Referendum costituzionale, la Turchia sull’orlo del baratro

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Alla vigilia del voto che determinerà la sorte della democrazia turca, previsioni e sondaggi non riescono a dipanare i dubbi, mentre in molti temono brogli elettorali.

La domenica di Pasqua la Turchia è chiamata al voto per la consultazione che deve decidere se mantenere una repubblica parlamentare o diventare una repubblica presidenziale.

Secondo gli ultimi sondaggi, il sì sarebbe leggermente avanti: 51,5%, contro il 48,5% di preferenze per il no. Secondo il centro sondaggi che ha prodotto questa previsione, le preferenze si sarebbero spostate verso il sì principalmente grazie all’uso di simboli religiosi e alla crisi diplomatica con i Paesi Bassi e la Germania. Dovremmo, però, tenere a mente che è difficile affidarsi ai sondaggi sui referendum negli ultimi tempi; in più, la tradizione sondaggista turca non è storicamente affidabile.

Di certo non è stata una campagna elettorale equa. Il fronte del sì ha potuto contare sul controllo totale dei mezzi di comunicazione e sullo stato di emergenza, in vigore dal tentato colpo di stato del luglio 2016. Per non parlare delle purghe consumatesi negli ultimi 9 mesi, proprio a seguito del tentato golpe. Più di 97 mila persone in carcere, 231 giornalisti arrestati e 149 organi di stampa chiusi: sono questi i numeri della campagna elettorale del AKP. Si, perché sostanzialmente le purghe e la campagna per il si sono andate di pari passo e l’una è stata sostentamento dell’altra. Il governo ha in poco tempo puntato il dito contro i sostenitori del no, indicandoli come terroristi, parte di una cospirazione che vuole una Turchia debole, divisa e schiava. Così nel fronte dei “terroristi” sono finiti non solo i Gulenisti (e cioè i membri dell’organizzazione che secondo l’AKP ha tentato di rovesciare il governo), ma anche i membri del Partito Popolare Repubblicano (CHP), secondo partito del paese e maggiore partito di opposizione, e ovviamente, i membri del Partito Democratico dei Popoli (HDP).

L’HDP, unica reale alternativa di sinistra nel paese, è stato il primo partito filo kurdo a superare la soglia di sbarramento al 10%, con una campagna elettorale incentrata proprio sull‘opposizione al programma di Erdoğan di realizzare il sogno presidenzialista. Neanche a dirlo, l’HDP ha subito perdite pesanti, con centinaia di membri e attivisti arrestati e i suoi sue co-leader, Selahattin Demirtaş e  Figen Yüksekdağ, in carcere.

Così il golpe, le purghe e lo stato d’emergenza, hanno giocato un ruolo da protagonisti nella campagna elettorale del governo, che mira a realizzare il sogno politico dell’attuale Presidente. In effetti, la proposta di riforma costituzionale è la cima nella scalata politica di Erdoğan, una proposta che ha il sentore di riforma ad personam più che di un tentativo di dare maggiore stabilità al Paese. Se il referendum passasse, i poteri del presidente della Repubblica verrebbero notevolmente ampliati. La carica sarà, inoltre, rinnovabile per due mandati, di cinque anni l’uno; inoltre, al nuovo presidente sarà consentito di dichiarare lo stato d’emergenza, sciogliere le Camere, nominare ministri e funzionari del governo. Secondo il nuovo assetto costituzionale, il presidente potrà mantenere il legame con un partito politico: una clausola essenziale per Erdoğan, che potrebbe così riassumere la guida dell’Akp, abbandonata dopo la sua elezione a presidente della Repubblica nel 2014.

Il partito di governo sostiene che la proposta darà al Paese un leader forte che potrà riportare stabilità in una Turchia martoriata da attacchi terroristici e da una guerra civile nel sud-est. Erdoğan si confermerebbe così uomo forte della Turchia, istituzionalizzando quello strapotere che ha costruito negli ultimi dieci anni.

Difficile fare pronostici di quello che succederà domenica 16 aprile, una data che rimarrà di certo nei libri di scuola della Turchia. Da lunedì potremmo raccontare la storia di un paese una volta moderno e democratico, che ha deciso di trasformarsi in una dittatura per costituzione. D’altra parte, se vincesse il no si aprirebbero scenari altrettanto preoccupanti. I sondaggi ci mostrano una Turchia divisa che, a prescindere dal risultato, dovrà fare i conti con una grave polarizzazione socio-politica.

Se vincerà il sì, il nuovo Presidente cercherà di appianare queste divisioni a suon di censura e arresti, strumenti già rodati negli ultimi mesi. Se vincerà il no, in molti festeggeranno, ma d’altra parte la Turchia aprirà la porta a nuovi conflitti e maggiore instabilità. In entrambi i casi, la Turchia è sull’orlo di un baratro ed è Recep Tayipp Erdoğan, l’uomo con cui l’Europa ha concluso l’accordo sui migranti, ad avercela portata.

Bianca Benvenuti

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