medie imprese, di start-up, dirigenti delle risorse umane e della comunicazione, professionisti insomma. Secondo la ricerca di Luc Rouban, SciencesPo, i candidati delle classi popolari costituiscono appena l’8,5%, i rappresentanti delle classi medie sono invece il 23%, ma quelli delle classi superiori sono addirittura il 68,6%. Questi numeri indicano che il reclutamento dei candidati rispondono in gran parte alla sociologia dell’elettorato di Macron, caratterizzato soprattutto da laureati, borghesi, modernisti, culturalmente ed economicamente liberali. Una porzione di elettorato che ha investito nella politica, partecipando alle elezioni e per i quali la bassa affluenza ha costituito l’occasione per aumentare enormemente il proprio potere nella scelta dei rappresentanti.

En Marche, infatti, non esce dall’alveo dei vecchi principi della “democratie de l’entre-soi” e del movimento circolare delle élite, intuiti da Pareto a inizio XX secolo. “La circolazione delle élite” è la regola non l’eccezione, dal momento che questa “scorre come un fiume; quelli di oggi è diverso da quello di ieri”. La metafora marittima faceva capolino anche in Roberto Michels, che leggeva nella storia democratica il movimento delle onde, costantemente rotte e rinnovate. Questi effetti si ritrovano anche nel nuovo movimento di Macron, dal momento che un certo numero di  “nuovi membri” in realtà sono ex socialisti, ambientalisti o moderati che hanno messo in pratica la transizione ciclica, permettendo al vecchio una sorta di eterno ritorno.

L’élite rimane simile a sé stessa, sebbene le nuove linee di frattura dell’elettorato francese mostrino la disintegrazione graduale sotto il peso delle loro contraddizioni dei blocchi tradizionali di sinistra e destra. A farsi spazio nel cantiere politico europeo è un blocco borghese del quale Macron si è erto a campione, facendo propri principi “neo-liberal”, unendo destra e sinistra moderate, favorevole al perseguimento di un’integrazione europea, in opposizione con il blocco sovranista.

Questo blocco borghese è reale, forte, oppure si tratta di un’illusione?

Se lo sono chiesto gli economisti Bruno Amable e Steano Palombarini nel libro “L’illusion du bloc bourgeois. Alliances sociales et aenir du modèle français”. Secondo i due autori, la vita politica francese è stata da scandita da decenni di ricerca di un nuovo equilibrio tra i gruppi socio-economici. Sin dal 1980, il paese ha visto aumentare le alternanze tra destra e sinistra, senza che mai uno dei campi tradizionali riuscisse a raggiungere una stabilità duratura al potere.

L’elezione di maggio avrebbe dunque proposto due assi in conflitto: gli europeisti contro i sovranisti ed una combinazione di alleanze fra gruppi socio-politici che avrebbero costituito il contesto entro il quale si sarebbe reso possibile un “blocco borghese”. Un progetto frutto di un lungo sviluppo ideologico, coerente con le politiche pubbliche che sono alla base delle presunte “riforme necessarie” d’impronta neoliberista, ma anche con una base sociale in cui classi medie e alte – precedentemente radunate nei blocchi di destra e sinistra – si sono riunite.

Tutti questi elementi, però, mostrano anche l’intrinseca debolezza di un blocco borghese che socialmente non può che essere minoritario, ma che è reso forte dalla dispersione e l’astensione delle classi popolari per vincere.

Ecco che ritorna il dato dell’astensione, che tra giugno e maggio ha mostrato i picchi più elevati tra i lavoratori, in particolare tra i sovranisti. Può questo riflettersi in un’instabilità dell’altra fazione? La minoranza sociale costituirà un problema solo nel momento in cui la classe lavoratrice si ritroverà riunita in un fronte comune, non necessariamente sovranista, capace di raccogliere anche quei frammenti di classe media lontani da En Marche. Fino ad allora il blocco borghese non costituirà un’illusione, bensì un realtà politicamente molto forte.

Veniamo ora alle due torri, miseramente crollate. Socialisti e repubblicani avranno bisogno di tempo per creare una nuova identità credibile. A rigor di logica questo appare più facile a sinistra, dal momento che la linea politica del “macronisme” potrebbe attaccare il mondo del lavoro e quello sindacale, così come la sensibilità ecologica costituirà una prova importante per il nuovo presidente per non veder da subito limato l’appoggio di un movimento socialmente trasversale. Di contro, difficilmente la sinistra troverà in breve tempo un’unità d’azione, seppur adesso depurata dalle linee moderate del PS, convogliate in massa tra le braccia di En Marche.

Il futuro della politica francese, infatti, sarà caratterizzato dalla ricerca dell’identità, a partire dall’elettorato, sempre più un’espressione separata dalla popolazione. Anche stavolta Mélenchon c’è arrivato prima degli altri, proprio ieri nella “sua” Marsiglia, quando ha lanciato la ri-mobilitazione spiegando: “Il nostro unico nemico nei prossimi cinque anni non è Macron, è la rassegnazione dei cittadini”

Mentre le riforme neoliberiste annunciate saranno effettivamente attuate dalla “maggioranza presidenziale”, una quota crescente delle classi lavoratrici verrà destabilizzata nella sua vita quotidiana e perciò saranno meno in grado di prestare orecchio alla politica. Nel compromesso borghese rischia di trovarsi l’oblio delle classi popolari, sempre più costituite da individui destabilizzati e isolati. Il precariato, una politica che vede sempre più contrapposto il giovane al vecchio e la differenziazione per condizione professionale nelle classi popolari vanno tutte in questa direzione: una vita quotidiana nella quale molte persone potrebbero abbandonare de facto il proprio status di elettore.

E’ questo il “disenfranchisement”, il volontario abbandono dei diritti civili, che proietta nel futuro prossimo una Francia del lavoro precario, politicamente lenta e a cui si unirà la questione immigrati, una nuova classe della contemporaneità. Dal momento che le opposizioni sono uscite frammentate, chi le incarnerà? Ma soprattutto quale partito o organizzazione sarà in grado di mobilitare, fornendo servizi sociali o alternative?  Al contrario della sinistra e della destra che abbiamo visto in questa stagione elettorale, il “macronisme”, possibile Orleanismo adattato al nostro tempo, riflette una figura politica che, come i predecessori, ha unito (quasi) tutta l’aristocrazia moderna e la borghesia, indebolendo – quanto temporaneamente è ancora da vedersi – l’opposizione dottrinale tra élite e classi medie.

Ritornando all’astensione, il caso francese è un campanello d’allarme per tutta quella parte d’Italia che, nella pigra estate elettorale locale, ha visto nella vittoria di Macron un riferimento europeista ed un messia della politica individualista. La riduzione del numero di parlamentari, con una proporzionalità politica che malcela il progressivo distacco fra paese legale e paese reale, rientra a pieno titolo nella parte di coloro che vogliono accentuare la preminenza del potere esecutivo. Un progetto che l’Italia ha visto balenarsi sia con Silvio Berlusconi che con Matteo Renzi. Avere un minimo di deputati ed un pugno di oppositori per dare l’impressione che ci sia ancora una parlamento legittimato a votare la legge (una parodia post-democratica) altro non è che l’autoritaria radicalizzazione plebiscitaria del neoliberismo: l’autocrazia elettiva.

Politicamente, infine, la vittoria di Macron è senz’altro la spallata definitiva al gollismo francese e alla Quinta Repubblica, nata il 13 Maggio 1958, per mano di quello che era allora il salvatore della patria, De Gaulle. “Revolution”, opera programmatica del creatore di En Marche, mostra chiaramente l’intenzione del nuovo presidente nella battuta: “Credo profondamente che i francesi siano meno preoccupati della rappresentazione che dell’azione. Chiedono ai politici di essere efficaci, tutto qui”. Macron vuole oggi rappresentare in Francia la fine del déclinisme della Repubblica, la liberazione da decenni di verbosa impotenza, la scommessa di recuperare il tempo e gettare il paese nella globalizzazione. Il tutto, però, in un sistema che si mantenga formalmente repubblicano, ma che si nutra di “monarchia” verticale, figlia della necessità (che per definizione non ha leggi). Così i partiti, come lo erano per De Gaulle, rappresentano nuovamente un peso: “Oggi le partiti hanno rinunciato ai loro compiti di interesse generale. Si sono concentrati solo sull’interesse particolare, ovvero quello di sopravvivere a tutti i costi”. Una deriva che egli legge a destra e sinistra, alimentando “la cooptazione, le piccole composizioni” e che trasforma le persone in burocrati.

La “casta ripiegata su sé stessa e che impone le proprie regole” non parte da una ribellione pur democratica dal basso, bensì viene dall’altro. Il progetto delle scuole di arte politica cos’è se non un rinnovamento voluto dal vertice, alle sue regole e secondo i suoi dettami. Una politica che rischia di ritrovarsi uguale a come Hollande l’ha lasciata: infagottata di finzioni, posture, pose, sterile nelle agitazioni e nella verbosità.

Che la società “assuma la direzione politica”! Ché la rappresentanza non basta: “sostituiremmo solo apparatchik con altro apparatchik”. Questa è la chiave de “La Republique en Marche”, la Repubblica che marcia, o forse va di corsa, indicando la porta ai partiti all’Assemblea, che ipotizza una società né libera, né liberamente organizzata, a immagine e rappresentanza di un modernità contraddittoria e fumosa.  Per la prima volta, un’élite tecnocratica avrà piena autorità per svolgere la politica del “blocco borghese”, capace di prevalere e di affermarsi. Se le clientele elettorali ostili hanno da sempre costretto a dormire con un occhio aperto i governi di destra o sinistra, questa spana di Damocle non penderà sulla testa del governo Macron, apparentemente libero di perseguire le riforme a lui più congeniali, imposte dalla ferrea legge della “competitività”.

I risultati definitivi del secondo turno, che vanno letti ovviamente nell’ottica di una legge elettorale enormemente distorsiva, consegnano al En Marche una maggioranza schiacciante, che le permetterà di governare il paese senza bisogno di alcuna alleanza.

Con il nuovo governo la Francia corre il rischio di attuare riforme altamente impopolari, a partire dal completo smantellamento del codice del lavoro. La stessa volontà di En Marche di non svelare troppo del proprio programma in sede elettorale è altamente indicativo delle reali intenzioni di questo “instant-party”. Inoltre, considerata la composizione dell’Assemblea difficilmente andrà ad ascoltare le preoccupazioni delle classi popolari, con un rapporto tra pubblico e presidente talmente privo di mediazioni da non permettere ad alcun corpo intermedio di poter intervenire sui conflitti futuri.

L’ultima domanda è destinata a rimanere aperta. LREM può essere visto come la fase finale della Disgregazione, il completamento di un processo di avvicinamento della destra repubblicana alla sinistra socialista, tra ordini europei e vincoli globalisti. Un ultimo tentativo del mondo “antico” di risolvere i problemi del “nuovo”. I dati economici, invece, vedono segni di ripresa, che permetterebbero di aggirare quella fragilità sociale e politica che il presidente Macron cerca di nascondere. En Marche costituisce l’avventura finale del percorso politico in corso o l’avvento di una nuova era? E’ l’inizio o la fine di un ciclo?

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