Scontro nel governo sulla politica estera e primi accenni di opposizione

La giornata di ieri a Milano, con la visita del leader ungherese Orban a Milano, potrebbe rappresentare uno snodo importante nella storia di questa giovanissima legislatura.

di Adriano Manna

L’incontro in prefettura tra il ministro dell’Interno Matteo Salvini ed il capo del governo ungherese Viktor Orban, principale leader del blocco dei paesi Visegrad, rappresenta un salto di qualità nella strategia di egemonizzazione dell’azione del governo da parte della componente leghista.

Mai prima di ora si era visto un capo dell’esecutivo di un paese incontrare un suo non pari grado, in barba a qualsiasi prassi diplomatica consolidata tra Stati.

Mai in passato era accaduto che un ministro con competenze assai distanti dagli Esteri, organizzasse un incontro con un leader straniero in concomitanza con un altro incontro (questo ufficiale) tra il Primo ministro italiano e il pari grado di un paese europeo del medesimo blocco politico. Infatti, sempre ieri a Roma si è tenuto l’incontro tra il Primo ministro Giuseppe Conte e il premier della Repubblica Ceca Andrej Babis.

I toni dei due vertici, e la linea di governo sui principali temi europei ha evidenziato differenze sostanziali, che mettono il M5S e lo stesso Conte in una situazione a dir poco imbarazzante.

Mentre Salvini a Milano incassava la benedizione di Orban e sanciva la sintonia totale dell’Italia con i paesi di Visegrad sulla posizione dello stop totale ai flussi migratori (praticamente irrealizzabile, ma è solo propaganda) e la volontà di bloccare qualsiasi tentativo di riformare la Convenzione di Dublino, Conte chiariva all’omonimo ceco la volontà del suo governo di insistere sulla riforma di Dublino, al fine di rendere obbligatoria la redistribuzione dei richiedenti asilo che giungono sul continente con gli altri partner europei.

Una discrasia all’interno dell’esecutivo che non ha precedenti, una vera e propria provocazione nei confronti del Primo ministro Conte che è stato nei fatti sconfessato pubblicamente da Salvini, che con l’occasione ha occupato tutto lo spazio dei media nazionali, oscurando e anestetizzando la linea politica a cui sta lavorando da settimane “il garante del contratto di governo” con il Ministro degli Esteri Maovero Milanesi, in vista dei prossimi vertici europei.

Ma Salvini nell’incontro con Orban non ha solo dichiarato la contrarietà italiana ad ogni riforma di Dublino, ma ha anche sancito un patto in vista delle prossime elezioni europee del maggio 2019, impegnandosi nel rafforzamento dell’internazionale di estrema destra insieme a partiti come il Front National francese, mentre Orban e i suoi partner lavoreranno dentro i popolari europei per spostarli sempre più a destra e preparare così la grande alleanza post-elettorale tra popolari e nazionalisti, volta a tagliare completamente fuori dai giochi i socialdemocratici.

Ieri a Milano però si è vista anche un’opposizione di piazza, una volontà di reazione della sinistra diffusa nel paese, ormai sostanzialmente orfana al momento di una riconoscibile rappresentanza politica, che non vuole assistere inerme alla pericolosissime derive in atto nella maggioranza di governo.

Il sit-in di protesta organizzato da “Europa senza muri” e “sentinelli di Milano” ha visto la partecipazione di migliaia di persone (oltre 10.000 secondo gli organizzatori), trainate anche dall’adesione di ANPI, Cgil, Arci e partiti.

Probabilmente è azzardato affermare che ieri si è inaugurata una nuova stagione di opposizione politica e sociale al nuovo governo, ma si tratta senz’altro di un importante segnale di vita proveniente da settori dell’associazionismo, della base dei partiti e dai tradizionali corpi intermedi del mondo della sinistra.

Dinanzi all’opposizione sterile di un Partito democratico vittima di quello stesso disarmamento culturale e organizzativo di cui si è resa cosciente protagonista, al mutismo di Liberi e Uguali incapace di qualsiasi slancio rinnovatore, il popolo della sinistra si è spontaneamente trovato unito in piazza, seppur nelle sue numerose contraddizioni, a voler quanto meno manifestare una presa di coscienza della gravità del momento.