Mamma ho perso le periferie: il PD ai tempi del Nazareno

Alle elezioni comunali di giugno a Roma e Torino la vittoria al ballottaggio del Movimento 5 Stelle aveva portato alla luce un dato non certo nuovo, ma per le sue proporzioni sorprendente: i quartieri periferici delle due città avevano sostenuto in massa Virginia Raggi e Chiara Appendino, a discapito dei candidati del Partito Democratico (PD), Roberto Giachetti e Piero Fassino, risultati i più votati nei quartieri centrali e più benestanti. 

Dalla sua fondazione nel 2008, il PD a vocazione maggioritaria si è sempre espresso sia in termini ideologici che di comunicazione politica in un sostanziale ammorbidimento delle proprie posizioni sulla conflittualità della società: il nuovo discorso sul cambiamento della stagione politica in atto allora, coincidente con la fine dell’esperimento dell’Unione, aveva come obiettivo quello di poter allargare l’elettorato a quei settori storicamente ostili al centro-sinistra, piccoli e medi imprenditori, partite IVA e alcune categorie di colletti bianchi, geograficamente collocate nel settentrione del paese.
Non è un caso che all’epoca del fronte leghista con la vittoria delle camice verdi in Piemonte (governatore, Roberto Cota), Lombardia (Roberto Maroni) e Veneto (Luca Zaia), il dibattito nel centro-sinistra fosse centrato sullo smarrimento dell’elettorato progressista nelle regioni-locomotiva d’Italia, terreno di coltura del centro-destra allargato.

Dal punto di vista simbolico, le candidature dell’operaio della Thyssen-Krupp, Antonio Boccuzzi, dell’imprenditore veneto Massimo Calearo e dell’ex-Vicepresidente di Confindustria, Matteo Colaninno dovevano significare un allargamento della potenziale piattaforma elettorale da cui il PD avrebbe dovuto attingere. Non si trattava, ovviamente, di un riposizionamento al di là (o al di fuori) dei classici concetti di “sinistra” e “destra”. Quanto semmai di uno slittamento verso posizioni che tutti gli osservatori hanno definito più moderate, centriste, ma non centrali. Centriste perché sempre più inclini a favorire il rispetto dei vincoli sovranazionali sulla responsiveness agli elettori, ossia la reattività nell’accogliere le richieste del proprio elettorato. Non centrali, perché la vocazione maggioritaria del PD, già subordinata al canto del cigno berlusconiano (2008), si è sgretolata di fronte ad un partito autenticamente pigliatutti come il Movimento 5 Stelle (2013).

Anche la segreteria di Bersani, in questo senso, non ha apportato grandi novità rispetto all’impianto originario designano dal primo segretario, Walter Veltroni. A voler utilizzare un paradosso, si può dire che a otto anni di distanza dalla fondazione del PD, la ricerca di nuovo elettorato sia riuscita talmente bene, che la base elettorale che più riflette il disegno primordiale del PD potrebbe essere quella dei 5 Stelle. Come hanno indicato alcuni studi al riguardo – segnalo quelli del Centro Italiano di Studi Elettorali – proprio il movimento di Beppe Grillo è riuscito nell’impresa di attirare un elettorato molto eterogeneo, capace di spaziare dai delusi della sinistra radicale ad un elettorato afferente ideologicamente alla destra autoritaria; un campo elettorale, quest’ultimo, di certo non disponibile al PD che, tuttavia, non ha fatto mistero sotto la segreteria di Matteo Renzi, di voler attirare un elettorato schierato su posizioni moderate di centro-destra.

I flussi elettorali dell’ultimo referendum mostrano una volta di più come il PD sia riuscito ad attrarre quell’elettorato centrista e benestante, che si suppone possa permettersi di vivere nelle zone centrali delle grandi città, ma abbia perso quello altrettanto importante delle periferie.

Nonostante l’Istituto Cattaneo certifichi una sempre maggiore propensione dell’elettorato a votare contro il governo in carica (chiunque esso sia), ce n’è uno di elettorato che il referendum lo ha sostenuto. Vive a Prati e al Parioli e nei centri storici di grandi città come Milano, Torino e, parzialmente, Bologna. Se si esclude dall’analisi un dato macro, in cui si evince una sostanziale forza del PD a trazione renziana nelle regioni storicamente “rosse” (l’Emilia-Romagna e la Toscana), il dato per così dire micro mostra come le ragioni del Sì abbiano fatto breccia nei quartieri più benestanti, mentre le periferie abbiano sostenuto (a spada tratta) il No. Due dati esemplificativi per tornare all’introduzione: a Torino nella circoscrizione 1 (centro storico) il Sì si è attestato al 56,91%, nella circoscrizione 8 il Sì è solo di poco inferiore ai No (49,91% contro il 50,09%).

Raffrontando la cartina politica di Torino con quella del costo a metro quadro e degli affitti medi – disponibile su immobiliare.it per esempio – possiamo vedere come in queste due aree il costo delle case e degli affitti sia significativamente più alto rispetto ad esempio alle circoscrizioni 5 e 6, dove i prezzi sono molto inferiori e il No ha ricevuto oltre il 60% dei consensi. Stessi risultati se si confrontano il municipio 1 e 2 di Roma, dove il Sì ha ottenuto rispettivamente il 50,54% e il 52,37% e il municipio 6 alla periferia est, dove il No ha ottenuto oltre il 70%, o il municipio 14 nella periferia nord ovest (No al 60,53%).
E se a questo dato si somma che l’80,6% degli elettori del PD ha votato Sì, si può superficialmente intuire – sebbene questa relazione sia da dimostrare empiricamente – dove si sia spostato il core dell’elettorato democratico. O meglio, dove il PD abbia cercato parzialmente il proprio nuovo elettorato.
Si può certamente dire che si tratta di una tendenza in atto in tutta Europa da ormai un ventennio, con i cosiddetti colletti blu (uomini in prevalenza), con tasso di istruzione più basso rispetto alla media nazionale, che tendono a privilegiare i partiti di destra-radicale e a snobbare i partiti socialdemocratici o di sinistra radicale. Ciononostante, nel PD il tema dello slittamento dell’elettorato è stato sempre snobbato a favore della retorica sull’inclusione di elettori non tradizionalmente schierati a sinistra.

Seppure non sia semplice spingersi oltre un’analisi dei flussi elettorali, i fattori politici alla base di questi dello slittamento identitario del partito meritano di essere analizzati. A volerne abbozzare uno in particolare, si direbbe che il problema politico risiede nel concetto di eguaglianza. Nonostante una letteratura scientifica, sempre molto attenta a cogliere le trasformazioni dei significati che le parole “sinistra” e “destra” hanno assunto, ritenga questa semplice dicotomia ormai superata, l’analisi filosofica di Norberto Bobbio rimane ancora estremamente attuale. In pillole, per Bobbio le differenza tra destra e sinistra risiede nell’importanza che ciascuna parte politica attribuisce alla parola eguaglianza (sostanziale). La sinistra – e la sinistra radicale ancor di più – pone l’accento sulla necessità della redistribuzione della ricchezza, a contrario della destra, focalizzata sull’eguaglianza formale.

Non solo questo tema è scomparso dal radar del dibattito politico italiano e probabilmente europeo, – con alcune eccezioni dovute all’impatto della crisi economica in alcuni paesi cosiddetti periferici, come Grecia, Portogallo e Spagna – ma ha assunto una diversa connotazione. L’eguaglianza non è più redistribuzione del reddito dall’alto verso il basso, dai ceti più benestanti a quelli “subalterni”, quanto semmai viene declinata in termini di dis-eguaglianza percepita a livello personale. In parole povere, il privilegio di pochi (pochissimi) e lo svantaggio di molti, dove i pochi sono rappresentati dalla “classe” politica e i molti dal popolo. I pochi avrebbero munifici, stipendi, prebende e ogni sorta di benefit, mentre il resto della popolazione no. La declinazione è sul piano personale: il mio stipendio (mediamente più basso) contro il tuo (di politico); l’eguaglianza risiederebbe nel togliere il privilegio (lo stipendio o la fonte di reddito) di alcuni singoli per ridare alla collettività quanto risparmiato.
Si tratta di una eguaglianza sostanziale, ma straordinariamente minoritaria, che non intacca la redistribuzione del reddito sul piano nazionale. Eppure sempre di eguaglianza si tratta.

Negli ultimi tempi e nella campagna referendaria, il Partito Democratico ha giocato questa carta, tentando di appropriarsi di un tema su cui altri partiti hanno giocato la loro credibilità politica (Movimento 5 Stelle). Solo che l’elettorato che potremmo definire “periferico”, non avendo potuto contare su interventi di politica pubblica in grado realmente di invertire la rotta verso una maggiore eguaglianza sostanziale, si è affidato a chi prometteva da sempre di garantire l’eguaglianza a livello micro. Il PD ad oggi non sembra intenzionato a puntare sulla prima, mentre sulla seconda ha perso l’esclusiva da parecchi anni ormai.

Davide Vittori

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