“Rilanciamo la democrazia europea!” arriva Talk Real

La crisi democratica di cui siamo tutti testimoni mostra due facce: da un lato un’Unione europea sempre più tecnocratica che impone le sue regole di austerità ricattando i membri più deboli e dall’altro i populismi in crescita in molti Stati che chiedono di chiudere i confini e tornare alla sovranità nazionale. In questo momento non esiste un progetto politico europeo per uscire uniti da questo blocco.

Sabato 20 febbraio si è tenuto all’interno di Cosmopolitica – inizio del percorso costituente di un nuovo soggetto della sinistra – un nuovo appuntamento di Talk Real, il dibattito politico itinerante organizzato da European Alternatives per discutere delle vie d’uscita da questa crisi e rilanciare le potenzialità democratiche dell’Europa. In questo caso gli invitati erano Luciana Castellina, Tommaso Visone, Valentina Orazzini, Tommaso Fattori e Lorenzo Zamponi, sollecitati dalle domande del conduttore e autore del programma Lorenzo Marsili, con la regia di Berardo Carboni.

In questa fase storica è ancora possibile un’inversione di tendenza nella costruzione di un’entità politica sovranazionale realmente democratica? C’è una terza via tra la condanna a subire la morsa delle politiche di austerity e il ritorno alla sovranità nazionale dura e pura?

Al centro dell’impasse del processo d’integrazione europea, e del blocco istituzionale nella riforma dei trattati, c’è la prevalenza a livello comunitario di una cultura economica neomanageriale del tutto antipolitica, a cui si sommano le tante scelte politiche miopi dei governi nazionali, proiettate esclusivamente a raccogliere consensi di breve termine. Vediamo ad esempio il recentissimo accordo dell’Ue con la Gran Bretagna, che precede il referendum convocato da Cameron che chiama i cittadini a votare sulla permanenza nelle istituzioni comunitarie.

Va premesso che l’Unione non è stata pensata per essere primariamente uno spazio democratico di costruzione di identità politiche europee, bensì come uno spazio economico, pensando che il commercio e quindi l’interdipendenza degli interessi fossero la migliore alternativa alla guerra. Questo originario deficit di politica è stato alimentato da una cultura economica che esclude il conflitto sociale democratico come sostanza della rappresentanza, e così allontana il governo dalla società, e aziendalizza le istituzioni, che tendono a perseguire logiche private.

Non a caso a livello statale non sono sorti partiti che abbiano realmente investito tempo ed energie nel superamento del vincolo nazionale come unica forma di appartenenza. E i parlamentari europei finiscono per tenere conto più della provenienza nazionale che del gruppo parlamentare di cui fanno parte.

Recentemente le tendenze centrifughe sono aumentate in seguito all’emersione di un autentico neoimperialismo interno, in cui paesi del Sud Europa come Spagna, Portogallo, Grecia e la stessa Italia sono stati vincolati dalle scelte della Troika e dagli Stati più potenti del nord Europa guidati dalla Germania.

 

class wars

 

In una situazione del genere i nazionalisti hanno avuto gioco facile ad ottenere consenso spingendo sulla riconquista della sovranità statale. Queste “forze della nostalgia” hanno inciso in modo estremamente efficace sul senso comune pur non essendo al governo, speculando sulla crisi economica hanno orientato la rabbia dei ceti impoveriti contro l’Euro e l’immigrazione. Non a caso in Danimarca si è arrivati a confiscare legalmente i beni ai richiedenti asilo politico, e in Svezia perfino a operazioni di vero squadrismo da parte di gruppi di estremisti contro bambini rifugiati nella stazione centrale di Stoccolma.

Per arrivare a raccogliere un consenso allargato e creare convergenze tra le lotte sociali esistenti, la sinistra deve riconquistare la capacità di parlare anche queste fasce sociali, facendo saltare la “guerra tra poveri”. La sfida deve essere coniugare libertà di movimento e solidarietà sociale, mettere in comunicazione ceti medi impoveriti e migranti in via di inserimento, e convincerli che si può fare una battaglia comune per una società più equa e plurale. Per far ciò bisogna prima di tutto lottare per introdurre standard minimi di democrazia come carattere essenziale dell’Unione altrimenti sarà impossibile arginare l’ascesa di partiti fascisti nell’Est Europa (dopo l’Ungheria, abbiamo la Polonia).

Insomma, le fasce impoverite del vecchio occidente hanno molto di più in comune con le working class di migranti che con i ceti più abbienti che li stanno sfruttando. Come sostiene Nancy Fraser in una recente intervista: “questo lavoro controegemonico deve sapersi inserire tra la rigidità dei meccanismi istituzionali e la frammentazione degli interessi sociali, per creare alleanze e ribaltare la narrazione che legittima le pratiche di sfruttamento.”

 

equity

 

L’unico possibile motore di trasformazione e di reale inversione di tendenza è la creazione di partiti federali capaci realmente di agire a più livelli, di politicizzare il conflitto interno alle istituzioni comunitarie, e di dialogare con i movimenti per esercitare quella pressione politica dall’esterno. Solo recuperando l’ambizione a trasformare il potere si potrà creare una vera arena pubblica europea in grado di reagire al depotenziamento degli Stati.

Non possiamo lasciarci sfuggire la sfida di ridefinire l’identità europea: dallo spazio dei grandi profitti, allo spazio di democrazia, dei diritti ed equità sociale. In questa direzione sembra andare il movimento lanciato da Yanis Varoufakis: Diem 2025.

L’autodeterminazione nazionale oggi è un’illusione, poiché non esistono più territori abitati da popolazioni omogenee, come ha recentemente sostenuto Z. Bauman, “ogni società è una collezione di diaspore”, che lascia ampio spazio a identità composite. Così come gli stati nazionali sono stati la fusione di territori e culture differenti, così oggi l’Europa può riformulare l’autodeterminazione ad un livello continentale, costruendo democrazia oltre i confini dello Stato.

Nicola Cucchi

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