La protesta dei gilet gialli e il “Potere della strada” in Francia

Fino a poco tempo fa i francesi sembravano approvare in generale lo spirito di riforma del presidente Macron. Ma qualcosa si è rotto e il “movimento sociale non identificato” dei Gilet gialli potrebbe benissimo sancire questa svolta.

di Lorenzo Carchini

Il blocco del 17 novembre solleva una serie di questioni politiche: in un momento in cui i partiti declinano e sul tavolo restano solo profonde divisioni, figlie di un problematico tessuto sociale, le petizioni e le pagine di Facebook sono l’inizio di nuovi movimenti strutturati? Questo tipo di movimento con accenti poujadisti sarà integrato in qualche offerta politica? Le “nuove facce” emergenti avranno un ruolo nel dibattito pubblico dopo la mobilitazione?

Il cosiddetto “potere della strada” ha scosso a lungo i governi. Sarà fatale anche per Emmanuel Macron? Dall’inizio del quinquennio, le manifestazioni tradizionali, a piedi, organizzate dai sindacati, non hanno mai reso vacillante l’esecutivo. “Per il momento, è lui [Emmanuel Macron] che ha il punto”, aveva dovuto riconoscere Jean-Luc Mélenchon , dopo il fallimento delle mobilitazioni contro le ordinanze sul lavoro. Può un vasto blocco stradale riuscire laddove le processioni a piedi non arrivano più? Cosa rappresenta il movimento dei “gilet gialli”?

La prima caratteristica culturale del movimento del 17 novembre è innegabilmente l’oggetto della sua rabbia: il carburante e, per estensione, l’auto e il posto centrale che occupa nelle vite degli scontenti e insoddisfatti che sostengono il blocco. È quindi naturale che i gruppi dietro la mobilitazione abbiano tratto il loro emblema di riferimento nel vocabolario di questa cultura dell’automobile, scegliendo il kit di sicurezza, il gilet giallo che gli automobilisti sono tenuti a tenere nella loro auto nel caso in cui essi o dovessero avventurarsi sulla carreggiata.

In questo gilet c’è una forte funzione identificante. Obbligatorio in Francia dal 2008, è noto a chiunque possegga un’auto e può associare a questo indumento tutta una serie di vincoli (spostamenti quotidiani al lavoro, radar, controlli, tasse sui carburanti, ecc.). L’auto, dal canto suo, costituisce allo stesso tempo uno strumento necessario per la produzione e un oggetto di consumo: non è solo lo strumento di lavoro giornaliero, è anche un oggetto di cultura, estetica, tempo libero ed intorno a questa rappresentazione gira il “linguaggio” di organizzatori e sostenitori del movimento.

Certo, non tutti quelli che possiedono un’auto o che guidano quotidianamente sulle strade della Francia, e che costituiscono una maggioranza statistica della popolazione, si identificano necessariamente con questa cultura dell’auto. Anzi, questa identificazione è probabilmente più forte nella classe lavoratrice e nei contestatori maggiormente ricorrenti nelle interviste sulla stampa: impiegati, commessi, camionisti, operai edili, disoccupati. Anche la localizzazione geografica acquista importanza. Le mappe dei blocchi annunciati per il 17 Novembre ne indicavano la maggior parte nei distretti a Nord e nella Bouches-du-Rhone – aree molto urbanizzate e demograficamente importanti – così come in zone meno popolate, come Eure, Charente-Maritime e Seine-Maritime.

Si tratta principalmente della “Peripheral France” studiata da Christophe Guilluy nel 2014, quella dei “ragazzi che fumano sigarette e che si muovono su diesel”. I portavoce dell’iniziativa ed i loro sostenitori apparsi sui media sono generalmente giovani – andando in contrasto con l’idea di un’associazione tra cultura dell’auto e adulti – che risiedono in comuni di dimensioni medie della provincia (come il Tour-du-Pin), situati ai margini della regione parigina (come in Seine-et-Marne e Essonne), o in aree scarsamente popolate ( come la Nièvre), dove la sensazione di declino è maggiormente reale o percepita e si può facilmente tradurre in protesta o espressioni di sovranismo in genere.

Sentendosi esclusi dai progetti sociali del centro, la Francia periferica si è progressivamente affrancata dall’ortodossia delle classi dirigenti, che tardi hanno preso la misura del baratro ideologico che li separa dalle classi più modeste. Ciò ha contribuito a creare una contro-società che pur riappropriandosi di spazi non necessariamente rassicura questa porzione di cittadini dall’instabilità demografica e dai fenomeni di mobilità e diversità della società multiculturale. Così il bolero fluorescente in scena per le strade mostra l’homo economicus periurbano alzare la testa e rompere con la sua solitudine postmoderna.

Certo, l’opposizione binaria tra centro e periferia spesso maschera una varietà di situazioni più complesse o impigliate. Tuttavia, il tono generale di questo movimento è, senza alcun dubbio, d’ispirazione “periferica”, sia nella sua estetica che nel paesaggio che va coinvolgendo – pur rimanendo assai scettico sull’effettiva coesione sociale o addirittura politica. A dimostrarlo sono i blocchi effettuati, quasi tutti riconducibili all’ecosistema dello sprawl urbano: stazioni di servizio, parcheggi in centri commerciali, pedaggi, rampe di autostrade e, soprattutto, rotonde.

Prodotto “strano” e caratterizzante le grandi vie francesi quando ancora in Italia vivevamo di semafori e incroci, nel territorio segnato dallo sprawl urbano, la rotonda diventa l’equivalente logistico e simbolico del ruolo svolto dalla piazza nei movimenti di protesta del centro città. Mentre per la sinistra la piazza mantiene una connotazione politica forte ed ineludibile, l’automobile e la rotonda diventano la lingua di questo movimento di protesta periferica. Se ancora alcuni si riuniscono in gruppi umani, formano assemblee e processioni, alimentando una cultura politica segnata dai grandi movimenti sociali, le lotte del passato che popolano l’immaginario collettivo del “popolo di sinistra”; altri si esibiscono in coreografie alternative in grandi balletti motorizzati e “operazioni lumaca” lungo le carreggiate.

Dal canto suo, il governo non ha sottovalutato gli effetti della cybermobilitazione, cercando proprio di sfruttare le piattaforme social per controargomentare. Nella stessa logica, le immagini anti-blocco sono state ampiamente diffuse. Queste sono tagliate per i social network: uno slogan chiaro, informazioni concise, un hashtag efficace ( #sansmoile17 ). Il loro autore è anonimo, ma probabilmente vicino al movimento En Marche che ha portato Macron all’Eliseo. Lo scopo di questa comunicazione non è quello di convincere il nocciolo duro scontento ed insoddisfatto, che si risolverebbe in una perdita di tempo. Bensì di colpire gli indecisi, in modo che non arrivino a gonfiare le fila dei manifestanti su quattro ruote.

È interessante anche immergersi nei molti video che richiedono la mobilitazione del 17 novembre. Condivisi decine di migliaia di volte, spesso hanno titoli in maiuscolo (rabbia) pieni di punti esclamativi !!!! (Indignazione). Un punto comune, in particolare. Il risentimento non riguarda solo il portafoglio, ma più in generale il disprezzo verso Parigi, come un Davide provinciale contro il Golia del governo centrale, intento alla sola promozione delle grandi città con metropolitane, taxi, bus, scooter elettrici, desinati ad ospitare startup in ambienti di “positive thinking”. Uno sfogo contro una classe politica che sembra troppo parigina e troppo sconnessa. Flop fiscali, stato centralizzatore e la confusione nel raggruppamento dei distretti in regioni (“Hauts de France” che cancella il Pas-de-Calais, il Nord e la Piccardia) convogliano tutte in un movimento altamente eterogeneo al quale anche le opposizioni stanno cercando di partecipare.

Perché le altre riforme non sono riuscite a muovere lo stesso tenore di protesta? È una rabbia occasionale o c’è una linea di fondo? Da dove viene questo indebolimento di Emmanuel Macron? “Perché ha funzionato per la riforma della SNCF? Per la riforma del codice del lavoro? Perché non erano rilevanti per tutti. Lì, il carburante colpisce tutti – afferma Frédéric Dabi, vicedirettore generale Ifop. Abbiamo trasmesso una semplice domanda in un sondaggio Ifop di ieri: ‘Sei dipendente dalla tua auto nella tua vita quotidiana?’ Il 69% della risposta francese in senso affermativo; 88% nelle zone rurali”.

Dunque, niente di meglio di un gilet a taglia unica per correggere le disuguaglianze che minano la nostra società? I manifestanti del 17 novembre hanno spontaneamente creato un embrione di milizia popolare in uniforme. Per unirsi a essa nella lotta contro un potere impopolare che ci colpisce con le tasse, basta portare la bandiera della rivolta. Il seguito viene naturale. Chi non è stanco delle tasse? Chi non si sente truffato dai corrotti approfittatori? Chi non considera Emmanuel Macron, il “presidente dei ricchi”? La dottrina dei Gilets jaunes è talmente vaga che è ora condivisa da tutta una schiera di avversari, più o meno pronti a far incetta di voti sulla protesta montante: Marine Le Pen, Florian Philippot, Laurent Wauquiez, François Ruffin o Jean-Luc Mélenchon. Anche l’argomento dell’ecologia si trasforma. Il governo sta difendendo l’aumento delle tasse sul gasolio per deviare i consumatori da un combustibile altamente inquinante. È un principio nobile, ma la sua implementazione solleva domande. La maggior parte delle persone che guidano il diesel lo fa perché è economico, e quindi non fa parte degli abbienti. Perché solo i più poveri devono pagare i costi della transizione ecologica, quando gli aerei, per esempio, volano con il cherosene zero-rated?

Anche questa è una forma di rabbia nella società moderna. I “giubbotti gialli”, che sognavano di vivere fuori città e consumare a loro piacimento, pensavano di essere liberi e si trovavano prigionieri di una società bloccata. Da qui la jacquerie.