La sinistra italiana è al suo minimo storico. Come ripartire?

L’esito elettorale delle consultazioni nazionali del 4 marzo consegna alle forze della sinistra italiana il peggior risultato in termini di consenso popolare dal dopoguerra ad oggi. Anche volendo considerare nel disperato conteggio tutta la coalizione di centro-sinistra (che aveva al suo interno liste di chiara ispirazione liberista e come tali difficilmente ascrivibili all’impostazione teorico-culturale della sinistra come +Europa) il risultato non ha eguali nella storia dell’Italia repubblicana.

di Adriano Manna

 

Una cosa è certa, queste elezioni segnano uno spartiacque nella storia politica del nostro paese. Se è forse ancora prematuro parlare di “Terza Repubblica”, quantomeno bisogna prender atto che la cosiddetta “Seconda Repubblica” è definitivamente conclusa, e siamo entrati rapidamente in una fase di transizione che ha letteralmente travolto quelli che erano i “partiti perno” del sistema politico italiano nella storia più recente.

I grandi sconfitti della tornata elettorale sono in primis il Partito democratico e poi Forza Italia, un tempo partner principali dei due schieramenti che definivano lo schema bipolare su cui si delineava lo scenario politico ed oggi ridotti a forze subordinate, in balia di quelli che sono i due grandi vincitori della tornata elettorale: il Movimento 5 Stelle e la Lega di Matteo Salvini.

Se questo sia un dato destinato a strutturarsi oppure un episodio contingente è troppo presto per dirlo, ma sicuramente evidenzia una chiara tendenza in atto, ossia il prevalere della narrazione populista nel dibattito pubblico italiano. Un processo, questo, avviato con la discesa in campo di Berlusconi nel 1994 e mai pienamente compreso da quelle che erano le forze popolari di sinistra di allora, come il Pds o Rifondazione, che in questo quadro sempre si sono mosse in maniera subalterna.

Che i due perni emersi da questa tornata elettorale possano ridefinire gli equilibri nel medio-periodo appare tuttavia assai difficile: il sistema politico così definito non offre alcun tipo di equilibrio nemmeno sotto il punto di vista della governabilità istituzionale, e l’offerta politica che questi soggetti esprimono difficilmente può assorbire tutte le fratture di natura sociale, geografica e culturale che caratterizzano la società italiana.

 

Cosa farà il Patito democratico?

Per il PD, quella che dovrà prendere nelle prossime settimane è forse la scelta più delicata da quando è stato fondato il partito sulle ceneri dell’Ulivo: garantire i voti ad un Governo M5S oppure sperare nel protagonismo del Presidente della Repubblica, correndo però il rischio di consegnare i pentastellati tra le braccia della Lega?

Il rischio di non garantire un Governo 5S è rappresentato dal fatto che questi, magari in occasione di un immediato ritorno alle urne, possano giocare la carta propagandistica del vecchio ceto politico e del “sistema” che s’inventa di tutto pur di non mandarli al governo del paese, ma è anche vero che un appoggio anche “esterno” ad un ipotetico governo Di Maio potrebbe creare fibrillazioni tali all’interno del partito da paventare un vero e proprio rischio implosione.

Va anche detto che l’idea di farli “bruciare” al governo, così come sperimentato a Roma e Torino non sembra convincere: nelle due città è vero che il Movimento ha perso consenso dopo un anno e mezzo di governo locale, ma non in maniera così significativa e comunque un appoggio esterno si farebbe “pesare” in termini di condizionamento sull’azione di Governo, una carta che lo stesso Movimento potrebbe poi comunque rigiocare nelle une chiedendo questa volta agli italiani un mandato pieno, senza condizionamenti, magari con una legge elettorale orientata in senso maggioritario.

 

Cosa resta a sinistra?

L’esperienza di LeU è stata chiaramente un fallimento: il 3,3% è un risultato peggiore di quello delineato dal più fosco degli scenari prima del voto, ma la riproposizione di un ceto politico “liquidato” da Renzi e comunque con pesanti responsabilità sugli errori compiuti dalla sinistra negli ultimi 15 anni almeno, rende questo un risultato ampiamente spiegabile.

Lo stesso Pietro Grasso, scelto come “capo politico”, figura prevista dalla legge elettorale, è apparso lento, confuso, poco incisivo e complessivamente inadeguato nel poter delineare un profilo di sinistra di rottura, indispensabile per recuperare il diffuso malcontento dell’elettorato di sinistra che per la maggiore si è infatti rifugiato nel non-voto oppure nella casa (si spera transitoria) del 5Stelle.

Pensare che si possa avviare il processo fondativo del partito unitario di sinistra appare adesso assai più complicato, soprattutto qualora si dovesse assistere ad un reale cambio di guardia dentro il PD che difficilmente lascerebbe indifferente buona parte del ceto politico di MdP, che potrebbe valutare seriamente l’idea di tornare nella casa madre, se non altro per questioni di mera sopravvivenza professionale.

A sinistra di LeU l’esperienza di Potere al Popolo è arrivata troppo a ridosso del voto, impossibilitata in neanche due mesi di campagna elettorale a farsi conoscere dalla gran parte della popolazione, ha avuto comunque il merito di ricompattare un corpo militante della sinistra radicale e di segnare alcuni passaggi importanti verso un rinnovamento delle pratiche politiche partecipative e della comunicazione.

La sensazione è che a sinistra manchi quel progetto di rottura, radicale ma non massimalista, nuovo nelle pratiche e nel linguaggio ma in grado di farsi carico di quel patrimonio storico di analisi e prassi che ha la sinistra italiana, che permetta anche al nostro paese di allinearsi con le nuove esperienze di sinistra che timidamente ma con continuità si stanno sviluppando soprattutto nel sud Europa.

Se questo vuoto possa essere colmato da un riposizionamento definitivo delle forze che hanno dato vita a LeU (magari con un definitivo ricambio generazionale interno nella dirigenza), oppure dalla maturazione del progetto di Potere al Popolo o magari da entrambi gli elementi che si incontrano (ma appare assai difficile), lo vedremo nei prossimi mesi.

Le prossime elezioni europee del 2019 saranno in questo senso un buon banco di prova per capire si finalmente, dopo un ciclo di sconfitte senza eguali nella storia italiana, sarà possibile intravedere a sinistra un minimo di progettualità politica a medio termine, che tenga conto della trasformazione in atto nel sistema politico nazionale e dei processi macro che coinvolgono lo spazio europeo, dove la crisi della social-democrazia assume sempre più caratteri di irreversibilità e dove al contempo si aprono spazi inediti per percorsi di radicalità di massa in grado di rispondere efficacemente alla crisi del neo-liberismo e la conseguente crisi delle istituzioni democratiche liberali, così come alla grave minaccia rappresentata dai nuovi movimenti reazionari di massa che si affacciano con sempre maggiore aggressività.