Podemos e l’Italia: perché “No se puede!”

Ad elezioni concluse possiamo dire che la forza guidata da Pablo Iglesias abbia raggiunto un risultato notevole, confermando le grandi aspettative che molti in Spagna e in Europa riponevano in questa nuova formazione. In meno di due anni dalla fondazione del partito sono riusciti a superare il 20% alle elezioni politiche, confermandosi come terza forza del paese, subito dietro i due partiti storici, in piena caduta di consensi.

Perché in Italia non è emersa una forza come Podemos

Molti in Italia hanno applaudito a questo successo, inserendolo in un percorso che (dopo Grecia e Portogallo) potrebbe rilanciare la sinistra anche da noi. Tuttavia ci sono evidenti motivi politici e sociali che hanno reso impossibile in Italia l’affermazione di una “forza anti-sistema” con i caratteri di Podemos.

L’impresa di Podemos in Spagna si inserisce nella spinta di opinione pubblica innescata a partire dal 2011 dal periodo di intensi movimenti sociali degli indignados. In Italia non abbiamo avuto nulla di paragonabile in anni recenti, fatta eccezione per le mobilitazioni nei referendum del 2010 e per le vittorie di coalizioni che hanno tentato di rilanciare il centrosinistra in alcuni grandi comuni (Milano, Genova, Cagliari, Roma, Napoli).

Il grande ciclo politico della sinistra radicale, seguito alla caduta del Pci, è coinciso con la parabola di Rifondazione Comunista a partire dalla metà degli anni novanta, come sostiene David Broder, ma si è esaurito nel 2007-08.

Da un lato dunque in anni recenti è mancata una conflittualità sociale di quelle dimensioni, e dall’altro non sono emersi partiti in grado di associare le battaglie esistenti in società. Le liste che si contendono l’egemonia a sinistra, nate da un susseguirsi di scissioni da Rifondazione, non sono riuscite ad elaborare un progetto di società e una strategia d’azione comune. Così, l’inizio della crisi finanziaria nel 2008 è corrisposto ad un forte riflusso di consensi e di identificazione degli sfruttati verso le forze che nel decennio precedente avevano rappresentato la sinistra.

Il grosso del rancore sociale degli strati più poveri, che non si riconosce in Renzi, è stato attratto dal “Prima gli italiani” di Salvini o dal “Il paese agli onesti” dei cinque stelle; due narrazioni regressive che rimuovono il tema centrale dello sfruttamento e di una la giustizia sociale redistributiva a livello sovranazionale, insistendo su “comunità immaginate” che non hanno alcuna attinenza con il percorso storico dell’integrazione europea.

Quante (e quali) stelle servono per tornare a combattere

Posto che in Italia non ci sono le condizioni per aspettarci risultati simili alla Spagna per una forza di sinistra, la vera domanda resta se per ripartire sia necessario o meno seguire la strada verticista e qualunquista interpretata dal Movimento Cinque Stelle.

Sicuramente il raggiungimento dei notevoli risultati elettorali è seguito anche alla creazione di una straordinaria macchina comunicativa (il blog), dall’individuazione di parole chiave (onestà, corruzione) inserite in un’ampia narrazione che fosse attrattiva per un ampia fetta di elettorato (cittadini contro la casta), caratterizzato semplicemente dal diffuso risentimento verso la politica. Questo però ha richiesto una centralizzazione dell’organizzazione partitica (staff di Grillo e Casaleggio), a netto svantaggio del ruolo locale dei circoli e in generale della richiesta di nuova democrazia – la questione di fondo da cui le proteste sociali erano partite – e una netta moderazione del programma per ottenere un successo più ampio nel minor tempo possibile. Non a caso i parlamentari più importanti sono quelli che si sono dimostrati più fedeli al leader e migliori comunicatori in tv.

Questa strategia egemonica, fortemente istituzionale, può essere molto efficace in termini di consenso e di sostituzione dell’elite delegittimata, ma rischia di sacrificare componenti di esperienza democratica e di rinnovamento sociale, fondamentali se si vuole ricreare quella consapevolezza sociale e politica andata perduta.

In un momento del genere, la nuova sinistra non deve preoccuparsi solo dell’affermazione elettorale immediata, ma ritrovarsi e confrontarsi. Intrecciare le lotte sociali esistenti e costruire un soggetto nuovo, plurale ma coordinato, che parli un linguaggio nuovo, veramente attinente con la realtà del lavoro e della società.

L’opera contro-egemonica fondamentale di risocializzare il tessuto connettivo inaridito dal neoliberalismo è un progetto di lungo termine, che si affronta passo dopo passo. A individualismo e precarizzazione della vita bisogna rispondere con pratiche di nuova socialità, di solidarietà e di lotta.

@nickcooka

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