Per una contro-narrazione del Platform Capitalism

Sempre più nelle scienze economiche sta prendendo piede il dibattito sulla sua natura narrativa, come fonte di legittimazione della ricerca.

di Lorenzo Carchini

In sede di presentazione dei propri lavori, gli economisti neoliberal tendono a giustificare le proprie posizioni ricorrendo al rapporto tra domanda e offerta o ai costi di transazione. Per esempio, nel caso del Platform Capitalism, hanno elogiato compagnie come Uber, Airbnb o TaskRabbit per aver promosso la competizione sul lavoro, migliorando la qualità dei servizi. Una narrativa piuttosto semplice riconducibile agli incentivi creati riducendo i costi di transazione e creando maggiori opportunità per aziende e privati.

Tuttavia, la soddisfazione creata da un lieto fine – seppur forzato – può facilmente indurci a dar credito a narrative miopi o discutibili. Pensiamo all’idea di beni comuni: nonostante la cultura anglosassone abbia fatto della proprietà privata il fondamento del proprio modello economico e sociale, sono innumerevoli i casi di beni comuni e risorse condivise che hanno portato benefici e nuovi modelli alternativi.

Una contesa che non si risolve esclusivamente nel campo empirico, bensì dall’approccio teorico stesso. Ecco che ad una narrativa corrisponde una contro-narrativa – “it takes a theory to beat a theory”- che ribalta l’approccio al moderno sistema di capitalismo delle piattaforme.

Proviamo a ribaltare il piano.

Nella narrativa convenzionale le piattaforme promuovono un mercato del lavoro più equo, con bassi costi d’entrata da parte dei fornitori di servizi. Una buona contro-narrazione ci porta a sottolineare come le piattaforme invece consolidino diseguaglianze esistenti, anzi promuovendo la precarietà riducendo il potere contrattuale dei lavoratori e la stabilità dell’occupazione.

Da un lato se le piattaforme riducono l’impatto della discriminazione aumentando il numero di fornitori di servizi nei vari mercati (trasporti, domestici ecc.), dall’altro le piattaforme aumentano la discriminazione identificando gli utenti in base a profili che mostrano la propria appartenenza etnica ed utilizzando un sistema di voti e classifiche che rafforzano le differenze.

Inoltre, se i difetti delle piattaforme possono riflettere quelli dei fornitori tradizionali, tuttavia le piattaforme hanno a disposizione ormai così tante risorse da poter travolgere i primi, spesso caratterizzati da frammentazione e scarsa coordinazione (pensiamo ai taxi).

Sostenere che le grandi piattaforme abbiano ottenuto enormi porzioni di mercato per la qualità dei servizi forniti significa non guardare ad altri aspetti non meno importanti, come la semplice fortuna, il cosiddetto “first-mover advantage” (il coraggio-vantaggio di aver effettuato la prima mossa), gli effetti del network, l’attività di lobby, i costi notevolmente bassi dei capitali d’investimento, l’assenza di un comparto di leggi preciso e mirato.

Se le piattaforme hanno promosso, secondo la narrativa convenzionale, la crescita economica immettendo disoccupati o sottoccupati nel mercato del lavoro, la contro-narrazione mirerà a quanto la crescita sia stata invece danneggiata dai salari bassi per i lavoretti (“gigs”) che la competizione inevitabilmente comporta.

Le piattaforme promuovono la flessibilità suddividendo i lavori in compiti (“task”), consentendo maggior libertà al lavoratori? Al contrario diremo che i lavoretti a basso costo e il lavoro a cottimo obbligano i lavoratori ad essere sempre pronti, per non perdere l’opportunità di lavoro.

Infine, se la profilazione degli utenti in base ai dati può preventivamente inoltrare ai lavoratori con cui sono più compatibili, ciò significa anche che le opzioni fortuite o imprevedibili vengono effettivamente nascoste o oscurate dalla piattaforma, non permettendo una scelta a tutti gli effetti libera.

Ecco quindi che, a differenza delle verità delle leggi naturali e scientifiche, la narrativa è plurale: ci sarà sempre un altro lato della storia. Così sono anche le scienze sociali, che spesso sfuggono all’analisi matematica e quantitativa alle quali gli addetti al settore aspirano.

Storie semplici distorcono realtà sfaccettate. Mentre il Platform Capitalism diventa una modello sempre più importante per fissare i salari per i vari compiti distribuiti nelle piattaforme online, le narrazioni del suo impatto giocheranno un ruolo pervasivo anche su temi come discriminazione, regolamentazione dei salari e leggi sul lavoro.

Secondo le idee della Silicon Valley, le piattaforme globali di lavoro e servizi forniranno nuove straordinarie opportunità, abbattendo le vecchie gerarchie. I “gig workers” lavoreranno su Etsy al mattino, guideranno per Uber il pomeriggio, commenteranno su Facebook la sera, spostandosi flessibilmente tra lavoro e tempo libero a proprio piacere. Quanto c’è di vero? Stiamo parlando di un’opportunità per i lavoratori oppure si tratta soltanto di un nuovo modello di accumulazione?

Sempre più studiosi si sono avvicinati alla materia discutendo le implicazioni sociologiche e legali di piattaforme che hanno costantemente aggirato nei vari paesi leggi su salari minimi e molti diritti dei lavoratori. Lilly Irani ha parlato di un sistema corrosivo di programmatori “nascosti nella tecnologia, che trattano i lavoratori come codici numerici e che continuano a vedersi più come costruttori, che manager” (Justice for ‘Data Janitors’, 2015).

Sostenuta anche da inchieste giornalistiche di primissimo piano, una contro-narrativa ha preso progressivamente piede, indicando nella sregolata “gig economy” un percorso verso la precarietà che condannerà i lavoratori all’incertezza e a condizioni salariali sempre peggiori. Una narrativa alternativa e certo meno ottimistica di quella prodotta dai neoliberals.

Cosa succede quando in un paese periferico arrivano i servizi di una vasta compagnia straniera che non conosce e non ha alcun interesse a far sue le tradizioni e le leggi sul lavoro locali?  Questo si è domandati studiosi come Susan Crawford e Tom Slee che per primi hanno sottolineato le storture di un sistema di telecomunicazioni globale sempre meno attento ai propri obblighi sociali. E in tutto questo, quale ruolo può avere una politica sempre più disaggregata, sconnessa dal locale, prona al fenomeno della totale privatizzazione?

Per i sostenitori della Platform Economy, il passaggio verso un governo “funzionale” risulterà in un dinamico mix di società semi-sovrane, mirate a servire al meglio produttori e consumatori. Una spinta centripeta verso grandi aziende (Uber, Airbnb, Didi e WeChat in Cina ecc.) da parte di produttori e consumatori, di utenti e inserzionisti che solleva una questione non meno importante per produrre un’efficace contro-narrativa: che posizione dovrebbero prendere le autorità? Dovrebbero facilitare la concorrenza o la regolamentazione?

Da una parte un approccio molto americano di potere economico decentralizzato consiglierebbe una maggiore dipendenza dalle leggi antitrust in futuro, dall’altro l’idea di un trend monopolista particolarmente spiccato nell’economia digitale rispetto all’industria tradizionale, suggerirebbe ai governi di riconoscere l’esistenza di monopoli e duopoli e regolarli di conseguenza (fosse anche come servizi pubblici).

Due approcci che non si escluderebbero a vicenda, dal momento che molte forme di regolamentazione possono assicurare un piano di competizione giusto. Tuttavia, la narrativa neoliberal sulla competizione vede nella deregolamentazione la chiave per i mercati aperti. Una miopia risolvibile nel dibattito politico e nelle scienze sociali, uscendo dall’analisi tecnocratica dei costi-benefici.

Se davvero il capitalismo delle piattaforme fosse uno spazio completamente aperto e competitivo, anche nuovi e altri soggetti dovrebbero essere in grado di far breccia sul mercato. E’ questa la speranza di chi fa parte del contro-movimento del Platform Cooperativism, una possibile terza via tra il monopolio della Silicon Valley e il tradizionale sistema dei servizi, caratterizzata dalla collaborazione fra sviluppatori indipendenti e cooperative a base democratica.  Il messaggio è che, anche in una fase di disgregazione della politica e quindi dello spazio pubblico, è ancora possibile creare comunità  promuovendo servizi intelligenti rispettando le pratiche sociali, le norme e gli obblighi sul lavoro.

C’è spazio per questa cooperazione? Tra i tecnocratici la risposta passa soltanto attraverso un’analisi dei costi-benefici e del modello economico. Dietro a tutto ciò, però,  persiste un intero apparato narrativo che fa riferimento al modo in cui i grandi colossi della nuova economia si sono imposti, alla competizione e al peso degli interessi delle parti coinvolte. La narrativa neoliberale vede qui una competizione leonina tra le grandi imprese, guardando con sospetto qualsiasi tentativo regolatore e mirando esclusivamente all’interesse dell’attuale consumatore. Dunque una contro-narrativa convincente dovrebbe guardare con maggior scetticismo all’attuale sistema di competizione, promuovendo attraverso le regole un limite necessario al loro potere, bilanciando gli interessi di tutti i consumatori, ma anche dei lavoratori e delle terze parti interessate – le comunità e i governi locali.

In conclusione, la crescita di narrazioni alternative sul Platform Capitalism non solo possono rimettere in discussione il modo in cui percepiamo  questa nuova economia, ma anche come la racconteremo in futuro. Entrambe le storie hanno dei punti di forza. Se quella neoliberal offre semplicità e concisione,  restringendo il campo dell’indagine, presta altresì il fianco ad una banalizzazione, ignorando più ampie problematiche sociali. Una contro-narrazione, invece, deve mettere al centro un discorso socialmente più inclusivo, tenuto su un lasso di tempo maggiore. Non può essere sufficiente mettere insieme i lavoratori, lanciare campagne e chiedere maggior trasparenza; queste azioni di per sé isolate devono costruire una narrativa comune sul progresso economico e la distribuzione del benessere.