Platform economy: i nuovi mercati del lavoro

Pensare al mercato del lavoro contemporaneo necessariamente significa svolgere alcune considerazioni sull’impatto della rivoluzione tecnologica moderna sulle organizzazioni sindacali, in particolare in relazione alla crescita del ruolo di internet nel mercato del lavoro.

di Lorenzo Carchini

 

Nonostante il ruolo del web sia già stato ampiamente studiato nel corso degli ultimi 15 anni, la sua importanza oggi è notevolmente cresciuta e se originariamente internet veniva utilizzato perlopiù come una bacheca per l’advertising tra i cercatori di lavoro, questa visione oggi appare assolutamente riduttiva. Una delle novità più interessanti sono la comparsa di piattaforme di outsourcing online, che hanno permesso al web di evolversi dal suo stadio larvale incorporandolo nell’organizzazione stessa del lavoro.

Ad esempio, un autista di Uber o un web designer di Upwork difficilmente sanno dove sia fisicamente localizzata la compagnia per cui lavorano. Ciò che conta per loro è la piattaforma virtuale, che assegna il lavoro e gestisce i pagamenti.

Nonostante ormai queste piattaforme abbiano letteralmente invaso il sistema capitalista moderno fino a divenirne uno degli elementi maggiormente caratterizzanti, le nostre conoscenze a riguardo sono ancora ridotte. Ancora nel Giugno 2016, la Commissione Europea pubblicava la comunicazione sull’Agenda Europea per la Collaborative Economy, un termine quest’ultimo utilizzato per riferirsi al ruolo delle piattaforme online per facilitare l’accesso temporaneo a beni e servizi inclusi l’esternalizzazione del lavoro. Tuttavia, il documento mostrava una definizione di Collaborative Economy assai vaga: un modello di business dove le attività sono facilitate da piattaforme online che creano un mercato del lavoro aperto per i beni e i servizi forniti dai privati. Una definizione talmente ampia da darci poco o nulla su cui lavorare in termini socio-economici. Perfino la terminologia non è chiara, Collaborative Economy, Sharing Economy, “peer to peer economy” o “on-demand economy”? Tutti termini che hanno diverse implicazioni.

Collaborazione o interazione rappresentano qualcosa di diverso dalla condivisione, tutti a loro volta diversi dal significato che solitamente associamo con “on-demand”. Al contempo, il concetto di collaborazione non implica necessariamente un’idea di mercato, di beni e servizi. Tuttavia, le principali piattaforme outsourcing costituiscono di fatto delle transazioni di mercato riconducibili più al “renting” che allo “sharing”. Anche per questo la maggior parte degli esperti e studiosi oggi adottano il termine “platform economy” per sottolineare il fenomeno delle piattaforme online, che ha abbattuto i costi annessi al lavoro e all’accesso di beni e servizi.

Le piattaforme di outsourcing forniscono un servizio di collegamento tra la domanda di lavoro e la sua offerta. Ci sono tre importanti aspetti che definiscono questo fenomeno. Innanzitutto, le piattaforme forniscono un algoritmo che permette un efficace abbinamento tra fornitori di lavoro ed utenti. Inoltre, la tecnologia ha abbassato i costi di transazione al punto che le piattaforme facilitano le micro-transazioni. Infine, forniscono servizi che riducono i rischi tipici del mercato tradizionale, come le informazioni su un fornitore di servizi, con sistemi di monitoraggio, reputazione e tutela per i clienti.

Le nozioni astratte di collaborazione e condivisione sono fuorvianti quando si parla di questo nuovo modello economico. Il principale valore si trova nella possibilità per aziende e individui di accedere a lavoratori, beni e servizi in qualunque momento e a basso costo. Un abbassamento delle barriere d’ingresso che permette alle piattaforme di espandere la sfera del lavoro informale o in nero, a rischio di svalutare un lavoro retribuito.

Per apprezzare la varietà di servizi che ricadono sotto l’ombrello di “piattaforma online”, dobbiamo passare in rassegna le varietà di piattaforme.

La prima distinzione è tra quelle volte a facilitare l’accesso a beni o proprietà e quelle che mirano ai servizi e ai “self-employed workers”. Un vasto spettro che vede ai suoi limiti eBay e Airbnb, da una parte, TankRabbit e TakeLessons, dall’altra. Due tipologie apparentemente inconciliabili eppure che hanno in entrambi i casi importanti conseguenze sul mercato del lavoro. Prendiamo Airbnb, una grande piattaforma che permette agli utenti di affittare una casa o una stanza; ad un primo sguardo sembrerebbe difficile cogliere l’influenza che questa può avere sul mercato del lavoro. Eppure è la stessa azienda ad aver ammesso che molti dei suoi utenti oggi non la usino più soltanto per affitti occasionali, bensì per affittare intere unità abitative vuote, in una sorta di mini-hotel. Una soluzione che richiede diverse forme di lavoro – pulizia, amministrazione, manutenzione – che possono essere fornite dallo stesso proprietario oppure coinvolgere altre persone, sia impiegate in prima persona che come intermediarie (ad esempio ditte di pulizie).

La seconda distinzione è tra le piattaforme sta nella scala in cui operano, da quella locale a quella globale. Mentre Airbnb e Uber sono aziende internazionali, ma influiscono sul mercato del lavoro a livello locale. al contrario, piattaforme come CoContest facilitano la connessione tra una domanda localizzata e un fornitore che potrebbe trovarsi altrove. Un caso a parte sono le piattaforme web “pure”, come Task Rabbit o Upwork, che non hanno componenti offline ed il lavoro – dati, programmazione, web design – avviene esclusivamente online.

Infine, è utile distinguere tra piattaforme che facilitano l’accesso ad un lavoro a bassa-media specializzazione (ListMinut, TaskRabbit, Uber) e quello mirato ad attività ad alta specializzazione (UpWork, 99Design, CoContest, TakeLessons).

In generale, l’importanza che questa nuova economia riveste nelle nostre vite è ormai evidente e ciò si ripercuote sul volume d’incassi delle varie aziende. Il servizio di Uber è cresciuto in un quinquennio da una compagnia locale ad una corporation globale con una valutazione di mercato che supera i 60 miliardi di dollari. Perfino le compagnie tradizionali hanno cominciato ad investire massicciamente, una volta accortisi del rischio a cui veniva sottoposto il loro modello di business. Ad esempio FedEx, colosso delle spedizioni, ha acquistato DoorDash, mentre car2go è finita in mano alla Daimler. Nel 2015 un rapporto Pricewaterhouse Coopers ha previsto una crescita del cosiddetta “sharing economy” dagli allora 15 miliardi di dollari a 335 miliardi nel 2035. Sebbene nell’ambigua definizione di “sharing economy” non rientrino tutte le piattaforme online, l’idea che si parli di un settore in vasta crescita è ampiamente condivisa sia negli Stati Uniti che nell’Unione Europea.

Proprio l’Europa mostra, tuttavia, come la crescita non sia distribuita in tutto il continente in modo omogeneo. Secondo un sondaggio Eurobarometro del 2016, queste compagnie sono maggiormente conosciute in Francia, Croazia ed Estonia (specialmente tra i giovani urbanizzati), mentre passano abbastanza inosservate a Cipro, Malta e – sorpresa – nel Regno Unito. Inoltre, è interessante notare come risulterebbero essere presenti sulle piattaforme più lavoratori che consumatori, suggerendoci che questi ultimi siano soprattutto compagnie e non individui privati.

Nondimeno, emergono dubbi sull’effettiva consistenza e frequenza del lavoro attraverso questi servizi. Gli studi della Commissione Europea e di Eurobarometro dimostrano come i lavoratori raramente ottengano più di uno o due lavori da un’app prima di uscirne e magari guardare alla concorrenza o non legarsi più a qualsivoglia piattaforma. Nel 2016 soltanto il 15% dei lavoratori restava iscritto in pianta stabile, mentre il 28% semplicemente si ritirava.

Uno studio condotto da Joyce & Huws in Germania, Olanda, Svezia e Regno Unito mostra come il 12% degli individui tra i 16 e i 70 anni abbia lavorato su una piattaforma di crowdsourcing – una sottocategoria di piattaforme di esternalizzazione aziendale. Questo tipo di lavoro, rappresenta solo una tantum per gli utenti. La maggior parte dei lavoratori non solo lavora con poca frequenza, ma svolge incarichi a uno stipendio abbastanza basso da non permettere che sia la loro sola fonte di guadagno.

Una tale varietà di piattaforme necessariamente implica un’altrettanta vasta quantità di effetti sul mercato del lavoro. Anzitutto, le piattaforme possono agevolare la riorganizzazione delle attività che tradizionalmente caratterizzavano i rapporti d’impiego nel lavoro autonomo. Si tratta, forse, dell’impatto più radicale dal momento che la trasformazione è arrivata grazie a colossi come Uber e la piattaforma belga per interior designer, CoContest.

Inoltre, queste possono facilitare la fornitura remota dei servizi, favorendo potenzialmente la delocalizzazione dai mercati del lavoro locali. Buoni esempi possono essere la stessa CoContest o MTurk, che mettono in contatto lavoratori e clienti in tutto il mondo. Secondo Pricewaterhouse Coopers i servizi locali di trasporti, ristorazione, ospitalità e intrattenimento rappresentano gli ambiti dove la “sharing economy” sarebbe maggiormente destinata a crescere, riducendo il rischio di una totale delocalizzazione del lavoro autonomo.

A riguardo, vale la pena osservare la differenza fra due grandi aziende di successo: Uber e Upwork. Uber è l’esempio più calzante di piattaforma già organizzata sulla base del lavoro autonomo, ma agente a livello locale (l’autista di Uber probabilmente vivrà nella città in cui opera); Upwork, invece, delocalizza lavori che sarebbero stati eseguiti da manodopera locale con rapporti d’impiego tradizionali, in favore di lavoratori autonomi in località a basso costo.

Un altro effetto importante e problematico è l’abbassamento delle barriere d’entrata nel lavoro autonomo a causa della competizione che le piattaforme pongono la resto del mercato, opprimendo salari e condizioni di lavoro. E’ il caso di Uber, che ha messo l’intera categoria dei tassisti in competizione con studenti o privati cittadini che attraverso l’app cercano di arrotondare lo stipendio, quando non vedono sempre più in questi “lavoretti” l’unica fonte d’entrate. Quest’abbassamento delle barriere contribuisce anche al progressivo sgretolamento del confine fra l’ambiente domestico e quello lavorativo con gravi effetti sulla salute e la sicurezza dei lavoratori.

Anche i meccanismi di reputazione adottati dalle piattaforme contribuiscono al mercificazione del mondo del lavoro. I rituali detti “begging and bragging” (letteralmente supplicare e vantarsi) sono stati ormai sdoganati dal settore accademico, al giornalismo freelance e al mondo dell’arte, divenendo un elemento caratterizzante anche nella “platform economy”.

Infine, le piattaforme possono facilitare una maggiore suddivisione delle attività lavorative in una serie di compiti individuali, che si differenziano tra quelli che richiedono un lavoro creativo ed alta specializzazione e quelli manuali. Mentre i primi richiedono alti standard d’impiego in termini di salario e benefit, i secondi risultano costantemente minacciati dalle attività di delocalizzazione e progressiva automazione.

Così, le piattaforme possono contribuire ad un’ulteriore precarizzazione del lavoro, un elemento che sta portando diversi studiosi ad abbinare gli effetti di questa nuova economia alla precarietà degli impieghi. Ad esempio, l’uso del termine “partners” o “collaboratori” al posto di “lavoratori” in aziende come Uber è un segno standard che caratterizza un falso lavoro autonomo, assai precario, spesso stigmatizzato ed avvilente, in un rapporto che non è più di lavoro, bensì di mercificazione o di interazioni “peer-to-peer” (proposte da Sundararajan), privo delle rigidità – nei doveri, ma pure nei diritti – del precedente capitalismo.