Svezia al voto tra declino della Socialdemocrazia e ascesa dell’estrema destra

Paese da decenni simbolo di avanguardia, innovazione, integrazione, la Svezia ha goduto nella sua storia recente di lunghi periodi di stabilità, perlopiù governati dal Partito Socialdemocratico (SAP). L’elezione di domenica, tuttavia, suggerisce un quadro diverso. In mezzo al declino del centrosinistra e all’ascesa del Partito Democratico svedese di estrema destra, nessun partito o coalizione potrà aspettarsi la maggioranza.

di Lorenzo Carchini

Negli ultimi quattro anni, la Svezia è stata governata da una coalizione di minoranza tra socialdemocratici e verdi, che è dipesa dal sostegno esterno del partito della sinistra per contribuire a far passare i suoi bilanci. Ma le tendenze a lungo termine che hanno prodotto questa debole amministrazione si sono approfondite ulteriormente, complice la profonda trasformazione dello stato sociale svedese.

Una situazione che si è proiettata nella campagna elettorale, incentrata sul tema immigrazione, un tempo secondario ed oggi importante destabilizzante politico finito in cima all’agenda con l’assistenza sanitaria e l’istruzione. Certo i dati parlano ancora a favore del paese scandinavo: è uscito dalla crisi prima ancora degli Stati Uniti e mostra uno stato di benessere migliore rispetto agli altri paesi europei; tuttavia il divario tra le classi è aumentato più che in qualsiasi altro paese industrializzato, con grandi porzioni di classe operaia – specialmente fuori dai grandi centri (Stoccolma, Goteborg, Malmoe per citarne alcuni) – che hanno la sensazione di essere stati lasciati indietro. Questi si sono sempre più rivolti al populismo di estrema destra, re-indirizzando la loro rabbia non verso la politica di classe, ma contro immigrati e “establishment”.

Una ripiegamento della socialdemocrazia già visto nel resto d’Europa e pronto a ripetersi, con SAP dato intorno al 24%, che se confermato sarebbe il risultato più deludente dalle elezioni del 1911. Anche il Partito moderato di centro-destra (in realtà una colazione tra Partito popolare liberale, cattolici e centro pro-imprese e pro-migranti, quindi con posizioni abbastanza lontane dai Democratici) vede al ribasso le proprie stime.

Il cambiamento è assai profondo ed ha radici lontane. Un tempo partito xenofobo del sud rurale e degli ex collaborazionisti nazisti, incapace di superare la soglia del 5%, i democratici svedesi hanno continuato a far leva su sentimenti nostalgici di omogeneità etniche e culturali, facendosi strada tra gruppi operai che hanno visto peggiorare nel tempo le proprie condizioni. Questi fascisti riformati hanno rinunciato alle loro parate in uniforme, ai loro skinheads e ad ogni (esplicito) discorso di razze inferiori. Quando l’attuale leader del partito Jimmie Åkesson si unì nel 1995, faceva ancora parte di un più ampio movimento neo-nazista, ma sotto la sua guida si è rinominato come un movimento populista anti-immigrazione e anti-establishment. Oggi i sondaggi danno il Partito Democratico intorno al 21%.

Perfino la Confederazione svedese dei sindacati (LO) ha visto un progressivo allontanamento dai socialdemocratici verso l’estrema destra, portando i vertici a prendere in considerazione una rottura definitiva dei suoi legami col SAP.

Come siamo arrivati a questa frattura? Semplicemente attraverso un progressivo aumento delle diseguaglianze tra le classi sociali. Nel 2016 il reddito medio di un CEO d’azienda è stato calcolato 54 volte maggiore rispetto a quello di un lavoratore medio industriale (nel 1980 era solo 4,9 volte). A partire dagli anni ’90 inoltre i servizi di welfare e la spesa pubblica hanno costituito una fetta sempre minore del PIL, con i settori sociali più vulnerabili colpiti più duramente ed un livello di povertà relativa tra i disoccupati triplicato del 10% nel 2004 al 30% nel 2012.

Una redistribuzione particolarmente importante nelle aree rurali. Dal 1980, la metà dei 290 comuni svedesi ha infatti visto diminuire la propria popolazione in quanto le persone sono state costrette a trasferirsi nelle città per cercare lavoro. I servizi di welfare hanno seguito la stessa traiettoria. Mentre nel 2000 quarantamila svedesi avevano più di dieci chilometri nel più vicino reparto maternità, nel 2017 era quasi raddoppiato a settantacinquemila. Dopo la commercializzazione, alcune piccole città sono ora a sessanta chilometri dalla farmacia più vicina.

Proprio in queste aree depresse i democratici hanno fatto breccia. Il suo elettore medio è un maschio rurale, senza istruzione secondaria o terziaria e che ha visto nell’agenda identitaria democratica una difesa contro lo stato sociale creato da SAP negli ultimi decenni di governo.  Possiamo in tutto ciò vedere un progressivo appropriarsi di temi e problemi nei quali governo e destra moderata non hanno saputo riconoscere questioni strategiche.

Il malcontento anti-establishment (ovvero governo, classi medio-altre, grandi città) è stato facilmente capitalizzato. Divisioni di classe in crescita hanno causato un calo dei salari reali tra gli strati più bassi della forza lavoro e colpiscono ancora di più i disoccupati, dove i democratici sono stati in grado di avanzare rapidamente, in particolare tra i maschi poco qualificati. Anche i media di estrema destra sono cresciuti: alcuni dei siti più popolari ora superano i quotidiani nazionali e questi utenti sono quelli che ricevono la maggior parte della propaganda anti-immigrati.

Quella svedese è dunque una crisi egemonica socialdemocratica in piena regola strettamente connessa al ruolo svolto in queste elezioni dal cosiddetto “dilemma dei progressisti” tra l’accettazione degli immigrati e il benessere universale. Con riflessi sui modelli produttivi storici, con la crisi del modello Rehn-Meidener ideato dai sindacati negli anni ’50 capace di fornire le basi per una politica attiva del mercato del lavoro grazie a salari minimi elevati e settori produttivi ad alta produttività. Se il discriminante di questo modello era l’elevata formazione professionale dei lavoratori e un livello di benessere relativamente stabile, l’arrivo su larga scala di rifugiati con competenze e livelli educativi generalmente bassi ha rappresentato una sfida all’intero sistema. La Svezia che guarda alle elezioni di domenica, è ancora un paese molto ricco ma che ha bisogno di ristrutturare la propria economia per affrontare il progressivo abbandono dei combustibili fossili e il problema demografico posto dal numero sempre maggiore di pensionati, riuscendo infine a far sì che la migrazione comporti dei costi a breve termine per trarne benefici sul lungo periodo.

Una sfida che SAP non ha saputo affrontare negli ultimi quattro anni, dove solo parte della sinistra ha sostenuto la necessità di investimenti di massa in istruzione e welfare per contribuire a rendere sostenibili gli elevati livelli di immigrazione, evitando pressioni a ribasso sui salari ed un generale indebolimento del mercato del lavoro.  Anzi, proprio l’aver aderito al programma di restrizioni sul bilancio, ha dimostrato come il governo non sia stato disposto ad accettare l’ormai certezza che siamo di fronte ad un fenomeno migratorio periodizzante e su vasta scala, parlando sì di “crisi nazionale” ma non facendo nulla di concreto per fornire una risposta progressista, legittimando la spinta anti-immigrati del Partito Democratico.

La necessità di un programma radicale a sinistra è ancora più forte dal momento che un valido soggetto già esiste (il Partito della Sinistra) e si è dimostrato una seconda casa concreta per gli elettori scontenti di SAP. Il risultato di domenica ci dirà quanto potenziale ci sia nel raccogliere la rabbia e la sfiducia degli elettori traducendoli in un programma vero ed attuabile. E questa sarebbe la vera alternativa al Partito Democratico: la concretezza del programma. Le politiche anti-immigrazione democratiche sono integrate da un rivestimento anti-establishment e dalla promessa di ritornare a una versione mitica dello stato sociale degli anni ‘50. Eppure questo maschera l’appoggio alle tipiche politiche economiche di destra, dalle tasse più basse alla deregolamentazione sul lavoro e alla privatizzazione dei servizi di welfare.