Macron e Merkel preparano Il giro di vite franco-tedesco sull’Europa

Visto che in patria non stanno ottenendo grandi successi né incremento di consensi, Macron e Merkel si danno un gran da fare sullo scenario europeo e non solo, particolarmente per quanto riguarda il presidente francese.

di Alfonso Gianni*

Macron aveva mostrato pubblica irritazione per le titubanze e le tergiversazioni della Merkel sulle cosiddette riforme da attuare nella Unione europea, tanto che Bruno Le Maire, ministro delle finanze francese, aveva affermato che la sua pazienza si stava esaurendo. Erano passate poche ore che la Merkel annunciava l’appoggio al disegno francese di “un esercito europeo”. Poiché nel sistema capitalistico le vicende militari sono sempre strettamente intrecciate con quelle economico finanziarie, ecco prendere subito corpo, nella riunione dell’Eurogruppo di lunedì 19 novembre, una nuova – anche se già annunciata tempo fa da parte francese, seppure in versioni non identiche –    proposta franco-tedesca  in materia di bilancio che lo stesso Le Maire ha subito decantato come una enorme svolta politica.

Certamente si tratta di una proposta che ha messo diverso pepe sulla discussione in atto negli organi europei. La risoluzione del parlamento europeo del 30 maggio 2018 sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027 e le risorse proprie (2018/2714) aveva infatti espresso “delusione per l’entità globale proposta per il prossimo Qfp, fissato a 1100 miliardi di euro, che rappresentano l’1,08% del reddito nazionale lordo (Rnl) della Ue a 27 al netto del Fondo europeo di sviluppo. In effetti la riunione dell’Eurogruppo ha avuto anche altri punti in discussione, come il completamento dell’Unione bancaria o la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Esm), ma non c’è dubbio che la proposta franco-tedesca ha costituito il “cuore” del meeting europeo. Essa si rivolge ai paesi dell’Eurozona, diversamente dal parere della Commissione che vorrebbe estenderla a tutti i 27 paesi membri della Ue. Se ne capisce la ragione, osservando più nel dettaglio cosa Le Maire e il suo collega tedesco Olaf Scholz hanno proposto.

Si tratta, in sostanza, della costituzione di uno strumento finanziario per “investimenti  ricerca e sviluppo, innovazione e capitale umano” (pessima espressione quest’ultima) cui possono accedere però solamente i paesi che sono in regola “con i loro obblighi” derivanti dalle regole del Fiscal Compact. Eppure l’Olanda non appare per ora convinta della necessità di varare un nuovo strumento finanziario, al punto che, nel programma di governo di coalizione che regge il paese dei tulipani, tale soluzione è apertamente avversata. Mentre non si esclude l’appoggio degli altri paesi del Nord Europa compresi i più intransigenti della cosiddetta “Lega Anseatica”. E’ chiaro che un simile progetto è un ulteriore giro di vite, dopo i tanti già inferti al funzionamento dell’Unione europea. Chi avrebbe più bisogno di investimenti, di ricerca e sviluppo, di innovazione è tagliato fuori dalla rigidità del criterio dell’osservanza dei vincoli europei.

I più deboli lo diventano sempre di più, mentre i più forti si irrobustiscono. Il gatto si mangia la coda. Non siamo lontani da quel progetto degli anni novanta, avanzato da Schauble quando era un deputato della Cdu, della Kern Europe, ovvero di un’Europa fortemente baricentrata sull’asse franco tedesco, con il contorno di paesi da essi strettamente dipendenti, e gli altri a fare da disciplinata corona. Come questo nuovo strumento finanziario verrà alimentato e quali saranno con più precisione le modalità di funzionamento finora non è dato di sapere. Infatti il presidente della Commissione, il portoghese Mario Centeno, ha dichiarato che c’è ancora molto da lavorare sul progetto, ma che in ogni caso siamo di fronte a qualche cosa di più che non ad un’azione di stabilizzazione. Come pure ha aggiunto che tra gli argomenti sul tavolo dell’Eurogruppo vi è anche quello di eventuali meccanismi di ristrutturazione dei debiti nazionali in crisi. Purché non vi sia alcun approccio di tipo “automatico o meccanico”. Se ne tornerà a discutere il 3 dicembre e sarà interessante seguire quello che emergerà, vista la delicatezza del tema che concerne la ristrutturazione delle obbligazioni pubbliche.

L’Italia in base a questi criteri sarebbe però fuori dalla possibilità di attingere ai finanziamenti previsti dalla proposta franco tedesca. Eppure, a dimostrazione dei contrasti che si dilatano nella coalizione di governo italiana, mentre Salvini  l’ha subito criticata, il ministro dell’economia Tria ha annunciato (a questo punto non si capisce bene a che titolo) che il nostro Paese ha “interesse che questo percorso si avvii”. Strana logica, dal momento che un meccanismo così confezionato pare fatto apposta per strangolarci. Eppure le responsabilità dell’Unione europea, dei Trattati di Maastricht e delle ulteriori intese intergovernative, sulla decadenza dell’economia italiana non sono davvero poche. Ed è su questo che un governo serio dovrebbe fare leva nello scontro/contrattazione con la Ue, piuttosto che su qualche decimale.

Uno studio condotto recentemente da un team, guidato da Roberto Poli, per nove anni Presidente dell’Eni e poi consigliere super partes di diversi governi, ha dimostrato che l’Italia ha cumulato dal 1992 in poi avanzi primari superiori del doppio a quelli tedeschi e di gran lunga maggiori di quelli francesi o spagnoli. Ma sono stati bruciati dagli interessi sul debito pubblico. Lasciando da parte la pur giusta considerazione che se si fosse tenuto conto della somma tra debito privato e debito pubblico, il nostro paese non si sarebbe trovato in condizioni molto differenti dalla Germania e dalla Francia agli inizi degli anni novanta; anche solo considerando il debito pubblico si scopre che negli ultimi 25 anni l’Italia non è stata una cicala, ma al contrario il paese più disciplinato. Fatto 100 il debito pubblico del 1992 – ci dicono gli autori dello studio citato -, la Francia lo ha aumentato in termini assoluti a 487, la Germania a 296, la Spagna a 673, mentre l’Italia a 248. Le politiche di austerità sono state da noi pagate a un prezzo carissimo, perché mentre vi erano paesi, Germania e Francia su tutti, ma non solo, che nel 1992 erano al di sotto dei famosi parametri del 3% e del 60%, l’Italia era abbondantemente sopra (109.7%, per quanto riguarda il debito, più o meno 60 punti in più di Francia, Germania e Spagna). Conseguentemente mentre gli altri paesi, come poi si è visto particolarmente nel corso della grande recessione dal 2008 in poi, potevano aumentare il loro debito, l’Italia era costretta a fare il percorso inverso. In parte riuscendovi, ma a costo di privatizzazioni e deindustrializzazioni.

Lo sfondamento dei limiti del fiscal compact andrebbe perseguito e richiesto per queste ragioni, così come andrebbe con forza reclamata la possibilità di accedere a finanziamenti europei per investimenti senza che questi ricadano nei limiti del bilancio nazionale. Ma ci vorrebbe tutt’altro governo. Quello attuale parla di decimali da un lato e dall’altro accetta di ridurre la loro portata nel triennio; nello stesso tempo vagheggia nazionalizzazioni, ma scrive alla Commissione europea che la manovra è sostenibile proprio perché farà 18 miliardi di privatizzazioni. Cosa a cui nessuno crede, dal momento che si affermano cose del tutto contradditorie, come del resto sono la flat tax e il presunto reddito di cittadinanza, ovvero i cardini del “contratto di governo”.

 

Articolo tratto dal sito Transform! Italia