Le forze della sinistra italiana nella dialettica europea. Intervista a Marco Damiani

La visita di Mélenchon all’ex Opg di Napoli con cui il leader del movimento “La France Insoumise” ha dato la sua benedizione alla lista italiana di “Potere al Popolo” ha riacceso il dibattito sui rapporti delle forze italiane nello spazio politico europeo.

Una dialettica complessa quella con le famiglie della sinistra europea che già sono sottoposte a turbolenze interne, come dimostra la crisi della socialdemocrazia europea e le frizioni interne alla European Left conseguenti alla clamorosa proposta dello stesso Mélenchon di espellere Syriza dal Partito della Sinistra europea.

Abbiamo intervistato Marco Damiani, ricercatore in Scienza politica presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Perugia e autore del libro: “La sinistra radicale in Europa” (Donzelli, 2016).

Intervista a cura di Nicola Cucchi

 

Cosa sta succedendo dentro l’European Left? Qual è la posta in palio del conflitto dialettico che si sta consumando in queste settimane?

Le questioni interne al Partito della Sinistra europea e all’eurogruppo parlamentare che riunisce i partiti della sinistra radicale nel Parlamento di Strasburgo rispondono nient’altro che alla normale fisiologia della dinamica politica. La sinistra si misura da sempre con la domanda sul “Che fare?”, ed anche in questo caso l’interrogativo non cambia. In particolare, il tema su cui si produce la riflessione supplementare è quello legato all’UE, e in tal senso le diverse parti della stessa “famiglia” politica s’interrogano sulle policies da adottare per rendere più efficace la politica di contrasto ai modelli della governance internazionale. Da questo punto di vista, nel tentativo di spezzare il rapporto di sovraordinazione della sfera economica su quella politica, che guida la logica neoliberista dei processi di trasformazione reale, si confrontano due posizioni alternative. Da una parte, c’è chi intende avviare processi riformatori, nel tentativo di mostrare la possibilità di un’altra via percorribile all’interno dello spazio determinato dalle norme predefinite. Dall’altra parte, invece, c’è chi indica la strada della rottura con le regole imposte dai trattati europei come l’unica strada praticabile per la sinistra del cambiamento. Su questa dialettica si organizzerà, probabilmente, la dinamica elettorale dei partiti della sinistra radicale in vista delle prossime europee del 2019.

 

I brandelli di sinistra italiana che si presentano alle elezioni non sembrano avere una posizione chiara sull’Europa: sapresti dirci se LeU ha una posizione congiunta visto che MDP va verso socialisti e Sinistra italiana verso European Left?

L’evoluzione e i rapporti di forza della variegata sinistra italiana dipenderanno dai risultati delle elezioni politiche del 4 marzo. Le principali liste collocate alla sinistra del PD, Liberi e uguali e Potere al popolo, per ragioni diverse, sono sottoposte a processi di configurazione e riconfigurazione politica, che avranno esiti discordanti a seconda del risultato conseguito. Stando alla tua domanda, Liberi e uguali nasce dalla somma di tre componenti politiche. La capacità di costruire un soggetto unitario che abbia una forza superiore alla somma delle sue parti sarà strettamente legata all’esito delle elezioni. La soglia psicologica, a mio avviso, è fissata tra il 7% e l’8%. Detto altrimenti, se LeU si dimostra capace di esercitare un ruolo federativo che produce effetti non irrilevanti per le componenti sparse della sinistra italiana, allora potrà pensare di avviare un processo costituente capace di raggiungere il risultato finale. In caso contrario, se i numeri elettorali non dovessero avvicinarsi a quelli auspicati, io credo che il progetto non avrà l’energia sufficiente per superare la linea di partenza, dando a quel punto ad ognuno dei soci di maggioranza la libertà di scegliere cosa fare nei mesi che li separano dalle elezioni europee.

 

Qual è il posizionamento di PaP e come si può interpretare l’avvicinamento a Mélenchon?

Potere al popolo sta giocando una partita molto coraggiosa. La settimana scorsa, in vista dell’incontro con Jean-Luc Mélenchon, avvenuto a Napoli il 15 febbraio, ho avuto la possibilità di trascorrere alcuni giorni insieme agli attivisti di Je so’ pazzo, il centro sociale collocato al centro della città, nei locali dell’ex Ospedale psichiatrico giudiziario del quartiere di Materdei. E l’impressione è quella di un fermento vivacissimo, animato da decine di militanti (giovani, giovanissimi e meno giovani), che si sono dati come obiettivo quello di riprodurre il modello dell’autorganizzazione territoriale all’interno di un progetto politico-elettorale ramificato, che ha l’ambizione di innovare la proposta politica della sinistra italiana, allineandola alle esperienze europee più virtuose, seppur molto diverse, di Podemos e France insoumise. Da qui, l’avvicinamento a Mélenchon, che in Francia ha sfiorato il 20% dei voti alle elezioni presidenziali del 2017. L’idea è quella di proporre un modello nuovo di organizzazione bottom-up, capace di costruire la propria dimensione politica sulla base delle pratiche sociale svolte quotidianamente. E non viceversa.

 

L’Europa continua ad essere un tema divisivo, e soprattutto un tema che non avvicina (spesso allontana) il consenso di quelle parti di società spossessate dalla crisi. Come si inverte questa tendenza?

Questa è una domanda difficile. Si è più volte sottolineato come l’attuale stato dell’Unione europea sia molto distante dall’idea originaria che ha ispirato i firmatari del Manifesto di Ventotene. Se Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann immaginavano un processo di unificazione da realizzare attorno agli ideali di pace e libertà, in modo da poter federare tutti i popoli europei ed evitare per ciò il ripetersi di conflitti endogeni sul modello di quanto l’Europea stava vivendo negli anni più duri della tragedia nazifascista, oggi, l’UE viene percepita alla stregua di un’unione poco più che monetaria, capace di produrre vantaggio per pochi a discapito dei molti. Al centro delle critiche si colloca il modello della governance sovranazionale, che secondo una vasta fetta dell’opinione pubblica europea non risulterebbe allineato ai principi della rappresentanza democratica. Tutto ciò contribuisce a produrre una pluralità di movimenti politici “sovranisti”, che reclamano (anche da sinistra) una maggiore attenzione agli interessi diffusi delle popolazioni. Da qui, oltre a molti altri casi di segno politico opposto, viene emergendo la rinnovata offerta politica che da entrambe le sponde dell’Atlantico accomuna Bernie Sanders e Jeremy Corbyn, fino ad arrivare alle esperienze già citate della new left europea. L’obiettivo è quello di ricomporre un “popolo” intero, capace di rivendicare i propri interessi collettivi contro quelli minoritari delle “élite” più organizzate. Se queste esperienze politiche contengano in sé elementi di rinnovamento strutturale capaci di condizionare nel lungo periodo le forme dell’organizzazione politica della sinistra del XXI secolo è ancora presto per poterlo affermare con relativa sicurezza. Quel che è certo, però, è che queste rinnovate forme di offerta politica non sono destinate ad avere vita breve, mostrando una loro vitalità, quanto meno, nel raggio del medio periodo.