Riflessione a freddo sulle 100.000 persone della Perugia-Assisi

La partecipazione in massa a questa manifestazione, nonostante una pioggia annunciata, è stata una evidente risposta delle culture politiche democratiche di questo paese alla barbarie che si sta affermando al governo, dal sequestro della nave Diciotti all’arresto di Mimmo Lucano, passando per il decreto sicurezza.

di Nicola Cucchi

Questi primi mesi di governo hanno fatto percepire chiaramente a una vasta fetta di popolazione un senso di minaccia. La trazione leghista dell’esecutivo si è caratterizzata da subito per i toni violenti verso le minoranze di marginali – migranti, tossicodipendenti, zingari. Il ministro dell’interno continua a utilizzare stigmatizzazioni già sedimentate, trasformandole in programmi di esclusione: gli italiani per stare meglio devono escludere i devianti.

Nelle prime settimane ci si stupiva dei toni eccessivamente duri. Ci si domandava “come può un ministro esprimersi in quel modo?” In realtà moderare i toni, dopo la vittoria, sarebbe come tradire un elettorato frustrato, che lo vuole duro e inflessibile nella sua crudeltà. E il balzo nei sondaggi da quando è al governo ci dà la misura di quanto questa Lega sia diventata interprete privilegiata di questa sete di repressione.

Rispetto a questi sentimenti, la marcia della pace sembra una boccata d’aria fresca, e sarebbe un errore interpretare questo movimento in chiave “quietista”. È invece una risposta che si pone a tutti gli effetti su più livelli di lotta, raccogliendo una miriade di soggetti diversi in un percorso comune.

La marcia è stata una risposta fisica all’inerzia quotidiana: anche di fronte alla pioggia si è deciso di partire, accettando di condividere il tragitto con gruppi con cui di solito non si comunica, in un’Italia sempre più frammentata, insicura e ripiegata sul .

La marcia è stata una chiara risposta sociale alle guerre tra poveri che vediamo sorgere sotto i nostri occhi, ed è stata una gigantesca risposta culturale a chi attiva ogni giorno scontri di civiltà.

Mi domando: perché non è stata una risposta politica? Un’esperienza del genere può essere in grado di attivare un percorso politico?

Molti diranno che non è possibile tenere insieme culture così diversev come quelle presenti alla manifestazione. Io credo che su grandi temi di questa nuova epoca globale si possono e si devono trovare terreni comuni. Per costruire una visione all’altezza dei nuovi problemi bisogna prendersi il tempo di dare continuità all’esperienze di ibridazione all’interno di campi conflittuali comuni – beni comuni, ambiente, redistribuzione, ecc. Chi non s’incammina, per una assurda difesa della propria identità storica, rischia di essere travolto (e di farci travolgere) da questa gigantesca ventata reazionaria.

La pace per cui ci mobilitiamo non esclude il conflitto, al contrario è il terreno in cui il conflitto sociale e culturale perde i caratteri violenti e reagisce collettivamente ad ogni forma di guerra imposta su basi etniche o nazionali. In un contesto di confronti tra forze imperiali, statuali o economiche che siano, è venuto il momento di rivendicare una presa di posizione quotidiana che esclude la violenza, senza per questo negare l’uso pubblico del corpo per difendersi, prendere posizione e combattere insieme per costruire una società decente.

Le parole di Carlin Petrini https://www.facebook.com/PerugiAssisi/videos/2187483278130625/