“La sinistra radicale in Europa”, un libro per tracciarne bilanci e prospettive

Il politologo Marco Damiani, nel suo ultimo lavoro “La Sinistra radicale in Europa” (Donzelli Editore, 2016) indaga e approfondisce la storia, i valori, e le dinamiche dei partiti della cosiddetta “sinistra radicale” dei principali paesi europei all’indomani della caduta del Muro di Berlino. E lo fa in una prospettiva comparata, prendendo in considerazione i casi di Spagna, Italia, Germania e Francia.

sinistra-radicale-in-europaCon la fine della Guerra Fredda ed il crollo del blocco sovietico i partiti comunisti dell’Europa occidentale hanno avviato un vasto processo di riorganizzazione delle loro strutture, essendo venuto a mancare quello che per molti di loro era il modello politico di riferimento, l’Unione sovietica. Tutto questo ha dato luogo ad un profondo mutamento genetico: delle loro idee, dei loro valori e anche della loro mission.

Partendo da questo presupposto, e utilizzando diverse fonti (programmi elettorali, interviste a leader politici, atti di congressi, statuti approvati da organi nazionali e locali), Damiani nella sua opera tenta di rispondere a tre domande: come si sono riorganizzati i partiti della sinistra radicale europea? Che spazio di manovra hanno? Ed è possibile una convergenza della sinistra radicale con quella riformista?

Innanzitutto dobbiamo chiarire una cosa: cosa si intende, secondo Damiani, per sinistra radicale, altrimenti chiamata anche new left? Per il politologo, il vasto processo di rinnovamento che ha investito i partiti marxisti dei quattro paesi presi in esame dopo l’89, ha portato alla nascita di tre diversi tipi di sinistre: riformista, radicale ed estrema. Mentre le formazioni di estrema sinistra rifiutano categoricamente le regole del gioco democratico, prefigurando l’opzione rivoluzionaria come unica via per abbattere il capitalismo e trasformare lo stato di cose presenti, i partiti della new left sono partiti anti-establishment, che si oppongono fermamente alle politiche economiche neoliberiste e allo stato di cose presenti, ma non sono partiti anti-sistema; accettano la forma e le regole dello stato democratico e puntano a ridisegnare i rapporti di forza al suo interno, dimostrandosi interessati alla costruzione di un nuovo sistema sociale e politico, ad una democrazia radicale. E si caratterizzano per riunire al loro interno diverse componenti politiche – non solo di stampo marxista, a differenza dell’estrema sinistra – provenienti da ambienti e percorsi diversi: ecologisti, ambientalisti, pacifisti, femministi, animalisti e gender culture. In questo modo possono essere più appetibili a livello elettorale ed ampliare la loro base, senza rinchiudersi nel recinto dell’ortodossia.

E quali sono nello specifico le formazioni prese in esame nel testo in base ai criteri sopra elencati? Damiani nel suo studio individua Rifondazione Comunista per l’Italia, Izquierda Unida e Podemos per la Spagna, il Parti Communiste Francaise (poi Front de Gauche sul piano elettorale) per la Francia e il Pds-Die Linke per la Germania.

L’analisi è interessante, perché il libro affronta diverse questioni, oltre alla storia delle diverse formazioni politiche prese in esame: la loro struttura partitica, il loro andamento elettorale nel tempo, il rapporto con i partiti socialisti, la loro visione di Europa. E si spinge anche ad analizzare quelle che sono le formazioni sovranazionali europee della new left presenti al Parlamento di Strasburgo, che radunano le diverse formazioni nazionali al loro interno (Gue-Ngl come gruppo parlamentare ed European Left come partito europeo). Damiani si dimostra capace di coglierne gli aspetti più rilevanti, arrivando ad identificare molti punti di contatto all’interno della famiglia progressista radicale europea, ma anche diverse, e non trascurabili differenze (l’euroscetticismo di alcuni partiti e l’europeismo di altri, la struttura “liquida” e movimentista di Podemos e quella rigida e organizzata degli altri partiti, la propensione a governare in coalizione con i socialisti rispetto alla scelta di presentarsi come partito di alternativa, ecc…).

La strada intrapresa dalle formazioni della new left europea, sopravvissute al secolo breve e poi riorganizzatesi negli ultimi vent’anni, è difficile ed in salita, dice Damiani. Anche se, ricorda, recentemente alcune di queste formazioni hanno saputo ben interpretare le richieste e la volontà dei cittadini, come nel caso di Podemos, che dopo pochi anni dalla sua nascita è stata in grado di scardinare il tradizionale bipartitismo spagnolo PP-Psoe, non riuscendo però ad uscire vincitrice dalle ultime due competizioni elettorali – ma ottenendo comunque un ottimo risultato. O addirittura di Syriza, che per ben due volte, nel 2015, è riuscita a vincere le elezioni politiche greche e ad eleggere come primo Alexis Tsypras, che, tra mille problemi, è costretto a ritrattare con la Troika il proprio programma elettorale in un accordo continuamente al ribasso.

Damiani conclude dicendo che una delle difficoltà della sinistra deriva dalla dispersione della base elettorale di riferimento, il “mondo operaio” o “mondo del lavoro”. Bisogna partire da ciò, secondo l’autore, per avviare un processo di riorganizzazione socio-politico e organizzativo della sinistra radicale del vecchio continente.

@pellini_giacomo

Leave a Reply