La Spagna tra il sollievo social-liberale e la radicalizzazione della destra

In Spagna sono trascorsi due mesi dall’insediamento del nuovo governo presieduto da Pedro Sánchez, e risulta difficile scorgere segni di cambiamento che vadano al di là del fatto di aver chiuso con l’era Rajoy a un livello più simbolico che sostanziale [1].

di Jaime Pastor* – Viento Sur

 

In realtà, sapevamo già che non c’era da aspettarsi alcun cambiamento per quanto riguardava il nucleo duro della politica dello Stato e dell’Unione europea, e cioè la politica economica. La ministra dell’Economia, [Nadia] Calviño, lo aveva detto chiaramente poco dopo aver assunto la carica, affermando che era «vitale la fiducia dei mercati», anche se poi aveva aggiunto, forse posta in allarme dalla sua cattiva coscienza, «e anche quella dei cittadini». Lo stesso si poteva prevedere per quanto riguarda la xenofobia istituzionale (con la nuova trovata dei “centri controllati” in Paesi come la Libia, mentre il ministro [dell’Interno, Fernando] Grande-Marlasca non pone ostacoli alle “restituzioni a caldo” [dei migranti] in Africa settentrionale) o la questione catalana, al di là della volontà di dialogo per un nuovo Estatut e nonostante la sconfitta giudiziaria subita in Germania [2].

Tuttavia, sembrava che il leader del Partido Socialista Obrero Español (PSOE) fosse deciso a controbilanciare la sua fedeltà alla “vecchia politica” facendo uno sforzo per dare risposta ad alcune delle aspettative che si erano formate in altri ambiti, e di carattere “progressista” o, più semplicemente, “rigenerazionista” [3]. Effettivamente qualcosa s’è fatto in questo senso: l’universalizzazione del servizio sanitario, la nomina a fatica di Rosa María Mateo alla carica di amministratrice unica della [radio-televisione pubblica] RTVE, o la disponibilità a esumare il cadavere del dittatore [Francisco Franco] dalla infelicemente denominata Valle de los Caídos. Ma non ha però avuto il coraggio di rendere pubblico l’elenco delle persone che hanno beneficiato dell’amnistia fiscale del [precedente] ministro Montoro (e ciò nonostante le promesse fatte quand’era all’opposizione), ha rinunciato ad abrogare la riforma del lavoro di Rajoy (una decisione condivisa, disgraziatamente, dalle direzioni delle Comisiones Obreras e dell’Unión General de Trabajadores) e la Ley Mordaza [4] (anche se di quest’ultima si propone di modificare alcuni articoli) e si è opposto all’inclusione nel regime generale della Sicurezza sociale del regime speciale delle lavoratrici domestiche. Per non parlare poi dell’ancora vaga disponibilità a procedere all’avvicinamento dei prigionieri e delle prigioniere baschi e basche, anche se come semplice pegno da pagare al Partido Nacionalista Vasco [5].

A tutto ciò va aggiunto, nel caso sussistesse qualche dubbio sulla fedeltà di Sánchez ai Borboni, il rifiuto opposto all’istituzione di una Commissione parlamentare d’indagine sul ruolo dell’emerito, e ladro, re Juan Carlos I nello scandalo del caso Corinna [6] e, last but not least, il suo impegno ad aumentare le spese per la difesa per andare incontro alle esigenze del tanto criticato Trump, per non dire poi che continua a restare nel limbo la tassazione sulle banche, dopo che sono arrivate le prime critiche da parte di quei “patrioti” del Banco Santander, che minacciavano di traslocare la sede centrale.

Sarebbe però un errore dedurre da questo succinto bilancio che il PSOE non stia già ricavando vantaggi dal tentativo che il governo sta facendo di occupare il centro dello schieramento politico, come conferma la sua ascesa nei sondaggi. Tuttavia, non è scontato che questi miglioramenti siano già consolidati né che siano sufficienti a contrastare l’offensiva della destra: la polarizzazione che quest’ultima sta determinando con la sua strategia della tensione può facilitarle la conquista di voti nel “centro”.

 

La lotta per l’egemonia nella destra spagnola

Dal congresso del Partido Popular (PP) è uscito vincitore un progetto per nulla rigeneratore, ma fermamente deciso a creare una polarizzazione politica e sociale: non solo contro Unidas Podemos e contro l’indipendentismo catalano, ma anche contro il PSOE («tutto a destra del PSOE», Casado dixit). Nelle dichiarazioni del nuovo, e tuttora sospettato di frode accademica [7], leader del PP è agevole vedere già un’audace combinazione di neoliberismo (il suo consigliere economico, Daniel Lacalle, rivendica «un PP liberal-conservatore, orgoglioso e senza complessi» e propone la riduzione a meno del 40% del massimo dell’imposta sul reddito), di conservatorismo (difesa della famiglia e dei privilegi della Chiesa cattolica), di banalizzazione del franchismo (non si deve spendere un euro per esumare Franco…), di maschilismo (contro il diritto di aborto e l’“ideologia di genere”), di nazionalismo spagnolo reazionario e punitivo (con la proposta di includere nel Codice penale il delitto di «sedizione impropria» e di ripristinare la proibizione del referendum, già vigente ai tempi del suo mentore José María Aznar) e, come se ne sentissimo la mancanza, con l’aggiunta di un invito ai cittadini a mobilitarsi contro la «minaccia di milioni [!!!] di africani» diretti alle sponde spagnole.

Questa decisa opzione per il discorso xenofobo pone il PP in armonia con l’estrema destra europea, proprio nel punto in cui passa la frontiera della maggiore diseguaglianza del pianeta, ed è destinata a generare un allarme sociale, a colpi di menzogne, in una popolazione in cui la sensazione di insicurezza circa il proprio futuro verrebbe dirottata verso il risentimento nei confronti dei settori più vulnerabili. Presuppone, pertanto, un vero e proprio appello a intensificare la “guerra delle frontiere” che da tempo si combatte in quella vera e propria fossa comune che è diventato il Mediterraneo [8]. Non sarà facile affrontare questa nuova offensiva se non sapremo accompagnare la denuncia delle sue menzogne con un progetto di futuro alternativo, anti-neoliberale e solidale [9].

Così nel PP, sconfitta la linea tecnocratica ma non per questo meno dura di [Soraya] Sáenz de Santamaría, ha vinto la scelta di un riarmo ideologico che, per inciso, lo aiuta a ficcare nel dimenticatoio la sua corruttela strutturale (che non per questo, però, cesserà di venire alla luce in nuovi processi). In questo modo il PP cerca di competere dall’opposizione con quelle forze che negli ultimi tempi gli contendevano l’egemonia sulla destra spagnola: Ciudadanos e, in minor misura, Vox [10]. Già lo si è visto con i viaggi di Casado e Rivera a Ceuta, ma è forse in Catalogna dove la competizione sarà più serrata.

In ogni caso, le prossime elezioni in Andalusia costituiranno il primo test di questa competizione, quando si avrà la prova del radicamento reale di questo partito, che pur continuando a essere più grande dei suoi avversari di destra, è ben lungi dal corrispondere all’immagine che dava di sé, come «partito più grande d’Europa»: verificato infatti il numero di militanti e votanti nel suo recente congresso, questo è stato ridotto da oltre 800.000 a poco più di 50.000. [11].

 

Catalogna, Podemos e il “male minore”

In questo nuovo scenario di minori aspettative dal nuovo governo e di di un PP all’opposizione ringalluzzito che senza alcun dubbio spingerà Ciudadanos a imboccare la stessa strada, la nuova fase in atto in Catalogna ha aspetti contraddittori: sebbene da una parte vi sia una stasi e un’assenza di percorso programmato (hoja de ruta) nel nuovo Govern [regionale catalano], con un intensificazione della lotta per l’egemonia fra la nuova Crida Nacional per la República [12] ed Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), dall’altra la rivendicazione popolare della liberazione dei prigionieri e delle prigioniere catalani in vista dei prossimi processi e la legittimità di una maggioranza parlamentare indipendentista manterranno alta la tensione e la mobilitazione in un autunno “caldo” che porrà nuovamente nell’angolo il governo spagnolo, costringendolo a muoversi in un senso o nell’altro. Il rischio di un nuovo scontro e di una nuova escalation nella repressione non può essere scartato, ed è per questo che è estremamente necessario che Unidas Podemos riassuma la rivendicazione sia della cessazione della repressione, sia di un referendum concordato sul rapporto fra Stato spagnolo e Catalogna. Rivendicazioni che, nonostante l’ostilità della maggior parte dei media, cominciano a trovare un maggior ascolto nella società spagnola, soprattutto fra le nuove generazioni.

Tuttavia, il fatto più preoccupante del nuovo ciclo politico è la profonda crisi del discorso, del progetto strategico e, ora, anche degli orientamenti tattici di Podemos. Una volta preso atto del rifiuto di Sánchez di un governo di coalizione, era sembrato che si insistesse sullo status di socio preferito “nell’ombra”, nonostante l’esperienza fallimentare nella designazione del numero 1 e del Consiglio della catena radiotelevisiva pubblica (RTVE). A questo scopo si ricollocarono subito in riserva i 20 provvedimenti di Pablo Iglesias, alcuni dei quali evidentemente incompatibili con le politiche austeritarie dell’Unione europea, e che non sono stati oggetto di alcuna campagna. Ora, in cambio, di fronte alla verifica palmare dei limiti del nuovo governo, la propensione a perseguire la politica del “male minore” sembra aver perso credibilità, senza però che per questo ci si stia indirizzando verso la ricerca della convergenza con le nuove lotte e mobilitazioni, unica strada possibile di far vacillare il governo e di fronteggiare la controffensiva delle destre in migliori condizioni.

Perché, in effetti, un dato fondamentale del nuovo scenario è il ritorno delle lotte operaie in settori precarizzati (come, fra gli altri, nei casi di Amazon e Ryanair, che trascendono i limiti dello Stato spagnolo), in coincidenza con altre lotte a causa delle nefaste conseguenze della nuova bolla immobiliare e della gentrificazione a opera dei fondi avvoltoio [vulture funds], senza peraltro dimenticare la continuità del movimento femminista nella condanna di sentenze giudiziarie come quella de La Manada o, più recentemente, contro Juana Rivas [13]. Alcune vittorie parziali, come quella ottenuta dal popolo di Murcia con la costruzione sotterranea della linea ferroviaria e altre sempre su scala regionale o locale, dimostrano come il nuovo scenario sia più propizio allo sviluppo di un nuovo ciclo di proteste e di affermazione popolare. In questi giorni, lo sciopero dei tassisti, a prescindere dall’eterogeneità del settore, sta smascherando anche questo tipo di capitalismo che si cela sotto l’etichetta di “economia collaborativa”.

In questo contesto di polarizzazione politica e sociale, i risultati ottenuti nelle primarie da Podemos Andalucía e la promettente dinamica di convergenza che lì si sta sviluppando con Izquierda Unida, collettivi e persone impegnate nei movimenti sociali sono dei fatti incoraggianti sulla possibilità di una via diversa, di opposizione al PSOE e di costruzione di contropoteri cittadini e, di conseguenza, di un altro Podemos. Pertanto, la direzione statale di questa formazione commetterebbe un errore gravissimo se contrapponesse ostacoli burocratici a questo processo politico, che beneficerebbe soltanto uno dei volti peggiori del PSOE, quello rappresentato da Susana Díaz e dal regime clientelare che da decenni vige in questa Comunità autonoma [14].

La possibile convocazione anticipata di elezioni in Andalusia potrebbe rivelarsi, pertanto, come la prima scadenza di un calendario che probabilmente si concluderebbe con l’indizione di elezioni legislative generali prima della fine di questa legislatura, data la debolezza che sta dimostrando il governo di fronte ai suoi avversari della destra spagnolista e al blocco finanziario-immobiliare. Ragione di più per non lasciarsi incantare da una politica del “male minore” (che, come ha scritto Gramsci, è «la forma che assume il processo di adattamento a un movimento regressivo»), incapace di suscitare speranze di cambiamento, per fare proprio, invece, un progetto autonomo e generatore di convergenze con quelli e quelle “di sotto”, che torni a mettere al centro la denuncia di un regime inquinato sin dalla culla e contro il quale occorre persistere in una strategia delegittimante e di rottura (destituyente y rupturista).

 

Note del traduttore

[1] È opportuno ricordare che il governo Sánchez è entrato in funzione nel giugno scorso in seguito all’approvazione di una mozione di censura nei confronti del governo di Rajoy. Secondo l’ordinamento spagnolo, un governo in carica può essere rovesciato se una mozione di censura raccoglie la maggioranza assoluta dei deputati; il firmatario della mozione di censura diventa automaticamente capo del nuovo governo. La debolezza del governo Sanchez consiste nel fatto che il PSOE dispone di soli 85 seggi su 350. La maggioranza necessaria a rovesciare Rajoy (che ne aveva 137) è stata ottenuta in seguito alla puntuale e temporanea convergenza di quasi tutto l’arco partitico, nazionalisti catalani compresi (e Ciudadanos esclusi).

[2] La “sconfitta giudiziaria” consiste nel fatto che il tribunale tedesco dello Schleswig-Holstein, competente di fronte alla richiesta spagnola di estradizione di Puigdemont per malversazioni di fondi e per “delitto di ribellione”, ne ha concesso l’estradizione solo per il primo punto. Il Tribunale supremo spagnolo non ha accettato l’estradizione a queste condizioni, e Puigdemont è ancora “esule”.

[3] Il Rigerazionismo spagnolo è un movimento politico-intellettuale del secolo XIX-XX che non ha equivalenti in Italia. Si proponeva genericamente la ”rigenerazione” della Spagna mediante una “modernizzazione” d’impronte liberale. Attualmente il termine è usato perlopiù in senso peggiorativo per riferirsi a proposte di portata limitata, di natura “cosmetica”.

[4] La cosiddetta Ley Mordaza (Legge bavaglio) è stata varata nel 2015 dal PP, limitando in modo spropositato diritto di riunione, di manifestazione, di informazione eccetera.

[5] La quasi totalità dei militanti e delle militanti baschi dell’ETA incarcerati lo sono in prigioni spesso lontanissime dal luogo di residenza. La richiesta di avvicinamento, con inserimento nelle carceri del Paese Basco, è sempre stata rifiutata dal PP, anche dopo la cessazione di ogni attività dell’ETA. Il provvedimento potrebbe essere preso dal PSOE come “ringraziamento” per il voto alla mozione di censura dato dal Partido Nacionalista Vasco.

[6] Corinna zu Sayn-Wittgenstein, imprenditrice (e “principessa”) tedesca, che ha ammesso di aver fatto da tramite per il deposito in Svizzera di ingenti somme di denaro del “re emerito” Juan Carlos, padre dell’attuale re.

[7] La frode si riferisce al fatto che Casado si fregia di un titolo accademico ottenuto con tale rapidità da generare dubbi più che seri. I falsi titoli universitari sono una moda non certo solo spagnola, ma che ha attecchito in particolare fra gli esponenti del PP. Il congresso del PP è stato il primo dalla “rifondazione” di questo partito in cui il leader non è stato eletto a dedo, e cioè su indicazione del predecessore, senza concorrenti. Lo scontro fra le due tendenze ha praticamente diviso in due un partito composto in gran parte da consiglieri comunali, sindaci, parlamentari e portaborse vari, con scarso seguito di militanti, come evidenzia più sotto Pastor.

[8] Fra le tante testimonianze e i resoconti sulla “guerra non dichiarata” in atto nel Mediterraneo, rimando all’articolo della veterana e perseguitata attivista Helena Maleno: “Gabriel y su última batalla. Nos sangran las fronteras: guerras no declaradas del siglo XXI”, «Viento Sur», n° 150, pagg. 76-85. [Nota dell’autore]

[9] Jaime Pastor aveva da poco terminato questo articolo (31 luglio), quando Pedro Sánchez provvedeva a rendere ancora più difficile contrastare questa destra: Sánchez ofrecerá a Casado pactar sobre Cataluña y la inmigración, titola infatti in prima pagina «El País» del 1° agosto.

[10] Vox è una minuscola formazione di estrema destra fondata da un ex esponente del PP. S’è già detta interessata alla nuova “linea Casado”.

[11] La Crida dovrebbe essere costituita in ottobre, anche se per ora non è chiaro se sarà una sorta di organizzazione-ombrello sotto cui troverà ospitalità il partito di Puigdemont, o una trasformazione di quest’ultimo. Nel quale l’ala di Puigdemont ha sconfitto e praticamente emarginato il settore più moderato, più possibilista.

[13] Il caso de La Manada (La Mandria) è quello in cui cinque sivigliani, autori di uno stupro ai danni di una diciottenne a Pamplona, vennero condannati a pene particolarmente miti. Ne seguirono imponenti manifestazioni di protesta in molte città spagnole. Il caso Juana Rivas è quello di una donna spagnola che, accusando il marito italiano di violenza, ha portato con sé i figli in Spagna. Un giudice spagnolo le ha tolto la custodia dei figli, affidandola al marito, e ha condannato Juana a cinque anni di carcere per “sottrazione di minore”. Da notare che il marito italiano aveva in precedenza subito una condanna per violenza nei confronti di Juana.

 

*Jaime Pastor è un politologo, direttore di «Viento Sur»

Fonte originale in lingua spagnola: http://www.vientosur.info/spip.php?article14054

Traduzione dal castigliano e note di Cristiano Dan per il blog di Antonio Moscato