La sinistra al di là del PD e i nodi del governo Gentiloni. Intervista ad Adriano Zaccagnini

Dopo l’addio a Sinistra Italiana, per il deputato ex 5 Stelle è il momento dei bilanci. Il futuro, però, è verso Pisapia ed un nuovo centrosinistra unito. Governo Gentiloni? “Ho votato la fiducia, spero ci sia un’inversione di tendenza”. E le nomine? “Troppo poco tempo, molti gli impegni a stretto giro”.

Intervista di Lorenzo Carchini

 

Adriano Zaccagnini. Romano. Candidato ed eletto alle ultime politiche con il Movimento 5 Stelle, abbandonati quattro mesi dopo l’ingresso in Parlamento a causa della “visione fantascientifica della realtà” dello scomparso Gianroberto Casaleggio. Passato così nel Gruppo Misto, che “ospita” i parlamentari non iscritti ad alcuna componente. Sposa, poi il progetto di Sel-Sinistra italiana, il gruppo che alla Camera riunisce anche alcuni ex Pd (come Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre). Pochi mesi fa il nuovo colpo di scena: il ritorno nel Misto. Queste le sue parole: “A volte bisogna essere onesti con sé stessi e non lasciarsi trascinare da situazioni e scelte politiche che non si condividono più”

Quale è stato il motivo della rottura?

Il motivo vero è stato esattamente quello di dover fare un bilancio dei quasi 2 anni di appartenenza al gruppo parlamentare di Sel-SI. Un bilancio che non è positivo, perché la linea politica che si va assumendo in questi mesi è una linea che io non condivido.

In particolare farei una premessa politica generale. Nel momento in cui si vanno configurando tre grandi poli in quasi tutti i grandi paesi d’Europa – centrodestra, centrosinistra e forze variegate che richiamano un grande cambiamento ma che a volte hanno toni populisti e antipolitici – in questo scenario a un certo punto bisogna prendere posizione e la mia posizione, che ho anche espresso, è quella di un centrosinistra unito, perché è l’unica sinistra di governo che ci può essere, all’interno di una coalizione di centrosinistra. In cui i limiti che ci sono non permettono di esprimere completamente una politica socialista, ma la politica è proprio questo: mediazione, compromesso e credo che per scongiurare mali più grandi, come in altri paesi vediamo governi che minano i diritti fondamentali delle persone o altri temi importanti che vengono affrontati in maniera regressiva, per scongiurare questo e cercare di riportare una politica più vicina ai bisogni delle persone credo ci si debba impegnare, e io lo farò, all’interno del centrosinistra.

Un centrosinistra inquadrato come? C’è un riferimento europeo o internazionale al quale guarda in particolare?

L’esperienza di Sanders è stata molto interessante, perché ha richiamato nella sua narrativa alcuni temi che si erano persi nell’economia interna. Come riferimento, però, bisogna essere chiari; il Pd esprime il più grande partito del gruppo socialista del parlamento europeo: come riferimento possiamo benissimo prendere il nostro paese ed il nostro centrosinistra.

Sull’onda del voto del 4 dicembre,  si è ricominciato a parlare di una sinistra a sinistra del Pd, proponendo un’idea di centrosinistra unito. A farlo è stato Pisapia, ma a ruota è seguito anche il sindaco di Bologna Merola. Una sorta di “Nuovo Ulivo” che il prossimo 19 dicembre si riunirà a Bologna. Lei, da fuoriuscito di Sel-Si come vede questa iniziativa? Pensa di prendervi parte?

Andrò a Bologna, ma anche a Roma il giorno prima ci saranno delle iniziative interessanti. Interessanti proprio perché ponendosi con chiarezza il tema di “in che campo stare”, in quale dei tre poli – giacché vedo davvero difficile che possa istituirsene un quarto, forse tra qualche anno avremo un contesto diverso –  credo che sia molto interessante questa iniziativa.

Non a caso viene da sindaci ed ex sindaci, che hanno un polso della situazione secondo me migliore e più vicini ai territori e alle persone, rispetto alla classe dirigente nazionale della sinistra. E non è un caso che gli aderenti promotori di questa iniziativa che dovrebbe far parte del progetto di promozione di un centrosinistra, sono impegnati istituzionalmente principalmente nei governi degli enti locali. Questo è un dato importante che segna una sostanziale differenza fra la linea politica scelta da Sinistra Italiana, molto teorica e che si misura poco con la pratica e mette poco in campo buone pratiche di partecipazione politica. Cosa che abbiamo visto nel percorso costituente di SI, un altro dei motivi che mi ha fatto abbandonare il partito prima del Congresso che arriverà e coinvolgerà solo il gruppo parlamentare, perché non c’è un dibattito interno, ma una direzione indicata da alcuni esponenti che però non riescono a sviluppare alcun feeling con il popolo della sinistra, perché alcuni di loro come D’Attorre ed in particolare Fassina, non rappresentano le classi popolari ma una discontinuità più personale che politica col Pd.

Questo dato secondo me è importante, la composizione di chi sosterrà questo soggetto che si potrà creare e alleare al Pd. A me interessa molto, ma è interessante anche la battaglia politica all’interno del Pd, perché credo che sia soprattutto al suo interno che si delineerà la linea politica di questa possibile coalizione.

Pd sarà anche il governo che il referendum costituzionale ha portato con sé. Gentiloni ha davanti a molti nodi, pensiamo a Mediaset, banche, Jobs act, perfino nei suoi stessi componenti. Che idea si è fatto? Vede un governo debole? Ha una data di scadenza?

Io lo sto sostenendo, entrando all’interno della maggioranza parlamentare votando la fiducia. Credo sia necessario arrivare ad una legge elettorale seria, che possa dare al paese una certa stabilità e chiarezza di come si andrà a votare nei prossimi anni e, perché no, decenni. Poi ci sono delle priorità a cui deve assolvere, ad esempio l’approvazione l’altro ieri del decreto sul terremoto, ma anche Mps, la manovra di correzione da fare a Marzo. Sono tante anche le questioni economiche sociali da rivedere, penso ai voucher che devono assolutamente essere rivisti, e all’articolo 18, nei tre quesiti proposti dalla Cgil con la raccolta di tre milioni di firme.

In generale, credo sia la cosa migliore anche per creare un clima politico più disteso, che possa aiutare il governo Gentiloni a fare un lavoro dignitoso per il tempo che sarà necessario. Credo che bisognerebbe intervenire a livello parlamentare, avvicinandosi alle richieste dei quesiti referendari della Cgil e magari non andare al voto del referendum, ma proprio perché già il governo ha accolto e ha fatto retromarcia riguardo all’impianto del Jobs act. E’ necessario anche perché ci sono delle parti positive della legge che vanno riconosciute, ma c’è anche una parte che non ha funzionato ed espone ad una precarietà eccessiva i lavoratori e che va riequilibrata. Non andrebbe vista come una sconfitta, ma come un aggiustamento, un riequilibro normativo di cose che sono state sperimentate e che hanno funzionato solo fino a un certo punto.

Quindi lei chiede anche una discontinuità rispetto a quanto fatto dal governo Renzi.

Sì, discontinuità ed essere capaci di vedere le cose che hanno funzionato e quelle che sono andate male. Un feedback. Mi sembra assurdo continuare ad andare avanti con i paraocchi, con una politica che mette in campo delle misure che poi non verifica. Le norme non essendo quasi mai perfette, c’è sempre bisogno di aggiustamenti e riequilibri anche sostanziali. Non vedo dove stia la sconfitta in tutto ciò, piuttosto parliamo di una politica che risponde ai dati che arrivano e fa analisi, si pone la questione di ritoccare norme che funzionano solo parzialmente.

Le dichiarazioni di Poletti fatte mercoledì possono essere un assist ai 5 Stelle, in questo momento la principale opposizione?

Questo non lo so. Certo Poletti ha avuto uno scivolone comunicativo evidente, affermazioni che anche a livello istituzionale un ministro non dovrebbe mai fare, perché lo scioglimento delle camere, finché c’è la fiducia…

Il giorno stesso in cui è arrivata la fiducia al Senato.

Infatti. Abbastanza fuoriluogo. E’ evidente che c’è una parte dei parlamentari che ritiene il voto anticipato a Giugno o Maggio sia la migliore delle soluzioni. Io sinceramente non sono d’accordo, non credo sarebbe la soluzione migliore per il paese omettere i referendum, lasciare l’impianto del Jobs act così com’è ed andare a votare. Secondo me sarebbe un rischio molto grande per il centrosinistra, questo sarebbe il vero assist ai 5 Stelle.

Credo che il governo Gentiloni, quello che potrebbe fare di davvero utile, sarebbe far decantare questo clima politico inferocito e, a quel punto, permettere i dibattiti all’interno delle coalizioni. Un dibattito sano, civile, da cui far emergere leadership e linee politiche, presentandosi alle elezioni con una legge elettorale fatta bene, che permetta ai cittadini di eleggere un governo che rappresenti realmente il paese.

Il clima politico, diceva. Ora sta ribollendo, lo abbiamo visto con l’episodio dei Forconi. I toni in generale sono gravi, ma questo non lo si scopre ora, lo erano già durante il referendum e addirittura prima. Siamo a una bassa marea della politica, oppure ci sono delle problematiche anche culturali di cui essa si deve far carico all’interno del suo stesso dibattito?

Siamo in una campagna elettorale permanente e con toni feroci. Quando la posta in gioco è così alta, un referendum sulla Costituzione e le elezioni anticipate, col bisogno di decidere le regole del gioco con la legge elettorale in poco tempo, è chiaro i toni siano alle stelle. In più aggiungerei, come lei ha sottolineato, un deficit culturale, lo possiamo definire anche così, di chi si appassiona – o non si appassiona più – alla politica oggi. Io ho notato in questa mia esperienza parlamentare come il clima sia andato sempre peggiorando. E i 5 Stelle ci hanno messo del loro, il loro contributo maggiore è stata la brutalizzazione del linguaggio politico. Questo è stato devastante perché le persone che seguono la politica in maniera più distante, notano sempre questa accesissima conflittualità e non capiscono più ciò che succede, perché viene a mancare l’obiettività. Tutto diventa così una caricatura delle posizioni politiche, condita poi da fake news, diritto scriteriato del web e delle notizie che vi circolano, bufale e propaganda digitale che non aiuta né il confronto né l’informazione. Così ci ritroviamo in una situazione in cui o ci si riesce a calmare e a tornare al rispetto fra le posizioni politiche differenti, con discussioni importanti anche accese. Ma se non c’è il minimo rispetto, in particolare da una parte dell’opposizione – vedi Lega e 5 Stelle – nei confronti di chi al momento governa, la situazione non potrà che peggiorare portando ad un arroccamento di chi al momento detiene il potere.

Chi riesce ancora a gestire le leve del governo non può fidarsi ad aprire ad accordi politici e a soluzioni condivise con opposizioni come Lega e 5 Stelle, perché hanno dimostrato decine di volte di non essere affidabili, di dire una cosa e poi farne un’altra, di puntare esclusivamente ad un ritorno elettorale e comunicativo immediato (clickbaiting). La politica così è scomparsa nel confronto fra 5 Stelle e Pd, ad esempio, ed esiste solo un conflitto comunicativo deleterio per le istituzioni ed i paese.

Ultima domanda. Rispetto all’esito del referendum, il governo Gentiloni ha recepito appieno il No ricevuto dagli elettori, non solo alla riforma, ma anche a Renzi? Guardo alla composizione del governo, nato nel giro di weekend, alle tante conferme, al nuovo ruolo assegnato alla Boschi. Alla fine ha pagato soltanto la Giannini.

Credo che abbia pesato molto il tempo e la volontà di alcuni singoli di rimanere al governo anche facendo scelte probabilmente non condivisibili ed inopportune per il momento. No, non credo che abbia recepito appieno il risultato. Circa la composizione dei ministri, molti di quelli che hanno in mano i dossier sono stati riconfermati perché altrimenti si sarebbe dovuto ricominciare da zero, con un governo che avrebbe avuto bisogno di molto più tempo per mettersi in moto. Questo non ce lo si poteva permettere.

Le consultazioni sono state molto veloci così come la scelta della squadra, questo è stato il motivo principale per i pochi cambiamenti, certo alcuni ministri hanno anche lavorato bene, penso a Martina, Orlando o Del Rio, che trovo giusto andassero confermati.

Detto ciò, se ci fosse stata una discontinuità maggiore avrebbe segnato ancora meglio il recepimento del voto, ma i toni portati in Parlamento da Gentiloni o dalla Finocchiaro sono stati molto consapevoli della sconfitta, l’hanno riconosciuta ed hanno portato un certo grado di umiltà che è necessario recuperare in questi mesi per allentare il clima.

Quindi, anche se la discontinuità non è immediatamente percepibile, c’è una forte consapevolezza all’interno del governo che sia stata una sconfitta tremendo e sia necessaria una correzione di rotta su alcuni temi poi oggetto della campagna referendaria, questioni socio economiche soprattutto, di disuguaglianze aumentate troppo, come dimostrano i dati sulla povertà in crescita. Su questi nodi, se il governo riuscirà ad intervenire avrà fatto un buon lavoro.

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