Perché Francia e Europa hanno una parte di responsabilità nella vittoria dei populisti in Italia

Lasciando l’Italia da sola a far fronte al flusso di migranti in arrivo dall’Africa via Libia, le autorità europee e francesi hanno incoraggiato la vittoria delle destre nelle elezioni politiche del 4 marzo.

di Philippe Boggio – Slate.fr 17.04.2018

Traduzione in italiano a cura di Enrico Strano per Sinistra in Europa.

 

Per alcune ore, il 10 marzo 2018, l’Italia pensò che si ricominciasse di nuovo. All’orizzonte, una corsa al weekend! Il bel tempo, il mare calmo … e il salvataggio obbligato di migliaia di migranti da accogliere, appena annunciato, e le televisioni che filmavano il loro arrivo, a Lampedusa o in Calabria. Ora, il sud dello Stivale temeva i giorni di bel tempo nel Mediterraneo come una promessa di ripresa del flusso migratorio.

Si trattava di un falso allarme. I duecento africani appena recuperati a largo di Bengasi dalla guardia costiera libica sarebbero stati riportati al loro punto di partenza. Nonostante il non invidiabile destino di un ritorno in Libia, il loro “salvataggio” non ha annunciato, come inizialmente creduto, l’arrivo, tramite le navi delle ONG, di un’intera flotta di gommoni sovraccaricati, messi in acqua dai contrabbandieri grazie a condizioni meteorologiche eccellenti.

Finalmente, il fine settimana e’ rimasto transalpino. Anche post-elezioni: la penisola si stava riprendendo, in qualche modo, dallo sconvolgimento avvenuto al suo sistema politico, nelle elezioni politiche del 4 marzo.

 

L’esasperazione dell’opinione pubblica dinanzi ai immigrati

Dopo cinque anni di un governo di centro-sinistra (Partito Democratico), l’Italia aveva dato una chiara preferenza ai partiti populisti o all’estrema destra: il Movimento “anti-sistema” 5 stelle (M5S), fondato dal comico Beppe Grillo, riceveva il 32% dei voti, la Lega Nord, l’estrema destra apertamente xenofoba, forte del 17,5% dopo anni di esistenza marginale, e infine la destra berlusconiana, comunque in calo con il 14% dei voti.

Potendo arrivare ad un accordo, era alta la probabilità che queste tre parti sarebbero state in grado di comporre in qualche modo la prossima coalizione di governo. Di fronte a loro, i progressisti del Partito Democratico erano stati “calorosamente ringraziati”, raccogliendo il 19% dei consensi, quando erano stati in grado di raccogliere il 40,8% dei voti nelle elezioni europee del 2014.

A questo sconvolgimento, più radicale e più anti-europeo del solito, di una vita politica italiana generalmente incline agli accordi intorno al centro, troviamo una ragione principale accanto all’eterna questione della disoccupazione: l’esasperazione dell’opinione pubblica sulla questione immigrati.  Davanti a questa permanenza sul territorio – a sentir loro – gli italiani vedono aggregarsi sempre più migranti nel loro paese, senza che questi poi lo lascino.

Circa 600.000 persone, o forse già 700.000, costituiscono questa popolazione permanente. L’Italia ha registrato 181.000 arrivi nel 2016 e 119.000 nel 2017 – giovani single e intere famiglie vomitate dal Mediterraneo, provenienti dalla Libia. La maggior parte di loro salvati in mare, in virtù dei migliori sentimenti di assistenza ai naufraghi. Sentimenti che, nel numero e nel tempo, tendevano a diventare insopportabili. Questi ultimi mesi, ne giungevano meno, ma niente poteva far credere – si allarmavano gli italiani – che questa osservazione sarebbe stata confermata nei giorni di clima più mite.

Dobbiamo capire gli italiani. Un ruolo importante ha giocato la sfortuna. La colpa, in primo luogo, della geografia: se il loro paese fosse stato posizionato come la Grecia, l’altro paese in prima linea dello spazio Schengen nel sud – cioè davanti alla Siria in guerra – attraverso la Turchia, avrebbero accolto i “veri” rifugiati, che gli europei non avrebbero avuto altra scelta che dividere per quote, in virtù degli accordi comunitari.

Invece, di fronte all’Africa, attraverso la Libia, i Transalpini non vedono arrivare loro, fatta eccezione per una minoranza di eritrei e sudanesi effettivamente ammissibili allo status di rifugiato, ma nigeriani,  gabonesi o Guineani – tutti provenienti da paesi che sono stati decretati senza guerra e dove, ufficialmente, la tortura non viene praticata.

Alla Grecia, una certa nobiltà della rotta migratoria, dinanzi alla quale le democrazie occidentali continuano a piegarsi; in Italia, il fondo di questa umanità in movimento: coloro che diventano non documentati o clandestini, una volta sbarcati in un porto, ma semplicemente immigranti economici, che affrontano rischi folli – nel deserto, poi in mare – per darsi una vita migliore nel continente e che di questo rischio non ricevono alcun riconoscimento.

Ovviamente, nessuno li vuole. Le regole comunitarie richiedono che siano regolarizzati o inviati a casa. Date le tendenze dell’opinione pubblica europea nei confronti dei migranti, non sono più regolarizzabili. Per quanto riguarda loro, i governanti, hanno una sola ossessione: trovare il modo di riportarli a casa o, ancora meglio e più semplicemente, assicurarsi che non entrino nello spazio più aperto del mondo che è Schengen.

È anche colpa degli accordi di Dublino – ancora un’altra un’invenzione comunitaria: gli stranieri che entrano nello spazio Schengen sono posti sotto la responsabilità del paese di entrata. Secondo la cosiddetta regola Dublino III, in vigore dal 2013, sono registrati nel caso italiano nei porti della Sicilia o della Calabria. Solo a questi sportelli saranno in grado di richiedere lo status di rifugiato, se possono reclamarlo. Saranno considerati in una situazione irregolare se cercheranno lo stesso status altrove in Europa, potranno essere collocati in centri di detenzione e devono aspettarsi di essere restituiti al loro paese sponsor, l’Italia.

 

Arsenale europeo per la diminuzione degli arrivi

La storia del flusso migratorio del decennio conta tre momenti, e la penisola si rende conto che le è stato attribuito il meno favorevole dalla sorte, così come le conseguenze di una certa indifferenza europea. Nel 2015, diversi milioni di siriani, iracheni e afghani prendono la strada per i Balcani attraverso la Turchia, che li lascia passare. La Germania diventa, alcuni mesi, il più onorevole dei paesi ospitanti, per volontà del cancelliere Angela Merkel. Poi la strada si prosciuga improvvisamente: i paesi orientali chiudono i loro confini ai rifugiati, che si muovono verso la Grecia. Dopo alcuni mesi di attesa e improvvisazione, l’Europa negozia un accordo con Ankara, il governo turco si impegna a contenere le migrazioni a pagamento.

A metà 2016 la crisi greca termina, giusto in tempo per vedere l’episodio italiano a sua volta svilupparsi, facendo entrare decine di migliaia di africani che si stanno dirigendo in Italia dalla Libia per fuggire non piu’ dalla guerra, ma dalla miseria. Di fronte al pericolo di una continua ondata migratoria, e consapevole anche del futuro shock demografico africano (1,2 miliardi di abitanti nel 2017, il doppio nel 2050), l’Europa si è impegnata nel 2017 a proporre alla Libia, nonostante la situazione politica caotica in questo paese, gli stessi accordi di “esternalizzazione” come in Turchia.

Per mesi, gli Stati membri e la Commissione di Bruxelles inizialmente lo hanno negato. Dopo aver annunciato che la Francia avrebbe aperto gli hotspot (centri di smistamento) in Libia, Emmanuel Macron ha riconosciuto che si trattava di un’operazione troppo delicata, a causa delle gravi violazioni dei diritti umani riconosciuti a livello locale – violenza sulle donne, detenzioni, sparizioni, trafficanti complici della guardia costiera, annegamenti dei naufraghi (davanti, tuttavia, alle imbarcazioni libiche) e schiavitù – come è stato osservato CNN in un rapporto in onda novembre 2017.

I diplomatici europei e gli esperti del Commissariato per i Rifugiati (HCR), che già si erano confrontati con le specifiche condizioni dell’accoglienza turca, tuttavia, perseverarono, e hanno a poco a poco colmato il gap esistente. I mercati degli schiavi sono stati smantellati. Il mercato di Sabratha, dove erano detenuti 14.500 migranti, -gestiti da una tribù specializzata in racket- è stato chiuso e i contrabbandieri perseguiti. Le guardie costiere hanno completato il loro addestramento e il governo italiano ha consegnato dieci motovedette alle autorità libiche.

Gli immigrati più vulnerabili sono più frequentemente salvati. L’UNHCR spera di evacuare quest’anno tra 5.000 e 10.000 rifugiati, dei 48.000 registrati in Libia; sono gradualmente “prelevati” dal paese e rimandati nell’Africa sub-sahariana. Roberto Mignone, rappresentante dell’UNHCR per la Libia, ha accolto positivamente a novembre la prossima apertura di un centro di transito a Tripoli.

Senza troppa pubblicità, l’operazione libica dell’Unione europea sta ora procedendo a pieno regime. Dispone di ingenti risorse finanziarie, attingendo dal fondo fiduciario, aperto al vertice di La Valletta nel novembre 2015 e in linea di massima destinato all’aiuto allo sviluppo. Gli europei hanno scelto di finanziare opere più sicure. Stanno cercando di costruire un muro per bloccare gli africani, e per questo chiudono gli occhi agli svantaggi del contesto libico.

Ci arrangiamo. Nonostante le distanze, i controlli sono rinforzati ai confini del Sahel e le unità mobili pattugliano le strade che portano al Mediterraneo. Una flotta militare europea, l’Eunavfor Med, è stanziata in acque internazionali. La Commissione di Bruxelles spera, con questo arsenale, di abbandonare completamente gli arrivi di migranti in Italia entro la fine del 2018.

“Cerchiamo di bloccare i richiedenti asilo e ottenere il lavoro svolto dai libici, in modo da non sporcarci le mani, – si rammarica Philippe Bruycker, specialista belga in diritto dell’immigrazione. – A costo di calpestare le regole della responsabilità internazionale e un diritto che era considerato fondamentale ai tempi della guerra fredda: il diritto per tutti di lasciare un paese, incluso il proprio. “

 

Vicini europei che guardano altrove

Gli italiani guardano le elezioni europee preparare il loro futuro. Ma con i loro voti alle politiche, hanno particolarmente indicato che il presente li preoccupava. Il 4 marzo fu un giorno di amarezza nazionale – un rimprovero, rivolto sia agli altri cittadini europei che al governo di Roma.

Con gli accordi di Dublino, apparentemente gli esperti di Bruxelles e le cancellerie partner non avevano previsto che nel 2016 decine di migliaia di africani, solo in qualità di immigrati “economici”, avrebbero cominciato ad affluire nei porti italiani. E che, da quel momento in poi, i paesi della comunità si sarebbero riorganizzati per venire a raccogliere quote che dovevano essere composte da rifugiati patentati che non c’erano più.

Da un vertice europeo all’altro, i paesi membri hanno assicurato all’Italia la loro piena solidarietà. Dissero che erano pronti a finanziare ciò che poteva consentire alla penisola di tenerli: centri di registrazione, centri accoglienza per minori isolati o un sistema informatico comune.

In realtà, hanno fatto un passo indietro. I paesi limitrofi, primi tra tutti quelli che, come Austria e Germania, temevano di dover ospitare una migrazione economica indesiderata. La Francia, in particolare, confinante e amica, compagna di viaggio nell’aureola europea degli anni ’50, che ha gradualmente applicato agli immigrati africani che si presentavano al confine franco-italiano di Menton, dal sud dello Stivale, un politica del rifiuto di entrare quasi degna di quella praticata nei Balcani.

La politica delle quote sempre meno rispettata, il confine francese chiuso ufficialmente a causa degli attacchi terroristici del 2015 e del 2016: non è stato ovviamente mai detto, ma Matteo Renzi, il capo del governo italiano, doveva cavarsela da solo con i suoi migranti africani. La situazione è stata simbolicamente ripetuta, attraverso tutti questi incidenti di frontiera che si sono trasformati in notizie.

Gli italiani non potevano crederci: i loro cari vicini non rispettavano più la legge. Hanno espulso i minori non accompagnati che erano entrati nel loro territorio, mentre la legge francese impone allo stato di metterli sotto la protezione del servizio di assistenza ai minori. Il prefetto è stato regolarmente convocato da un tribunale amministrativo per accogliere la richiesta di una famiglia straniera che desidera presentare una domanda di asilo a Nizza. Prima di andare a votare, il 4 marzo, tutta l’Italia aveva visto anche le foto di questi prefabbricati alla stazione di Menton, dove gli immigrati, impediti dall’entrare in Francia, stavano aspettando di essere respinti dall’altra parte del confine.

Allegramente, il nuovo ministro degli Interni, Gerard Collomb, ha ulteriormente rafforzato questa politica, arrivando persino a perseguire i militanti delle organizzazioni umanitarie che raccoglievano gli immigrati trovati sulle montagne, nelle sere d’inverno.

 

Un sangue freddo nazionale che poteva solo cedere

L’Italia fu lasciata sola ai suoi 600.000 immigranti, bloccati sul suo territorio. I Transalpini sembravano prima buoni. Erano addirittura considerati, dalla Sicilia alla Calabria, primi tra gli europei per accoglienza ai migranti. Per lungo tempo avevano contenuto i discorsi più xenofobi. Poi c’erano segnali di avvertimento, delle irritazioni della stampa o dei partiti politici contro le ONG che stavano portando sempre più naufraghi sul ponte delle loro barche, e alcuni di loro – erroneamente – erano troppo spesso imbarcati sulle rotte dei contrabbandieri libici.

Il sangue freddo nazionale non poteva che cedere, sotto il peso dei casi di piccola delinquenza immigrata citata nei media e del beneficio che l’opposizione di destra avrebbe saputo trarre da una tale situazione, durante la campagna elettorale per le elezioni comunali di Giugno 2017

Molti comuni gestiti da membri del Partito Democratico, soprattutto quelli che avevano accettato di aprire centri di accoglienza nella loro comune, hanno dovuto passare il testimone – inclusi quella di Lampedusa, una piccola isola dell’arcipelago delle Pelagie, icona umanitaria che da tempo ha fatto prova di empatia durante il primo shock migratorio del 2016.

Un mese dopo le elezioni municipali del 2017, l’Italia avrebbe vissuto un weekend di intense tensioni antieuropee. Sempre lo stesso terribile scenario: bel tempo, mare piatto e barche di salvataggio piene di sopravvissuti che venivano raccolti nei porti del Canale di Sicilia.

Il governo di centro-sinistra ha quindi esortato la Spagna e la Francia ad aprire i loro porti del Mediterraneo alle barche delle ONG per alleviare il loro fardello. Rifiuto dei partner europei. Un incontro vano fu organizzato urgentemente a Parigi, tra i ministri dell’interno dei tre paesi. Al vertice europeo di Tallinn (Estonia) alla fine di settembre, i partner hanno mantenuto la loro opposizione.

Il Partito Democratico ha nuovamente perso parte del suo credito governativo e 12.000 nuovi immigrati sono sbarcati, dopo il fine settimana estivo, davanti alle telecamere. “Siamo soli!”, titolò Il Giornale. “L’Europa sta sbattendo la porta in faccia!” lamentò La Verita. Per quanto riguarda La Stampa, il grande quotidiano del Nord, ha rivolto una supplica personale al presidente francese: “Macron, aiuto! I populisti stanno tornando! “.

 

Voto di stanchezza più che convinzione ideologica

E sono ben tornati. Bastava un altro incidente, più grave questa volta: l’omicidio di una giovane tossicodipendente di 18 anni a Macerata (nelle Marche), per il quale sarebbe stato accusato uno spacciatore nigeriano. Pochi giorni dopo, il 3 febbraio, nel mezzo della campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 marzo, un membro della Lega Nord ha sparato sugli immigrati nella stessa piccola città. L’Italia avrebbe condannato questo atto di cieca vendetta, ma la campagna elettorale è proseguita con una netta preferenza per la destra.

Una coalizione politica più “muscolare” riuscirà, se il potere gli sarà affidato, dove i progressisti hanno fallito? Nulla è meno certo, e già dimostrerebbe che l’Italia, il 4 marzo, ha votato più per stanchezza che per convinzione ideologica. Un governo di destra avrà meno probabilità di convincere i partner europei, che questa volta avranno motivi politici per non ascoltare le loro denunce.

Ci si aspetta sempre, dalla panoplia xenofoba, di sentire i suoi sostenitori promettere di “buttare gli immigrati in mare”. Questo è ciò che i capi della destra, reagendo al dramma di Macerata, hanno fatto capire, in parole meno definitive.

Matteo Salvini, il leader della Lega Nord, si è impegnato a rimandare in Africa 100.000 immigrati al mese. “Il problema non è l’immigrazione, ha detto, ma l’immigrazione illegale, gli 800.000 migranti che il governo ha permesso di atterrare nel paese”.

Anche Silvio Berlusconi vuole allontanare gli africani. “Oggi ci sono almeno 630.000 migranti, di cui solo il 5% sono rifugiati”, ha affermato. Gli altri 600.000 sono una bomba sociale ad orologeria pronta a esplodere, perché vivono di espedienti e crimini “.

Dal 2015, i due successivi governi del Partito Democratico hanno ovviamente cercato di mandare gli immigrati a casa. Ma nel rispetto delle norme di legge, garantendo il ricorso ai tribunali, in attesa della firma di accordi bilaterali, queste procedure sembrano infinite.

I paesi di provenienza non hanno fretta di recuperare cittadini che, anche in una situazione di illegalità, finiscono per garantire guadagni finanziari alla propria comunità di origine attraverso il proprio lavoro.

Inizialmente, è probabile che le ripercussioni continuino, come ad esempio i gesti dimostrativi. Sono iniziate le provocazioni annunciatrici della vittoria definitiva della destra. Alla fine di marzo, un avvocato di Catania, che aveva già denunciato le ONG accusandole di essere collegate ai contrabbandieri della Libia, ha fatto porre sotto sequestro una nave in un porto siciliano. Questi 600.000 indesiderati che tormentano l’Italia, è anche questo un fatto umanitario, no?

 

Fonte originale: http://www.slate.fr/story/159748/europe-migrants-italie-legislatives-4-mars-victoire-droites-populistes-crise-migratoire-responsabilite-ue-france