Il pensiero unico? Esiste, ed è quello dei populisti al governo

In Europa e nel mondo non si ferma l’ondata nera alimentata dai populisti. E in Italia il governo aumenta consensi grazie alla combinazione di due fattori: l’esasperazione della frattura tra il popolo e le élite e le attitudini comunicative dell’ultradestra. Ne parliamo con Leonardo Bianchi, giornalista di Vice Italia e autore di “La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento”.

Intervista a cura di Giacomo Pellini

 

Europa, mondo 2018. Dopo la Brexit, la vittoria di Trump negli Stati Uniti, l’exploit di Marine Le Pen in Francia, l’ascesa al Governo di partiti di estrema destra in Europa centrale, Austria e Italia, l’ordine internazionale liberale è sempre più incrinato. Un fatto dovuto alle crisi che stiamo vivendo, in primis quella economico – finanziaria del 2008?

L’ascesa di determinati movimenti ispirati al populismo, o di estrema destra o nativisti è sicuramente il prodotto della crisi del 2008 e della reazione alle politiche che sono state implementate dopo di questa. Quindi sì, c’è indubbiamente un discorso economico dietro questo exploit.

Detto ciò: molti di questi movimenti che hai nominato erano già in ascesa, o comunque avevano già un radicamento elettorale ben prima della crisi – su tutti il Front National in Francia, con Jean Marie Le Pen che arrivò al ballottaggio nel 2002. Lo stesso discorso può essere fatto per i paesi scandinavi o l’Austria – basti pensare alla figura di Jörg Haider. Per non parlare, poi, dell’Italia degli ultimi vent’anni.

C’è quindi anche un fattore culturale alla base dell’ascesa di questi movimenti, che alcuni politologi (tra cui Pippa Norris e Ronald Inglehart) definiscono cultural backlash – cioè una reazione a un determinato incedere delle società occidentali in senso più o meno progressista.

Infine, c’è un ultimo fattore da tenere in considerazione: l’appetibilità sempre maggiore di una risposta da destra, anche estrema, alla globalizzazione. Questo lo si vede anche a livello di risultati elettorali soprattutto in determinate fasce demografiche e sociali: una certa parte della classe operaia vota da anni Lega in Italia, o Front National in Francia, o più recentemente AfD in Germania.

Tutto questo si salda al progressivo smantellamento, legato alla globalizzazione, di certi diretti acquisiti. In altre parole: questi fattori si legano insieme e determinano un’avanzata elettorale che al momento sembra inarrestabile. Ma che non è detto che vada avanti per sempre.

 

Quindi la “mucca nel corridoio” è da molto tempo che c’è, solo non l’abbiamo vista. Eravamo convinti dalla narrazione che la globalizzazione, anche nelle sue declinazioni progressiste, avrebbe apportato più vantaggi che svantaggi.

I primi grossi scossoni, non a caso, sono arrivati tra la fine degli anni ’80 e inizio ’90: la Lega nasce in quel periodo, anche se all’epoca erano più etno-nazionalista; e certi discorsi che porta avanti Salvini erano già presenti nel patrimonio retorico di Umberto Bossi. Adesso l’ondata che sta montando va nella loro direzione e li compatta.

 

Il faro di tutti i movimenti populisti si chiama Vladimir Putin. Solo un modello?

Nell’immaginario non solo di destra, ma anche di una parte dell’estrema sinistra, Vladimir Putin è il leader che in un mondo multipolare ha assunto un ruolo di primo rilievo nello scacchiere internazionale, grazie ai suoi metodi spicci e autoritari. Questo si ricollega al sempre eterno desiderio della destra (e non solo) dell’“uomo forte” che ha una venatura “antisistema,” che cioè si oppone a quelli che sono percepiti come grandi nemici. È dunque normale che Putin sia un po’ il supereroe per eccellenza nel loro orizzonte di riferimento.

 

Ma oltre che modello è anche acceleratore?

Non è un mistero che Putin sia un avversario dell’Unione Europea; né che abbia cercato di sostenere finanziariamente partiti di estrema destra – vedi il prestito concesso al Front National. Ed è altrettanto evidente che strutture vicine al Cremlino cerchino di spingere un certo tipo di propaganda reazionaria.

Tuttavia, sono abbastanza scettico sullo strapotere della Russia nell’interferire nei processi democratici nei Paesi occidentali: secondo me è più una questione di percezione. Mi spiego meglio: uno dei primi consiglieri di Putin, Vladislav Surkov, è colui che ha trasformato la politica russa nel set di un teatro in costante evoluzione, finanziando sia gruppi pro-Putin che anti-Putin, e creando così un caos assoluto in cui orientarsi era pressoché impossibile. Ecco: mi pare che questo metodo sia stato esportato in altri scenari, o che quanto meno ci sia stato questo tentativo.

 

Anche per quanto riguarda il Russiagate che coinvolge Donald Trump?

Non credo che siano stati determinanti le operazioni social dei russi nella vittoria di Donald Trump. Penso che in realtà abbiano fatto una cosa molto più semplice:  sfruttare le divisioni già presenti nella società americana – divisioni politiche, culturali, razziali, religiose – per creare il caos e far credere di essere molto più potenti e influenti di quello che sono.

 

Lasciamo la cultura dei complotti alla destra!

I liberal americani si sono gettati sulla storia dell’interferenza russa – finendo a volte nel complottismo più sfrenato – perché è un modo di spiegare un risultato elettorale scioccante in maniera semplice ed accessibile. Chiaramente, come aveva detto un analista americano, Nathan Jurgenson, ci si focalizza su un aspetto marginale delle elezioni e si tiene fuori dalla porta aspetti della vittoria di Trump ben più importanti – primo fra tutti il razzismo.

 

Nel tuo ultimo libro “La gente. Viaggio dell’Italia del risentimento” ripercorri la nascita di questo sentimento. Sempre nel libro anziché usare il termine populismo, parli di gentismo. Rispetto a cosa differiscono i termini popolo e gente?

La differenza non l’ho evidenziata io, ma altri prima di me, che ho citato e ripreso: sono gli autori di un libro del 1995 che si chiama La sinistra populista. Sostanzialmente, la differenza principale tra popolo e gente è che il popolo era legato a certe ideologie e ai grandi partiti di massa.

Dopo il crollo del sistema istituzionale della Prima Repubblica e il declino di questi partiti, nel discorso pubblico – di Bossi e Berlusconi, ad esempio – è emersa la categoria di gente, completamente slegata da qualsiasi ideologia o appartenenza politica, che viene fuori da una retorica sondaggistico-pubblicitaria e si caratterizza per il consumo; non solo di merci , ma di informazione e di politica.

La cosa che accomuna i due termini nell’uso che ne fanno i politici, invece, è che sia il popolo che la gente sono considerati un’entità mitica, indistinta, portatrice dei veri valori “tradizionali” da contrapporre alla degenerazione del mondo moderno.

 

Poi c’è la frattura tra il popolo e le élite.

Più che contro “l’élite”, nel libro mi concentro sulla contrapposizione tra “gente” e “casta”. Non è un caso che in Italia si sia arrivati a questa “guerra” frontale, visto che i semi erano stati piantati in profondità con Tangentopoli. Nel recente saggio La democrazia del narcisismo del politologo Giovanni Orsina, ad esempio, si dice che già nel 1992 si potevano scorgere in nuce i grossi sconvolgimenti politici che si sono infine cristallizzati dopo le elezioni del 4 marzo.

E a proposito di questa contrapposizione, questa frattura, non è nemmeno un caso che il MoVimento 5 Stelle sia stato il partito che – più di ogni altro – ne ha raccolto i frutti. Lo vediamo in queste ultime settimane: le prime misure simboliche sono state il ricalcolo dei vitalizi degli ex deputati – spacciato come “taglio dei vitalizi” – e l’esibizione dello “scalpo” del nemico, Matteo Renzi, con la pantomima dell’“Air Force Renzi”.

 

Giudichi questa avversione verso i politici e la politica un risentimento sincero? Oppure questo odio non è solo contro l’establishment, ma una sfiducia nella democrazia e una richiesta di maggior autoritarismo?

Più che una richiesta di maggior autoritarismo, vedo un’altra tendenza: quella della sfiducia totale verso le istituzioni – una sfiducia fotografata nei sondaggi da parecchio tempo. Questo sentimento esiste ed è genuino, ed in certi casi è fisiologico e normale, considerati i fallimenti della precedente classe politica. Il punto è come questo comune sentire sia stato sfruttato, da chi sia stato cavalcato e a quale scopo.

 

Spiegati meglio…

Prendiamo, ancora una volta, l’operazione contro la “casta”. Anche se non ce lo si ricorda più di tanto, questo processo è partito dall’alto: cioè da alcune inchieste del Corriere della Sera, da un libro pubblicato da Rizzoli, e da trasmissioni molto seguite come Striscia la Notizia e Le Iene. E a questo si sono poi aggiunte figure dell’establishment come Luca Cordero di Montezemolo, che nel 2007 – da presidente di Confindustria – aveva cavalcato il frame anti-casta per tirare la volata alla sua discesa in campo, che alla fine non si è mai concretizzata. In un certo senso, è come se la “casta” stessa fosse diventata “anti-casta” per non finire travolta dall’indignazione generalizzata.

Inevitabilmente, tutto ciò si è poi diffuso a tutti i livelli della società italiana – tant’è  che poi sono partite anche operazioni social-mediatiche “dal basso”, come ad esempio il famigerato Spider Truman. Si tratta, insomma, di un meccanismo molto complesso. E quello che ho cercato di fare nel libro è di non “blastare la gente”, visto che alla base di certe rivendicazioni ci sono ragioni profonde che vanno analizzate, scomposte e ricostruite.

 

Comunque alla fine questo malcontento è andato a destra. Una casualità?

Più che una casualità, è la struttura sociale e culturale del paese che tendeva in quella direzione. In Spagna e Grecia, giusto per fare due esempi, la risposta alla crisi non è venuta da destra, ma da sinistra. E questo grazie all’insorgenza di movimenti di massa anti-austerity che avevano cambiato il senso comune di quei paesi, introducendo nuove parole d’ordine, spostando la direzione del dibattito pubblico e facendo anche nascere nuovi partiti di sinistra come Podemos. Direi che dipende molto dal periodo storico che attraversa un paese in un determinato momento.

 

Ultimamente, nelle televisioni e nei media, emergono figure di intellettuali che si dichiarano oltre la destra e la sinistra, come Diego Fusaro, e che cavalca questa protesta. Ma c’è una ambiguità di fondo di questi pensatori?

Di solito chi si definisce “né di destra né di sinistra”, alla fine è di destra. Detto ciò, Fusaro è principalmente un personaggio mediatico creato dai talk show e dai loro autori, che lo invitano continuamente a parlare di qualsiasi cosa, quando è evidente che non ha una minima specializzazione su alcunché: è la l’ennesima declinazione del tuttologo italiano.

E in questo senso, penso anche che Fusaro sia lo specchio di una serie di disfunzionalità che vanno a colpire il mondo dell’editoria, quello dell’università, quello del giornalismo, e così via. Dall’intersezione di questi fallimenti è emersa una figura ibrida, che ormai è diventato una specie di intellettuale di riferimento dell’attuale governo: viene invitato nelle kermesse della Casaleggio Associati, e al contempo collabora con la rivista di CasaPound.

Ascoltare i suoi discorsi, tuttavia, è utile per capire le nuove parole d’ordine che infestano il dibattito pubblico. Faccio un esempio: Fusaro parla sempre di “pensiero unico”, e di come lui – e questo governo – siano i soli che si scagliano contro di esso. Ma ovviamente, si guarda bene dal definire cos’è questo “pensiero unico” – che assomiglia a quello che Furio Jesi definiva “idee senza parole”.

L’importante è apparire come dei pensatori “dissidenti”, impegnati in una strenua battaglia contro un nemico invisibile e invincibile. In realtà, basta consultare un qualsiasi sondaggio elettorale per accorgersi di una cosa molto banale: la maggioranza in Italia sono loro. E il vero “pensiero unico” e quello che spingono personaggi come Fusaro, che godono di una visibilità assolutamente sproporzionata.

 

Con le fake news ci si scaglia politici di sinistra che difendono politiche migratorie progressiste, come Boldrini, o intellettuali che criticano Salvini, come Saviano.  E si usano sempre le stesse parole, come pensiero unico, buonista, radical chic. Un universo saldamente legato al mondo dell’estrema destra?

Ho qualche problema con il termine “fake news”, che ormai è diventato un contenitore vuoto usato a piacimento da politici e leader vari. Trump, ad esempio, lo usa come clava da dare in testa ai suoi avversari. Preferisco di gran lunga l’espressione disordine informativo, termine introdotto da alcuni ricercatori americani.

A ogni modo, le notizie false non sono appannaggio solo dell’estrema destra; tutt’altro. Quelle più grosse, quelle che creano più clamore mediatico, vengono in primo luogo dalla politica istituzionale e dai media mainstream. Il caso della “sposa-bambina” musulmana di 9 anni a Padova, apparsa qualche mese fa, è esemplificativo: la fonte della notizia falsa – una notizia che mirava a rimpolpare la narrativa dello “scontro tra civiltà” e della convivenza impossibile con i musulmani – è un autorevole quotidiano cartaceo. Uno di quelli che dovrebbe combattere le fake news del web cattivo, per intenderci.

 

A livello internazionale molte persone puntano a screditare George Soros.

Fino a qualche anno fa Soros non lo conosceva nessuno, almeno in Italia. È diventato il grande spauracchio nell’ultimo anno e mezzo, a seguito della campagna contro le ONG. E indubbiamente, è il personaggio che più di tutti viene attaccato dalla destra a livello europeo e mondiale.

Questo, inutile girarci attorno, avviene per un semplice motivo: è un ricco speculatore di idee progressiste, che finanzia le cause in cui crede, e soprattutto è ebreo. Quindi ritorna il solito mito cospirativo dei Protocolli dei Savi di Sion, lievemente aggiornato all’età moderna.

Tutte le teorie del complotto su Soros – quelle, cioè, che vedono la sua “mano invisibile” dietro ogni grande evento – derivano da due puntate di una trasmissione di Fox News, ed è interessante vedere come si sono evolute e riverberate in altri paesi.

Pertanto, analizzare il meccanismo di base che trasforma George Soros – una figura, tra l’altro, per cui non nutro alcuna simpatia – nell’influenza maligna che decide le sorti del mondo è doppiamente utile: da un lato si coglie chi c’è dietro queste teorie del complotto; e dall’altro si può capire come si propagano le teorie nell’era dei social network.

 

Poi ci sono le fake news sugli immigrati: celebre è la notizia che sui social media molte persone hanno condiviso articoli che sostenevano che gli ultimi naufragi avvenuti nel Mediterraneo non siano mai avvenuti, ma che siano stati inscenati ad arte come in un film. O lo smalto di Josefa.

La questione dello smalto è indicativa anche di un’altra tendenza: quella della re-informazione, cioè una lettura politicamente orientata della realtà che mescola vari elementi, creando così un impasto in cui è difficilmente distinguere cos’è vero e cos’è falso.

Per intenderci: Josefa lo smalto effettivamente ce l’aveva. La cosa più insidiosa, infatti, è stata la spiegazione, cioè la lettura di quel dettaglio. Che recita più o meno così: ok, magari non è “un’attrice” ed è stata salvata veramente; ma alla fine, provate a negarlo!, nelle navi delle Ong gli immigrati se la spassano alla grande.

Tutto ciò è ancora più pericoloso perché quest’opera di re-informazione si inserisce in un preciso clima: quello in cui il ministro dell’interno dice che la ricostruzione della ong Proactiva Open Arms è una fake news. Così facendo, Matteo Salvini ha formato un humus propizio a questo tipo di letture della realtà.

 

E il Movimento 5 stelle? Il concetto di democrazia diretta può essere un antidoto rispetto alle ultime istanze antiliberali e alla sfiducia verso la democrazia rappresentativa? O un veleno?

Per il M5S, la democrazia diretta è uno dei pilastri propagandistico-retorici che usano per dare l’idea di movimento che intende rinnovare la democrazia rappresentativa, o di arrivare a forme che possono superarla.

Il punto è che non è mai stata praticata realmente. Nel periodo embrionale del M5S, cioè nel 2009 – 2010, vari attivisti avevano provato a spingere l’uso di strumenti reali di democrazia diretta digitale, come ad esempio Liquid Feedback. E questi attivisti non solo non sono mai stati ascoltati; ma a un certo punto si sono visti piombare dall’alto, cioè dalla Casaleggio Associati, la versione verticistica degli strumenti di democrazia diretta.

Sto parlando del sistema operativo Rosseau – ovviamente – che è un simulacro di democrazia diretta usato più per sventolare questo concetto, che per promuoverlo veramente. Dunque, per rispondere alla tua domanda: se sia un antidoto o un veleno non lo so. Bisognerebbe provarlo per davvero.

 

E la tecnica comunicativa della Lega?

La tecnica comunicativa di Salvini è al contempo semplice ed efficace. Per certi versi ricorda quella di Donald Trump. I tweet e le foto in cui cerca di apparire spontaneo – come uno della “gente”, appunto – sono frutto di uno studio capillare e di un impiego di raffinate tecniche di marketing politico.

E come fa Trump, che bombarda l’opinione pubblica con dichiarazioni forti e provocatorie, Salvini usa i social network come un’arma propagandistica per cercare di entrare nelle nostre teste e – soprattutto – per rimanerci.