Qualche riflessione sul congresso laburista per i compagni italiani

Qualche compagno mi ha chiesto cosa sia successo al congresso laburista a Liverpool (e mi sono arrabbiato nel vedere le numerose inesattezze pubblicate sulla stampa italiana), quindi vi propongo un paio di considerazioni mie.

di David Broder*

L’ultima volta che avevo partecipato al congresso risale al lontano 2007 (pensate che all’epoca c’erano ancora dei comunisti a Montecitorio). Per dare un’idea del contesto cambiato, in quell’epoca lavoravo per la campagna di John McDonnell per diventare il segretario, e non si è neanche riuscito a candidarsi perché ci mancava quasi ogni sostegno tra i deputati laburisti, mentre adesso è il cancelliere ombra.

In generale si vede una trasformazione molto profonda nel profilo del partito, anche in termini sociologici. Sebbene nel 2015 più di trecento mila persone si sono iscritti proprio per votare Corbyn, è stato più lento e molecolare il lavoro, cercando di sostituire la vecchia guardia del partito nelle sue strutture nazionali e nelle sezioni locali (CLPs). Ma la svolta eclatante che vediamo adesso risiede proprio nel fatto che tanti giovani si impegnano anche nelle vecchie strutture.
Questa svolta era anche espressa nel convegno The World Transformed (Il mondo trasformato), organizzato da Momentum. Si dice che qualche migliaia di persone abbiano partecipato, ho visto moltissimi (ok, loro sono la maggioranza) più giovane di me. I migliori meeting hanno espresso una fiducia molto forte – tipica di questi giovani ma più difficile per i trentenni – nella possibilità di creare una cultura egemonica e di far eleggere un governo Corbyn entro pochi mesi.

Ho trent’anni, e per me è incredibile vedere questa mobilitazione dei giovani e questa trasformazione nel paese dove la socialdemocrazia (anzi, il laburismo) è sempre stata tra le più destrorse in Europa. Molti compagni che cinque o dieci anni fa erano degli anarchici o libertari, ormai vogliano partecipare a quello che sta succedendo nel partito laburista; sia quelli che hanno cambiato le loro posizioni (tra i quali figuro anche io) sia quelli che vogliano legare l’azione del partito ad altre campagne.

I movimenti sociali ed il partito non sono contrapposti; anzi, in un contesto di mobilitazione sociale assai bassa, il cambiamento “dall’alto” sta alimentando i nuovi movimenti di base.

Ovviamente, non dico questo per suggerire che abbiamo già vinto o che la prospettiva del partito sia lineare. L’egemonia della direzione corbynista è più debole tra i deputati stessi – forse un quinto o un quarto è davvero allineato al progetto di Corbyn ma c’è una fascia molto più grande di sinistra soft, di opportunisti o di chi segue la forza dominante di turno. La destra scissionista del partito rimane molto isolata (se dovessero creare un nuovo partito domani non avrebbero più di dieci parlamentari) e senza prospettive politiche chiare.

Al congresso si è votata una mozione per rendere più facile la deselection, cioè i provvedimenti per sostituire un deputato in carica. La maggioranza delle circoscrizioni laburiste sono degli safe seats, vuol dire che il deputato non corre il rischio di perdere con gli altri partiti, quindi la sola minaccia viene dall’interno del partito. Se prima era necessario un voto maggioritario per assicurare che il deputato non si candidasse di nuovo, le nuove regole prevedono che il 33 per cento degli iscritti/delle organizzazioni affiliate al partito in ciascuno circoscrizione possono forzare un voto, anche con altri candidati.

Il dibattito più importante concerneva la Brexit. In generale la posizione della direzione corbynista è quella di lasciare il governo conservatore a prenderesi la responsabilità per il disastro che si consuma, insistendo sulla difesa dei lavoratori e sulla necessità di evitare l’instabilità di un eventuale Brexit “no deal” (cioè un’uscita non abbinata con un nuovo accordo con l’Ue). Non volendo esplodere le contraddizioni che esistono dentro il partito, la mozione votata dal congresso (il risultato da una sintesi – il famoso compositing) tra le molte mozioni sul tema, non impegna la direzione a rivendicare un secondo referendum ma lascia aperta ogni ipotesi. Secondo me, sebbene si può avere moltissimi dubbi sul Brexit, sarebbe un disastro votare di nuovo e di posizionare il partito contro il voto del 2016.

Dal punto di vista italiano è quasi impossibile immaginare un congresso del genere (o anche un convegno come The World Transformed). Sembra che qui rimaniamo condannati alla posizione di una resistenza difensiva, o – peggio – di minoritarismo, in un clima contrassegnata dalle vittorie delle destre, i bagni di folla per Salvini e la sconfitta di ogni speranza di cambiamento progressivo. Ma sebbene non si potrebbe mai semplicemente imitare l’esempio britannico (e Zingaretti, o Orlandi, non è mica Corbyn), ci sono due lezioni principali.

1. Il pessimismo culturale è il nostro nemico più grande. Cinque anni fa sarebbe stato im-poss-i-bi-le immaginare ciò che sta succedendo oggi nei Labour. Nel 2015 ho scritto io che Corbyn non poteva vincere. Il processo attuale dipende da reti e di organizzazioni che vengono da lontano, ma non abbiamo assistito alla culminazione di una lunga lotta per riformare il partito. Prima dell’elezione di Corbyn non era affatto evidente che il partito laburista potesse essere trasformato. Dopo il voto Leave nel 2016 avrei detto che il Regno Unito stava di fronte ad un periodo di reazione terribile. Ma adesso si vede un quadro molto più complesso e anche la possibilità di cambiare i termini del dibattito. La campagna anti-migranti non è semplicemente più forte adesso che negli anni prima del voto.

2) Il radicalismo ereditato dei decenni passati comporta il rischio di diventare una nuova forma di conformismo. Bisogna sempre creare nuove espressioni di contro-egemonia e dare largo ai giovani. Da trentenne, che ha militato nei ranghi dei movimenti sin dal 2004, sono sicuro che sulla base di questa esperienza c’ho qualcosa di interessante da dire ai ventenni che cambiano il partito più grande della sinistra europea? Non sarei sicuro. Forse anche i nostri sessantottini devono chiedersi se abbiamo ancora bisogno di basarsi sulle loro cosiddette lezioni risalenti al mondo di cinquant’anni fa.

Durante il congresso si è rilanciata Tribune (www.tribunemag.co.uk), la storica rivista della sinistra del partito. Nel primo numero (della n.s.) si vede l’espressione di un movimento forte, la voglia di creare una nuova egemonia, la proliferazione di giovani militanti che portano una nuova cultura liberata dal minoritarismo e dalle sconfitte degli anni 90 o ’00. Non reggono più le dottrine del “There is no alternative” o del “Change the world without taking power” (Cambiare il mondo senza prendere il potere) ereditate da Thatcher.

Nonostante tutto, nonostante i suoi equivoci e sue debolezze, la trasformazione del partito laburista ci segnala il bisogno di superare vecchi schemi e di pensare a come creare un soggetto egemonico. Bisogna fare qualcosa di analogo su questa maledetta penisola.

 

*Il contributo è stato pubblicato originariamente sul profilo Facebook dell’autore, che ci ha gentilmente concesso la pubblicazione