Le cariche e gli sgomberi: il mantra legalitario e la giustizia sociale

Il rispetto della legalità è un mantra che ci sentiamo costantemente ripetere ogni giorno da politici, giornali e opinionisti, anche di orientamento “progressista”. 

La legalità può essere declinata in molti modi e maniere. Può essere un principio nobile per chi ogni giorno si batte contro il malaffare e la corruzione delle nostre classi dirigenti, per giornalisti e attivisti che ogni giorno sfidano le cosche mafiose con le loro inchieste e con il loro attivismo. Ma quello che è successo in questi giorni a Roma e Bologna dimostra quanto possa essere ambiguo e strumentalizzabile tale principio.

Il 20 ottobre le oltre 90 famiglie che occupavano l’edificio Ex Telecom di Bologna si sono svegliate sotto sgombero: una maxi operazione di polizia predisposta dalla Prefettura e dalla Questura del capoluogo emiliano per la quale sono stati impiegati molti uomini e mezzi. Stessa sorte era toccata alcune settimane fa anche allo storico Centro Sociale Atlantide e ad altre case occupate in Via Solferino. Ma nulla in confronto a quanto successo mercoledì, lo sgombero più imponente che Bologna ricordi da molti anni. Occupanti e attivisti non hanno desistito e si sono barricati sul tetto. In mattinata la polizia ha caricato un corteo dei centri sociali, ferendo due ragazzi. Ha continuato con l’operazione nel primo pomeriggio, prelevando con la forza mamme e bambini che stavano all’interno della struttura, tra urla e pianti dovuti alla disperazione di chi non può permettersi di avere un alloggio.

Decine di persone sono arrivate per manifestare solidarietà agli occupanti, tra queste anche insegnanti e compagni di scuola dei bambini. Il collettivo Social Log ha ribadito che si è trattato di uno “sgombero violento”. Amelia Frascaroli, assessora dei Servizi Sociali in quota Sel, ha ribadito come l’Amministrazione Comunale abbia provato a trovare una soluzione alternativa allo sgombero, non riuscendoci, e ha chiarito la sua estraneità ai fatti.

Nel pomeriggio di mercoledì un presidio di solidarietà a Roma, vicino Porta Pia, è stato affrontato dalle forze dell’ordine con gli idranti, che hanno causato il ferimento di due manifestanti e incrinato un semaforo.

Già nella giornata di lunedì la polizia aveva caricato con gli idranti un corteo di studenti della Sapienza che protestavano per l’obbligo di dover pagare i 2 euro di ingresso all’evento Maker Faire, fiera dell’innovazione tecnologica, tenutosi all’interno della città universitaria. Evento che ha di fatto inibito la possibilità di accesso all’Università pubblica per gli stessi studenti iscritti.

Un oltranzismo legalitario portato avanti in primis ovviamente dagli organi preposti, ma recitato come un mantra da politici ed esponenti del Partito Democratico, convinti che tale approccio possa essere un biglietto da visita per le elezioni comunali della prossima primavera, che si terranno nelle principali città italiane, tra cui Roma e Bologna. Legalità a tutti i costi.

La legalità si configura così come strumento dei poteri forti per ostacolare le rivendicazioni di giustizia sociale e le pratiche di mutualismo portate avanti da militanti e attivisti che vivono i territori e che ogni giorno si attivano per far in modo che le nostre città diventino spazi inclusivi e per far valere i diritti (previsti anche dalla nostra Costituzione) di chi vive in condizioni precarie. Non dimentichiamo che alla fine degli anni ’60 il movimento studentesco e quello operaio hanno operato delle pratiche di “forzatura della legalità” che hanno contribuito al progresso materiale della società, essendo poi intervenuta la legge al fine di ampliare i diritti della categorie sociali più deboli e incrinare l’impianto gerarchico della società italiana, e laddove i più basilari principi costituzionali non fossero pienamente applicati – vedi lo Statuto dei lavoratori. Insomma legalità e giustizia sociale non sempre vanno d’accordo.

@pellini_giacomo

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