La sfida è una nuova Europa da sinistra, costituzionale e democratica

Neoliberalismo e fallimento del funzionalismo come progetto di integrazione europea

I padri costituenti dell’Unione Europea negli anni Cinquanta pensavano fosse impossibile un’integrazione politica del continente, e pertanto optarono per un’integrazione economica che scongiurasse ulteriori conflitti, e promuovesse il benessere del continente, creando le condizioni per una reale e consapevole svolta politica (c.d. strategia funzionalista). Così l’eurofederalismo del manifesto di Ventotene e la sua critica del paradigma nazionalistico che aveva prodotto guerra e fascismo, restavano una posizione minoritaria.

Nei decenni successivi il progetto funzionalista entrò in crisi anche a causa del progressivo svuotamento dell’obiettivo che si era posto alla fine: l’integrazione politica. E tuttavia ciò è spiegabile solo nel più ampio contesto di affermazione della nuova razionalità neoliberale su scala globale.

A partire dalla metà degli anni Settanta, veniva infatti postulata una strategia politica generale tesa a indirizzare la globalizzazione, ridefinendo i rapporti tra politica ed economia, in particolare invertendo la subordinazione dell’economia alla politica. E all’egemonia culturale conquistata dai Chicago Boys nelle accademie, corrispondeva la svolta istituzionale che con gli anni ’80 avrebbe portato al governo i principali esponenti politici dell’ondata neoliberale: M. Thatcher in Gran Bretagna, e R. Reagan negli Stati Uniti.

Il neoliberalismo si sostanziava e si sostanzia, a livello politico, nel passaggio dal governo alla governance. In questo nuovo orizzonte il disciplinamento dei comportamenti non viene più normato esclusivamente da strutture statali (democratiche), poiché le potestà sovrane presenti sono molteplici, e non più solo pubbliche/statuali (vedi agenzie internazionali, grandi multinazionali ecc.)

Il paradigma della governance, una forma di razionalità manageriale applicata alle istituzioni, impone una depoliticizzazione di tutto l’ambito statuale, gradualmente espropriato delle prerogative sovrane, e deterritorializzato. I governi non scompaiono, ma la loro funzione viene riorientata dalle pressioni sempre maggiori che subiscono da entità private.

Così il linguaggio del  marketing colonizza tutta la comunicazione pubblica e istituzionale, e la forma impresa diviene il paradigma discorsivo e organizzativo domiante: da “l’individuo imprenditore di se stesso” allo “Stato-impresa al servizio delle imprese”. Quello che si è registrato negli ultimi trent’anni è un processo complesso, attivato da un intreccio di dinamiche governamentali interne alle politche economiche e istituzionali, sollecitate da forze esterne agli Stati, intrecciate a loro volta con le scelte individuali dei cittadini, immersi in questa cultura.

La stessa crisi dei debiti sovrani che ha dato il via alla situazione di emergenza sociale di questi anni, va contestualizzata nel processo di finanziarizzazione del capitalismo contemporaneo. L’abbassamento senza precedenti dei tassi d’interesse ha consentito un allargamento dell’indebitamento privato mai visto.

Così, la risposta bancaria alla strutturale crisi di domanda del capitalismo fordista è stata slegare il tenore di vita delle persone dal reddito da lavoro, per tenere artificialmente alti i consumi, fino allo scoppio della bolla immobiliare dei mutui subprime nel 2008. E però gli individui hanno contribuito singolarmente all’affermazione di questo nuovo paradigma, decidendo di interpretare la cittadinanza solo come consumatori, nella logica totalizzante del mercato.

 

Il fallimento del costituzionalismo europeo e le spinte populiste dell’euroscetticismo

Alla fine degli anni novanta, in corrispondenza con l’introduzione dell’Euro, si è tentato di integrare la prospettiva funzionalistica con la tradizione di costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra. In questa direzione è stato promosso un ampio dibattito sulle prospettive politiche dell’Europa e si sono formate due convenzioni che hanno tentato una vera e propria svolta costituente europea: la prima a Nizza ha redatto la Carta dei diritti fondamentali Ue, la seconda il trattato costituzionale, modificato dall’intervento dei capi di governo, e respinto dai referendum di Francia e Olanda.

In seguito al matrimonio mancato tra funzionalismo e costituzionalismo, si è avuto lo stallo istituzionale in cui ci troviamo attualmente. Il ritorno alla prevalenza del circuito intergovernativo ha decretato il fallimento del progetto istituzionale di costituzione europea, e ci ha accompagnato fino alle recrudescenze nazionaliste di questi anni.

Di fronte all’impossibilità e al venir meno delle condizioni per l’integrazione politica, le elite europee hanno reagito con una predominanza degli esecutivi tesa soprattutto a salvare l’euro, come unica effettiva risorsa unitaria. Habermas ha parlato a proposito di questa tendenza di “federalismo degli esecutivi”, e non a caso si è parlato e si parla di “diritto europeo dell’emergenza”, con riferimento alla nuova normativa che eccede dalle stesse regole comunitarie esistenti (fiscal compact, fondo salva stati, e memorandum sui paesi in situazione critica).

E’ questa “spirale tecnocratica”, utilizzando sempre le parole di Habermas, che ha ulteriormente accresciuto il deficit democratico delle istituzioni europee, ad aver dato nuova e inedita energia all’euroscetticismo di stampo populista.

Immediatamente dopo le elezioni europee 2014 Dominique Reynié parlava su il Mulino di “crisi populista dell’idea di Europa” il professore di Science Po a Lyon registrava come il populismo ottenesse risultati molto migliori della sinistra critica quando univa alla xenofobia l’antieuropeismo. A tal proposito Reynié parla di “populismo patrimoniale”: una parte dell’opinione pubblica infatti starebbe temendo di “subire una rimessa in discussione del patrimonio materiale, il tenore di vita, e di quello immateriale, il modo di vivere”, pertanto “il timore di una destabilizzazione…genera una richiesta di protezione sociale e nazionale a cui la sinistra protestataria non riesce a dar voce. Questo fa affiorare una protesta conservatrice che supera la segmentazione sociale riferendosi al popolo, e oltrepassa le fratture ideologiche riferendosi alla nazione”.

 

Nuova Europa: un federalismo democratico come prospettiva contro-egemonica per dare sincronia alle differenti temporalità nazionali

La situazione estrema in cui si trova la Grecia – tra ricatti della Troika e spinte all’uscita dall’Euro – potrebbe rivelarsi l’ultima chiamata per lanciare un progetto differente di Europa. La svolta deve venire non solo da un’auspicabile pressione delle cancellerie europee nella direzione antiausterità, ma soprattutto da un’organizzazione federale delle forze politiche della sinistra per articolare una battaglia per la solidarietà su scala europea.

La chiamata di Atene offre l’opportunità di costruire un nuovo fronte sociale europeista, una comune piattaforma di lotta tra le forze di sinistra, che inizi da un sostegno politico alla Grecia e prosegua con una lotta culturale e politica contro la visione neoliberale. Altrimenti si corre il rischio che i fallimenti economici e sociali aprano fronti opposti, di nazionalismo antieuropeista e di un ritorno agli Stati senza sbocchi nel contesto globale.

Basta che si prenda atto che questa non è l’unica Europa possibile, che è necessario un ritorno alla centralità delle identità politiche a livello continentale per costruire una efficace critica costituente. La sinistra, insomma, non può più permettersi forme di euroscetticismo qualunquista e regressivo, bisogna che si ponga come portabandiera di un nuovo europeismo. Serve una prospettiva federalista forte, capace di rilanciare una svolta democratica come reazione alle spinte economiche regressive; una visione che imponga un cambio di paradigma “dalla governance al governo europeo”, trovando nuovi strumenti rappresentativi e partecipativi, ricostruendo la spinta perduta alla solidarietà sociale.

Concludendo, la crisi economica ha portato all’estremo le questioni istituzionali irrisolte, in cui alla spirale tecnocratica, si è aggiunta la reazione populista. Bisogna convincersi che la crisi economica si affronta rispondendo alla più fondamentale crisi politica, determinata proprio dal deficit democratico. Si può e si deve rilanciare un progetto di integrazione politica, prendendo quindi atto del mancato matrimonio tra funzionalismo e costituzionalismo democratico.

@nickcooka

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