Legge elettorale: cosa succede dopo la sentenza della Corte Costituzionale

Fumata bianca. Finalmente la Corte Costituzionale ha deciso: l’Italicum è incostituzionale. Anzi, incostituzionale a metà, visto che la Consulta ha bocciato solo in parte la legge elettorale fortemente voluta dall’ex premier Matteo Renzi.

Ad essere mantenuto è uno dei punti più contestati del provvedimento, il premio di maggioranza: in poche parole, la lista che ottiene o supera il 40% dei consensi avrà diritto al 55% dei seggi parlamentari, che corrisponde a 340 seggi. Un dispositivo che nella legge approvata dal Parlamento nel 2014 era combinato con un balottaggio al secondo turno, nel caso in cui nessuna delle liste avesse raggiunto o superato la soglia magica del 40% al primo turno. Ma la sentenza è netta: la Corte ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale delle disposizioni che prevedono il ballottaggio”.
Salvi i capilista bloccati, un meccanismo che assicura l’elezione automatica dei primi della lista in ogni colleggo, senza bisogno di preferenze – con le quali sarà comunque possibile scegliere gli altri candidati.
Bocciate, in parte, anche le pluricandidature: se il capolista si presenterà e sarà eletto in più collegi non potrà decidere quale sarà il proprio, ma sarà deciso in sede di sorteggio.
Tradotto: si torna al proporzionale. O quasi, visto che è molto difficile che un partito, allo stato attuale, ottenga il 40% dei consensi senza un secondo turno. Almeno questo dicono le rilevazioni: secondo gli ultimi sondaggi le due principali formazioni, Pd e Movimento 5 stelle, si aggirano intorno al 30% dei voti, anni luce da quel 40% che permetterebbe al vincitore di avere una maggioranza schiacciante alla Camera.
Perchè, è giusto ricordarlo, l’Italicum vale per la sola Camera dei Deputati: al Senato è in vigore il Consultellum, l’ex Porcellum bocciato dalla Consulta nel 2014 e “aggiornato” senza premio di maggioranza nè liste bloccate. In poche parole un proporzionale puro con soglia di sbarramento del 3 e dell’ 8 per cento rispettivamente per i partiti in coalizione e non – mentre alla Camera le coalizioni non sono previste.

E la domanda sorge spontanea: che succederà ora? Scordiamoci di vedere una maggioranza di centrodestra o centrosinistra saldamente al timone del nostro Paese: visto il ritorno al proporzionale molto probabilmente si tornerà alle grandi coalizioni, alla formazione di maggioranze post voto negoziate giorno per giorno sulla base di accordi programmatici.

Una situazione simile a quella della prima Repubblica (1946-1993) in cui le elezioni era regolate da un sistema proporzionale puro. L’unica parentesi maggioritaria prima del ‘93 fu la “legge truffa” del 1953 – fortemente voluta dalla Democrazia Cristiana e dal suo leader di allora e premier, Alcide De Gasperi –  che prevedeva l’assegnazione del 65% dei seggi alla Camera alla lista che avesse ottenuto il 50% dei voti. La legge fu approvata tra le proteste di buona parte delle opposizioni, ma non riuscì ad ottenere l’effetto sperato: la Dc mancò l’appuntamento maggioritario per lo 0,2%. Fu abrogata l’anno successivo.

Nel 1993, dopo Tangentopoli, si tenne in Italia un referendum – promosso, tra l’altro, dai Radicali e dalla lista di Mariotto Segni – per l’eleminazione del proporzionale: la consultazione fu un successo, e l’afflusso alle urne elevatissimo (77%). Fu così che il Parlamento varò una nuova legge, il Mattarellum, dal nome del suo ideatore, Sergio Mattarella. Cosa prevedeva? In sostanza la nuova legge era un perlopiù maggioritaria (75%) corretta con una percentuale proporzionale (25%). Il Mattarellum rimase in vigore fino al 2005, quando venne approvata la contestatissima legge Calderoli soprannominata anche Porcellum.

Gli effetti del Matarellum sul sistema politico italiano furono molteplici: si passò da un sistema in cui le alleanze politiche si formavano intorno ad un unico polo che stava al centro (la Dc) con una conventio ad excudendum delle altre forze politiche (in particolare il Pci) ad un sistema bipolare, in cui un centrosinistra e un centrodestra si contendevano il Governo. Prese piede in questi anni l’idea del “premier eletto dai cittadini” per il fatto che le maggioranze politiche si presentavano compatte prima del voto ed indicavano l’eventuale futuro premier. Ma di fatto una modifica costituzionale sui poteri del Primo Ministro non avvenne mai. Insomma, la “seconda repubblica” non nacque da una revisione della Carta, ma più che altro pura retorica mediatica per dimostrare come il nostro Paese ora fosse “stabile”.

Ma non fu proprio così visto che l’instabilità non cessò, e il primo governo eletto con il Mattarellum, quello di Berlusconi nel 1994, restò in vita solo 8 mesi a causa di dissidi interni alla maggioranza di centrodestra.

E anche il Porcellum, nonostante la “correzione” maggioritaria non fu in grado di garantire governi del tutto stabili. Senza contare che fosse anch’esso anticostitzuonale secondo quanto deciso dalla Consulta, la quale non ha dubbi: si torna al proporzionale, con una legge “direttamente applicabile”. Vediamo se la pensa alla stessa maniera anche la politica. Che in tutto ciò sembra essere la grande assente, vista l’abitudine di varare leggi elettorali anticostituzionali e di delegarne la riscrittura alla Corte Costituzionale. Questo è in sostanza quello a cui stiamo assistendo in questi ultimi tempi. Anche nella “stabile” Germania, dove nel 2008 e nel 2012 la Corte tedesca si è espresse sul meccanismo maggioritario e sulla violazione dell’uguaglianza del voto.

@pellini_giacomo

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