Senza memoria: la dimensione storica dei discorsi politici

Una riflessione di Nicola Cucchi pubblicata sull’ultimo numero della rivista mensile “Gli Stati Uniti d’Europa”: la necessità di porsi in una dimensione storica per ricominciare a produrre nuovo pensiero politico.

Lo stallo infinito: perché gli esempi storici non funzionano

Dopo il fallimento della costituzionalizzazione dell’Europa a inizio anni duemila, la crisi finanziaria del 2008 ha aperto lo spazio per l’affermazione di un “diritto europeo d’emergenza”, del tutto in deroga al diritto comunitario dei trattati, che prevede semplicemente la centralità dei capi di governo dei paesi più forti. Romano Prodi è lapidario sulle prospettive dello stallo in cui si trova, ormai da tempo, il continente: “La globalizzazione ci pone davanti a un’alternativa ben chiara: o costruiamo un’autentica autorità federale o le forze nazionali, che sono diventate del tutto dominanti rispetto alle istituzioni europee, ridurranno di nuovo l’Europa a pezzi.”

Per reagire a questo nuovo equilibrio, ribaltare la declinazione intergovernativa, e cambiare le politiche europee, l’unica via è coinvolgere l’opinione pubblica a livello statale in modo che questa possa mettere pressione sui rispettivi governi, e così imporre una visione diversa di Europa. In tal senso, in queste settimane siamo stati abituati a leggere vari riferimenti storici usati per convincere l’opinione pubblica europea delle forzature che stava compiendo la Germania. Tuttavia, nonostante il valore politico di questi esempi – in sé notevole oltre che legittimo – l’impressione è che non riescano a smuovere le “coscienze tiepide” dei cittadini, a causa del prevalere dell’apatia verso le istituzioni e di un’indifferenza verso i problemi, indotta da una visione ristretta della realtà.

Nonostante ciò, credo sia opportuno riprendere e fare appello a questo tipo di analisi, per tentate di ribaltare letture troppo schiacciate sul presente e troppo forzate su semplificazioni giornalistiche, capaci solo di diffondere i soliti stereotipi nazionali.

La cosa interessante, per chi ha passione per la storia, è che nei momenti di crisi come questo si trovano ad emergere problematiche e fratture, stratificate in tempi differenti. E, a ben vedere, solo le analisi radicate storicamente riescono a tenere conto delle dimensioni temporali di medio/lungo periodo, fondamentali nelle circostanze in cui vengono ridiscussi gli assetti di potere.

 

Le fratture storiche: le dimensioni stratificate della crisi greca

Il trattamento subito dalla Grecia durante la recente crisi finanziaria ha evidenziato in modo lampante la prepotenza con cui le istituzioni europee a guida tedesca vogliono imporre i dogmi di austerità inseriti nei trattati. Di fronte a questo disegno di Europa a trazione nordista ad essere messo in discussione è il ruolo degli Stati mediterranei nella futura Unione. In particolare, con uno sguardo di lunga durata, la risposta al referendum ha espresso anche un’ansia di capire quale sia storicamente il ruolo della Grecia in Europa.

Nel tentativo di porre lo Stato greco in prospettiva storica appaiono rilevanti due articoli usciti sulla stampa internazionale: “The Ottoman Empire and the History of Greek Debt: how Greece become European” di David A. Graham pubblicato dal The Atlantic, e “More than a referendum: Will Greece exit the West?” di Iason Athanasiadis, uscito su Aljazeera English. Entrambi si domandano se due secoli di controllo europeo siano stati sufficienti a costruire un’identità nazionale ben integrata nell’Europa occidentale.

Fino a inizio ottocento la Grecia era stata per almeno quattro secoli parte dell’impero ottomano e la sua identità culturale consisteva semplicemente nell’appartenere alla chiesa cristiana ortodossa. Durante il settecento, sulla spinta della cultura illuministica, venne elaborato in Europa occidentale un vero e proprio culto per la grecità classica, e fu la diffusione di questo “spirito filoellenistico”, a inizio Ottocento, a spingere la formazione di un movimento per l’indipendenza greca.

Così, negli anni Venti, nel più ampio contesto europeo di formazione degli Stati nazione, i greci riuscirono a raggiungere la liberazione dal giogo ottomano, formando una nazione fondata su quell’identità culturale classica, del tutto disancorata dal recente passato di quei territori.

La nuova entità ellenica, sempre insidiata dalla pressioni orientali, venne riconosciuta a livello internazionale nel 1832, e dovette accettare l’imposizione prima di un re tedesco e poi di una dinastia danese. Le potenze che agevolarono l’indipendenza non consentirono infatti lo sviluppo di uno stato nazione di pari livello, e, non a caso, il controllo britannico venne riaffermato quando i greci decisero di schierarsi con la Russia nella guerra di Crimea, arrivando a subire l’occupazione della marina inglese.

Sul piano economico la Grecia indipendente si caratterizzò per un ripetersi di default provocati dal ricorrente circolo vizioso di prestiti ingenti e cattiva gestione politica, caratterizzata da una difficoltà storiche a raccogliere le tasse sul territorio. L’evasione delle tasse era storicamente un modo per aggirare la pressione ottomana, e resistere all’autorità di Istanbul, vista sempre in modo negativo.

La sconfitta bellica subita all’inizio del ventesimo secolo dal fondatore della Turchia, Kemal Ataturk, impose alle popolazioni elleniche sparse per il mediterraneo di rifugiarsi nel nuovo stato greco. In un mondo sempre più caratterizzato da stati nazione, la cultura multietnica dell’ellenismo diffuso nel Mediterraneo venne dunque confinata in un territorio specifico e riformulata in una civiltà con una sola lingua e una sola religione, assecondando così la mentalità ristretta e provinciale del nazionalismo ottocentesco.

Entrata brutalmente nel novecento, dopo varie decadi di instabilità, la Grecia subì l’invasione dei nazisti durante la seconda guerra mondiale e venne liberata dalle autorità britanniche. A seguire, le esigenze di geopolitica del secondo dopoguerra imposero ai britannici di supportare i governi realisti di destra, contro la fazione comunista, i quali imposero una politica di occidentalizzazione forzata, tesa a cementare la Grecia nell’Europa della Nato.

Dopo la caduta dei colonnelli, l’ingresso nell’Unione Europea nel 1981 coincise con una imponente rivoluzione culturale che rese possibile anche un relativo miglioramento economico. Queste svolte, tuttavia, non impedirono un’ampia emigrazione verso territori più sviluppati, come Nordeuropa e Stati Uniti, lasciando il paese ai margini.

Riportare i limiti della Grecia alla sua appartenenza ottomana, alimentando i già diffusi stereotipi sui Balcani occidentali, è del tutto strumentale ad escludere il processo di colonizzazione europea da qualsiasi responsabilità verso l’attuale condizione ellenica. Al contrario la Grecia indipendente, trovandosi a svolgere il ruolo periferico di satellite delle potenze europee, ha avuto ben pochi margini di manovra politica, e si è trovata più volte ad essere capro espiatorio di processi molto più grandi di lei.

 

Conquistare il tempo per la riflessione storica

In un’epoca in cui l’imposizione narrativa del pensiero unico neoliberale vede come contraltare il prevalere della mentalità paranoica populista, le narrazioni che si affermano più agevolmente nel dibattito pubblico sono discorsi semplificati e monocausali, che non richiedono una vera memoria storica, una consapevolezza delle contraddizioni e delle fratture presenti nelle storie nazionali. E questa ignoranza rende impossibile porsi adeguatamente l’interrogativo sul futuro verso cui tendere, lasciando gli attori sospesi in un presente senza sbocchi. Viceversa, porsi in una dimensione storica è fondamentale per ricominciare a produrre nuovo pensiero politico, una capacità del tutto atrofizzata nelle società odierne.

L’epoca post-ideologica ci schiaccia tra una corsa verso un vuoto miglioramento della produttività per prevalere nella competizione globale, e continue ricadute in spiegazioni cospirazionistiche dello sfruttamento in atto, senza essere in grado di interrogare le basi avvelenate della nostra convivenza. In una società che non lascia tempo e spazio per riflessioni di medio-lungo periodo sulle origini della nostra crisi, i prossimi anni diranno se saremo capaci di superare il fuoco incrociato di austerità e populismo, per proporre una vera democrazia europea.

@nickcooka

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