Il Partito Comunista Italiano è stato un partito “europeista”, e nonostante il suo approccio sia stato molto più lungo e travagliato rispetto a quello del Psi, a partire dagli anni ’70 l’europeismo ha rappresentato un altro fondamentale aspetto dell’originalità del comunismo italiano.
Il Partito Comunista d’Italia (Pcd’I) nato a Livorno nel 1921, era totalmente un partito internazionalista, la cui unica fonte di autorità e allo stesso tempo di legittimità, era rappresentata dalla Terza Internazionale e dall’Urss staliniana.
Nel 1944, con la “svolta di Salerno”, il Pci diventa un “partito nuovo”, cioè popolare,nazionale e permeabile ai valori della democrazia, senza, tuttavia, rompere il legame con l’internazionalismo e con Mosca.
Questa nuova strategia, corroborata dal decisivo apporto dato dai comunisti alla lotta di Liberazione nazionale, ha dato la possibilità al Pci di collocarsi in una posizione di legittimità all’atto di nascita della Repubblica (1946) e della Costituzione (1948).
Tuttavia, fin dalle prime battute (Dichiarazione di Schuman 1950, nascita della Ceca nel 1952 e nascita della CEE e del MEC nel 1957), l’idea di un’Europa unita non trova i comunisti italiani particolarmente entusiasti.
Questo irrigidimento, non è dovuto al concetto in sé di un’Europa unita (verso la quale il Pci è favorevole), ma al fatto che questo “embrione” veda protagonisti solo gli Stati dell’Europa Occidentale (filo – atlantica), con l’esclusione dell’altra metà d’Europa (socialista).
Di conseguenza, in piena Guerra fredda, per i comunisti italiani l’europeismo è visto come una ideologia (nel senso marxista del termine), sostenuta dai partiti borghesi europei (es: Dc) con l’unico scopo di legittimare l’imperialismo militare degli Usa e quello economico dei grandi monopoli d’oltreoceano, in funzione antisovietica e anticomunista. In occasione della ratifica del trattato di Roma del 1957, soltanto il Pci si oppone ed è Giancarlo Pajetta ad evidenziarne i motivi: «Il fenomeno ideologico di questa piccola Europa è solo indirizzato verso l’anticomunismo e verso la discriminazione. […]Perché noi dovremmo sentire la suggestione di questi ideali,cosiddetti europeistici, perché dovremmo sentire la suggestione di questa civiltà occidentale che deve opporsi ai movimenti di indipendenza? Noi questa suggestione non la sentiamo; noi combattiamo contro questa civiltà, che è la civiltà capitalistica, noi non accettiamo questa ipocrisia. […] Di fronte alle soluzioni che ci vengono poste, abbiamo il diritto di domandarci se esse sono effettivamente quelle di una unificazione europea o della difesa di quei particolari interessi, determinati privilegi, persino a costo di impedire che il processo di unificazione si compia, come potrebbe compiersi, in questo periodo storico, se le forze progressiste fossero a dirigerlo».
Nel pieno delle lotte studentesche del 1968, e soprattutto della repressione sovietica della Primavera di Praga, il Pci, guidato ancora da Longo,  entra in una nuova fase della sua storia, criticando per la prima volta le scelte politiche di Mosca (in questa occasione l’applicazione della “dottrina Breznev” in Cecoslovacchia).
Nel 1969, entra nel Parlamento europeo (ancora non eleggibile) la prima delegazione comunista italiana, la quale caratterizza la sua permanenza a Strasburgo con l’impegno profuso a favore dell’elezione a suffragio diretto e universale del Parlamento, di modo da conferire a questo la consacrazione popolare, in virtù di una vera Europa dei popoli.
Nel 1972, durante la crisi del I° governo Andreotti, il XIII Congresso del Pci acclama come nuovo segretario Enrico Berlinguer (già vicesegretario dal 1969). È durante la sua segreteria che l’europeismo diventa ufficialmente per il Pci un punto di riferimento. Il punto più alto è raggiunto nel 1975, con l’Eurocomunismo, una strategia (poco fortunata) basata sulla convergenza tra il Pci, il Pc francese e quello spagnolo, volta alla realizzazione di una società socialista connotata dal rispetto di democrazia, libertà e pluralismo politico, diversa sia dalle soluzioni socialdemocratiche che non sono state in grado di superare il capitalismo, sia dalle soluzioni proposte dai Paesi del “socialismo realizzato”.
Per Berlinguer, il Pci dà il suo apporto al processo di integrazione europea,in funzione di un’Europa democratica e che risponda agli interessi delle classi lavoratrici. Nel 1978, Berlinguer risponde ad una domanda di Eugenio Scalfari riguardo la scelta europea del Pci, dicendo: «Sappiamo che il processo di integrazione europea viene condotto, almeno per ora, prevalentemente da forze e da interessi ancora profondamente legati a strutture capitalistiche che noi vogliamo trasformare. Sappiamo che l’integrazione sovranazionale, condotta e guidata da quelle forze, pone vincoli al processo di trasformazione nazionale. Ma noi riteniamo che bisogna spingere verso l’Europa e la sua unità e che la sfida che questo obiettivo comporta vada accettata, portando la lotta di classe, democratica e rinnovatrice, a livello europeo e a coscienza europea».
Un nobile progetto, che tuttavia, secondo alcuni critici avrebbe rappresentato la prima tappa verso la “social democratizzazione” del partito, dovuta ai rapporti con i simboli del socialismo europeo quali Brandt, Soares e Mitterand.
Nelle prime “euro elezioni” il Pci ottiene 24 seggi ed elegge come indipendente anche il federalista Altiero Spinelli. Nel 1984, pochi giorni dopo l’emozione per la morte di Berlinguer, il Pci attua il “sorpasso” sulla Dc e conferma la leadership all’interno del Gruppo Comunista. Ultimo successo prima del declino… Nel 1989, il Gruppo Comunista si spacca: il Pci entra nel Gruppo per la Sinistra Unitaria Europea (GUE) in polemica con il Pcf, principale animatore del Gruppo della Coalizione delle Sinistre (CG).
È l’ultimo “atto europeo” del Partito Comunista Italiano.

Roberto Battistelli

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