L’impero fascista, anche detto l’impero delle banane

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“Il 19 maggio 1936, con la notizia della fine della Guerra d’Etiopia, l’Italia annunciava al mondo la nascita dell’impero fascista.” L’Italia si inserì molto tardi nel processo imperialistico che condusse le grandi potenze europee a controllare l’intero globo. E pochi sanno che il principale bene che il nostro paese riuscì a trarre da questa invasione fu la banana.

Il libro di Sergio Salvi racconta la storia della produzione, del commercio e del consumo della banana somala in Italia, con particolare attenzione al suo sviluppo ai tempi del regime fascista, riuscendo ad illuminare un periodo così importante da una finestra inedita.

di Nicola Cucchi

La modernità degli Stati europei tardo ottocenteschi si espresse politicamente nelle corse all’impero, lasciando l’Italia di recente unificazione fatalmente nelle retrovie. Il raggiungimento di minimi obiettivi imperiali divenne dunque essenziale per uscire dal ruolo internazionale ristretto, indotto dalla peso delle grandi potenze. L’Italia riuscì alla fine ad aggiudicarsi quello che le grandi potenze avevano lasciato: prima Somalia ed Eritrea, a partire dal 1890, e poi Tripolitania e Cirenaica nel 1911 ed infine l’Etiopia nel 1936. L’autore ci consente di comprendere la tardiva espansione imperiale nostrana, mostrando come il fascismo sia maldestramente giunto a costruire una vera “ideologia della banana”.

Correttamente l’autore inizia con una ricognizione dei molti usi e riferimenti alla banana presenti nel nostro lessico comune. La banana è presente con vari riferimenti metaforici in film e canzoni e attraverso questi canali è entrata nel lessico comune. Quello che solitamente tendiamo a dimenticare è il ruolo rilevante che questo frutto ha svolto nel percorso di modernizzazione italiano, cavalcato prima dall’élite liberale e poi dal fascismo.

L’Italia del primo Novecento soffriva di uno sviluppo statuale tardivo, che frustrava la sua proiezione imperiale. La partecipazione del tutto improvvida alla Prima Guerra Mondiale impose al paese una modernizzazione forzata, che a sua volta causò una tale destabilizzazione psicologica e sociale, che aprì fatalmente la strada al fascismo. Quest’ultimo, espressione di un nazionalismo strabordante, scelse l’impresa imperiale come valvola di sfogo privilegiata.

Come sostiene Salvi: “..le ambizioni coloniali italiane rimasero sempre velleitarie e incompiute, e finirono con il tramontare definitivamente di lì a breve, nel momento stesso in cui l’Italia fece il suo rovinoso ingresso nella seconda guerra mondiale.  Il senso d’incompiutezza dell’azione civilizzatrice nei territori occupati raggiunse il suo apice proprio quando il mito dell’Africa orientale italiana avrebbe dovuto trovare la sua giustificazione nel fondamentale apporto di beni di vitale importanza prodotti nelle colonie.” (p. 17)

I possedimenti coloniali, simbolo di grandezza e rilievo sul piano internazionale, dovevano essere a totale disposizione della patria, offrendo tutto quello che avevano per la sua prosperità. Di tutti questi territori (Libia, Eritrea e Somalia) il solo bene che avrebbe potuto ottenere un successo di massa adattandosi alla propaganda di regime era la banana somala. Si trattava in realtà di una tipologia molto simile al frutto di provenienza dalle Isole Canarie, comunemente consumato anche in Italia, ma aveva il vantaggio di essere prodotto autoctono dell’impero nascente. Pertanto, incrementare la produzione, il commercio e il consumo di banane era un simbolo di chiara emancipazione nazionale, che avrebbe avvicinato l’Italia alle principali potenze dell’epoca.

Ancora Salvi: “Presto esaltata per le sue proprietà organolettiche e nutrizionali, della banana fu caldeggiato il consumo per tutte le fasce d’età: bambini, madri, nutrici, lavoratori, sportivi, anziani e malati. Fu svolta opera di propaganda nelle scuole e si arrivò a guardare alla possibilità d’introdurre la farina di banane nella dotazione alimentare delle forze armate.” (p.18)

Si fecero numerosi tentativi di far crescere la bananicoltura, e nonostante numerose difficoltà legate a problemi climatici nella coltivazione in loco e a problemi di trasporto verso l’Italia, alla fine degli anni Trenta, le banane costituivano il contributo principale dell’impero alla madrepatria.

Due furono i caratteri moderni del fascismo che emergono da questa “epopea bananiera”: i tentativi di persuasione per incrementare il consumo – l’ideologia della banana italica – e l’investimento nella ricerca scientifica avendo individuato nella banana un asset strategico.

La macchina di persuasione agì principalmente tramite la carta stampata: oltre a riferimenti culinari a possibili ricette che comprendessero il frutto dell’amor, si batté molto sui valori nutrizionali, come testimonia l’opera divulgativa del grande biologo Filippo Bottazzi: “Le banane: frutto di alto valore alimentare”

Nonostante le difficoltà incontrate, le autorità fecero ogni tentativo possibile per valorizzarlo, promuovendo la costituzione di monopoli (Ramb Regia Azienda Monopolio Banane), e finanziando ricerche sul valore dei derivati. Il rapporto fruttuoso con la scienza concepito come strumento determinante per la crescita e la prosperità della nazione, ci consente di cogliere a pieno la modernità del progetto fascista di società, nel contempo avanzato in termini tecnologici e regressivo in termini sociali e umani.

L’epopea italica in territorio africano toccò il suo culmine nel maggio 1936 quando si concluse l’invasione dell’Etiopia che sancì la nascita dell’impero fascista. L’invasione, iniziata nell’ottobre 1935, causò sanzioni economiche comminate dalla Società delle Nazioni.

La centralità dell’autosufficienza economica si associava dunque allo sviluppo imperiale: le inique sanzioni spianarono la strada all’autarchia e furono cavalcate dalla propaganda di regimeincentivando la ricerca di materie prime alternative a quelle d’importazione e di surrogati di prodotti di ogni tipo inclusi quelli alimentari, tra i quali vi fu l’indimenticabile caffè di cicoria, passato alla storia con il nome di ciofeca, e da allora rimasto a bollare qualsiasi schifezza che si rispetti.” (p. 16) L’autarchia italica assunse la forma del frutto esotico e l’impero fascista divenne sostanzialmente a livello produttivo, commerciale e simbolico un “impero di banane”.

Il piccolo libro di Salvi è prezioso poiché nelle pieghe della lettura si può cogliere la misura in cui il progetto fascista fosse proiettato al futuro, attraverso una capacità notevole di condizionare la società, in una visione totalitaria applicata prima di tutto all’interno dei confini.

Del sorprendente polimorfismo espresso dal fascismo, sia come sistema di potere che come discorso sullo sviluppo, anche la “piccola storia della banana” fa emergere il suo rapporto ambivalente con il tempo storico. La forza e il fascino diabolico che il questo ha saputo esercitare verso pezzi importanti di popolazione italiana (e non solo) è legato all’aver saputo costruire un “sogno imperiale”, pieno di riferimenti al passato, ma combinati con un’impostazione di fondo proiettata al futuro.

Il libro di Sergio Salvi è: Banane fasciste. Breve storia della banana italica ai tempi dell’autarchia, Affinità Elettive, Ancona, 2017, 67 pp.

 

Questo articolo verrà pubblicato anche come “Scheda” nel prossimo numero della rivista “Storia e Problemi contemporanei” de “l’Istituto Storia Marche”.