Referendum costituzionale in Turchia: per Erdogan una ‘non vittoria’

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Passa con il 51,3% il referendum costituzionale che trasformerà la Turchia in una Repubblica presidenziale. La riforma introduce super-poteri per il presidente Erdogan, che sarà detentore unico del potere esecutivo con facoltà di sciogliere il Parlamento, nominare i ministri ed emettere decreti e leggi; inoltre, potrà nominare giudici e avrà il controllo delle forze armate. 

La carica sarà rinnovabile per due mandati e sarà compatibile con quella di segretario di partito. La riforma diventerà operativa a partire dal 3 novembre 2019, per permettere al Parlamento di fare le necessarie modifiche legislative, ma non è escluso che il Parlamento stesso decida di indire consultazioni anticipate.

Per Erdogan una non-vittoria

La riforma costituzionale è passata, ma è difficile definire questa come una vittoria netta per il presidente RecepTayyip Erdoğan e per il suo partito. Il 51,3% di consenso per il sì rasenta la sconfitta, considerando che il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) e il Partito del Movimento nazionalista (Mhp), che insieme sostenevano la riforma, nelle scorse elezioni politiche del novembre 2015 raggiungevano insieme più del 60% dell’elettorato.

Inoltre, la campagna elettorale è stata completamente sbilanciata a favore della riforma. I due co-leader del partito filo kurdo Hdp, fervente oppositore della riforma presidenziale, sono ancora in carcere, accusati di favoreggiamento all’attività terroristica del Pkk.

Anche il Chp ha avuto forti difficoltà a condurre la sua campagna per il no, mentre il fronte del si ha potuto contare sul controllo totale dei mezzi di informazione e di stampa. Per mesi, televisioni e giornali hanno passato il messaggio del referendum come una riforma che avrebbe portato stabilità nel Paese ed aiutato il governo a sconfiggere la minaccia terroristica. Insomma, Erdoğan e l’Akp avevano il coltello dalla parte del manico, ma non sono comunque riusciti ad aggiudicarsi una schiacciante vittoria.

Il no ha vinto nelle grandi città

Erdoğan raggiunge la vittoria nel momento in cui il suo popolo gli volta le spalle. Questo è ancora più ovvio se si analizza la distribuzione del voto e in particolare il fatto che il no ha vinto ad Istanbul, dove la carriera politica di Erdoğan era iniziata, e anche ad Ankara e Smirne. Tre città che non solo sono le maggiori metropoli del Paese, ma sono anche ideologicamente tra loro molto diverse: Ankara più conservatrice; Smirne più progressista e storicamente roccaforte del partito kemalista Chp; Istanbul, moderna e cosmopolita.

Nonostante il basso margine, Erdoğan prende per buono il risultato del referendum, ma il suo disappunto è evidente nella conferenza durante la quale ha annunciato la “vittoria” della sua riforma. Di certo il referendum ha ulteriormente spaccato il Paese e distrutto la coesione sociale: Erdoğan userà la mano dura per imporre questa vittoria.
Brogli e schede contestate

Già durante lo spoglio, sono scoppiate le prime polemiche per scorrettezze durante il voto. La decisione della Commissione elettorale di accettare schede non validate, in contrasto con una norma elettorale approvata nel 2010, ha scatenato la reazione dei maggiori partiti di opposizione.

Sarebbero circa 1.5 milioni le schede non stampigliate conteggiate nel computo totale: un numero rilevante se consideriamo che la differenza tra il sì e il no è stata di meno di 1,3 milioni di elettori. Le opposizioni contestano l’andamento del voto in almeno il 60% dei seggi. Inoltre, decine di video sui social network testimoniano brogli e pressioni nei seggi.

Anche il rapporto preliminare degli osservatori Osce ha confermato che il referendum si è svolto in un contesto politico polarizzato, nel quale le due parti non hanno avuto eguali opportunità durante la campagna. Commentando la decisione della Commissione elettorale turca di validare le schede non timbrate, l’Osce ha affermato che questo ha minato le garanzie contro le frodi.

Un futuro incerto

La nuova riforma avrebbe dovuto consegnare ai turchi un Paese più stabile (nelle dichiarate intenzioni di chi l’ha proposta). Ma l’obiettivo non è stato di certo raggiunto. Oltre alla già citata polarizzazione e divisione della società con cui il governo dovrà fare i conti, resta un’incredibile incertezza sulle sorti del Paese da oggi al giorno in cui la riforma verrà realmente attuata.

Sul piano internazionale, il referendum rischia di minare le già precarie relazioni tra la Turchia e l’Unione europea. Oltre alla decisione dell’Osce di bocciare il risultato elettorale, il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz ha già chiesto di interrompere le trattative per l’ingresso di Ankara nell’Ue. Più attendiste le posizioni della Germania e di Bruxelles, che chiedono al governo turco di impegnarsi in un dialogo rispettoso di tutte le parti civili.

Preoccupa, inoltre, la decisioni del presidente turco di accennare alla reintroduzione della pena di morte proprio nel discorso in cui ha confermato ai suoi sostenitori i risultati del referendum: se Erdoğan decidesse di proseguire veramente per questa strada, nessuna posizione attendista reggerebbe.

Bianca Benvenuti – AffarInternazionali

Fonte originale: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3908

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