Togliatti e la via italiana al socialismo (prima parte)

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Pubblichiamo una nostra traduzione di un lungo articolo sulla parabola di Togliatti scritto da David Broder per Jacobin Mag, rivista che non finiremo mai di celebrare per la sua chiarezza di esposizione, profondità di analisi, e potenza trasformativa.

Attraverso la rilettura della parabola storica di Togliatti possiamo leggere i momenti salienti della storia nazionale ed internazionale del Novecento rapportata allo sviluppo politico del movimento operaio. L’autore considera importante questo percorso, poco conosciuto nel mondo anglosassone, in relazione al ruolo che la posizione eurocomunista di derivazione italiana sta svolgendo nelle nuove espressioni di sinistra radicale europea.

In questa prima parte si percorrono gli anni Venti e Trenta, il suo ruolo nel Comintern e il contributo all’elaborazione di una strategia di alleanze antifasciste allargate dal 1933 in poi in grado di liberare i comunisti dall’isolamento degli anni Venti. Nella seconda parte approfondiremo il ruolo del Pci nella resistenza, la svolta di Salerno e la Costituzione. Infine nella terza parte sarà il momento per approfondire il Pci nel secondo dopoguerra per chiudere sull’eredità del contributo togliattiano.

Di David Broder – Jacobin Mag, traduzione in italiano di Nicola Cucchi per Sinistra in Europa

 

Introduzione: la contemporaneità di un socialismo alternativo

L’articolo inizia con un paradosso: il collasso dell’Urss ha avuto inaspettatamente conseguenze drammatiche per tutta la sinistra antistalinista a livello internazionale. Il biennio 1989-91, invece che liberare il marxismo dal legame indissolubile con le burocrazie dell’Est ha portato un’ondata incontrollabile di trionfalismo capitalista. Così, la vittoria del nuovo approccio manageriale all’economia e alla società, che comunemente definiamo neoliberismo, non si espresse solo in una svolta verso destra dei socialdemocratici ex comunisti, ma anche nell’incapacità di anarchici e trotskisti di colmare il vuoto che i loro avversari avevano lasciato.

Mentre l’inizio della crisi nel 2008 ha visto episodiche affermazioni per la sinistra radicale, non si sono mai visti revival dei “vecchi dissidenti” marxisti. Negli ultimi anni abbiamo assistito invece ad una rinascita dell’Eurocomunismo, una corrente di riforma emersa nel comunismo occidentale in seguito al ’68, orientata a respingere gli aspetti più autoritari e riduzionisti della tradizione leninista.

La sinistra radicale europea di questi anni, essendo emersa dalla spinta libertaria che ha accompagnato i movimenti di piazza nel 2011, assomiglia molto di più alla corrente eurocomunista e ai suoi intellettuali di riferimento nel PCI. Non solo infatti il pensiero di Gramsci ha acquistato centralità, ma anche l’esperienza del PCI è tornata un punto di riferimento. Ciò è dovuto al fatto che la “via autonoma al socialismo” di Togliatti e Berlinguer offre un’alternativa al defunto modello sovietico.

Oltre alle riflessioni latino-americane sul pensiero di Gramsci, figure come Tsipras e Iglesias rivendicano le figure di Togliatti e Berlinguer come ispiratori della loro azione politica. Recentemente sono state pubblicate traduzioni in inglese di testi di Lucio Magri, Rossana Rossanda e Luciana Castellina, che hanno accresciuto l’interesse per il comunismo italiano. Il paradosso sta nel fatto che mentre i membri più ortodossi del PCI tendono ad essere oggi socialdemocratici sempre più centristi, viceversa questi “togliattiani di sinistra” provenienti dal Manifesto hanno cercato di mantenere una connessione tra movimenti sociali del presente e la tradizione storica da cui provengono.

Non deve certo stupirci dunque che le sinistre attuali alla ricerca di potenza trasformativa prendano come esempio la straordinaria lotta per l’egemonia culturale e sociale dei comunisti italiani. Peraltro, nonostante questo ruolo storico, il PCI resta ancora poco conosciuto nel mondo anglosassone, che viene associato quasi esclusivamente al lungo percorso verso la conquista delle istituzioni.

Pertanto non è affatto inutile o banale domandarsi come possiamo imparare dalla “via italiana al socialismo”. Partendo dal presupposto che sia fondamentale comprendere il comunismo in prospettiva storica, proponiamo uno sguardo sulla leadership togliattiana, attenti a non forzare troppo la tesi che il PCI abbia rappresentato una via “alternativa” al socialismo, ma al contrario tornando ad evidenziare la forte ispirazione sovietica della sua politica.

 

La nascita di una “giraffa”

In uno scambio parlamentare avvenuto nel 1960 il liberale Ugo La Malfa domandò al segretario generale del Pci, Palmiro Togliatti, come un partito con quelle solide radici nella Terza Internazionale di impianto staliniano potesse comunque proclamarsi come il principale difensore della democrazia in Italia, o meglio in senso quasi patriottico: “il partito di tutto il popolo italiano”. Togliatti replicò che La Malfa era come un uomo che visitando lo zoo e vedendo una giraffa, negasse l’evidenza di fronte ai suoi occhi, insistendo che una simile creatura non potesse esistere.

La peculiarità del PCI erano in parte una conseguenza del fascismo, la sua parabola si sviluppò notevolmente attorno a due decadi di repressione. Con proprietari terrieri e industriali a finanziare le camicie nere di Mussolini durante il periodo più amaro di scontro sociale seguiti alla prima guerra mondiale, e con la scelta delle forze liberali in Italia di formare un governo a guida fascista nel 1922, il Partito Comunista nato appena da un anno venne distrutto rapidamente. Praticamente quasi tutti i quadri comunisti vennero imprigionati o spinti all’esilio entro il 1926. Soltanto con la resistenza all’occupazione nazista iniziata nel 1943, i comunisti sarebbero tornati a fare politica, diventando la principale forza partigiana.

L’evoluzione improvvisa del partito durante la resistenza era dovuta non solo all’effetto esercitato dal fascismo sulla società italiana, ma anche all’apprendistato di Togliatti nel Comintern diretto da Mosca. Togliatti, leader indiscusso del PCI dalla Grande Depressione agli anni di Kennedy, non fu il primo segretario generale, carica che esercitò Amedeo Bordiga. Quando i comunisti decisero di rompere con i socialisti scegliendo di accettare la copertura sovietica, il giovane Togliatti, a soli ventisette anni, dirigeva insieme ad Antonio Gramsci il quotidiano torinese “Ordine Nuovo”. Ironicamente nei primi due anni di vita del Partito Comunista, Togliatti era più vicino a Bordiga che a Gramsci. Quando, dopo la scissione del 1921 dai socialisti, il Comintern pressava per una nuova fusione con le forze socialiste di sinistra guidate da Serrati, Togliatti si oppose a quel compromesso, convinto fosse il momento per un’offensiva vincente.

Con il recedere dell’ondata rivoluzionaria generatasi tra il 1916 e il 1923, e con l’avvento del fascismo in Italia, Togliatti e Gramsci iniziarono a farsi portavoce di una prospettiva più netta nel Partito Comunista, sostenendo l’importanza di una strategia mediata di alleanze. Divennero in quella fase la corrente di centro nel consesso comunista internazionale, e presto il cuore di quell’organizzazione.

Tra la posizione di Bordiga che manteneva la sua intransigenza rivoluzionaria, e quella di Tasca che spingeva per una riunione con i socialisti, il “centro” cercava di combinare fronti uniti su conflitti economici e democratici verso un processo di compattamento della Terza Internazionale. Queste posizioni, tese a ricomporre i rapporti con le forze socialiste, guadagnavano terreno in un Comintern che andava perdendo fiducia di poter rapidamente esportare la rivoluzione russa all’estero. Dopo l’imprigionamento di Bordiga da parte di Mussolini nel 1923, il “centro” si fece carico della guida del partito evitando che i sovietici imponessero Tasca dall’esterno, e nel contempo favorendo posizioni concilianti verso i socialisti.

Questo iniziale scontro tra fazioni fece emergere approcci e figure che avrebbero caratterizzato la relazione dei comunisti italiani con Mosca per i successivi quarant’anni e la stessa carriera di Togliatti. Avvantaggiandosi del sostegno del Comintern, il “centro” crebbe come componente organica del partito proponendo una risposta difensiva all’ascesa del fascismo. Anche se in realtà, l’effettivo strumento della vittoria sulla fazione più radicale al congresso tenuto a Parigi nel 1926 fu la scelta di manipolare i risultati decidendo di contare a loro favore tutti i voti dei deputati assenti.

Da quel momento in avanti Togliatti avrebbe sostenuto con la massima risolutezza la politica sovietica, utilizzando questa lealtà verso Stalin come moneta di scambio per avere un discreto margine di manovra nello spazio italiano. Questo atteggiamento fu espresso nella sua scelta di non trasmettere la lettera scritta da Gramsci al Politburo sovietico, in cui il sardo criticava aspramente le parti in causa nello scontro Stalin-Trosky.

La piena centralizzazione a Mosca del Comintern comportava la necessità per i partiti comunisti satelliti di adattare la loro strategia alle esigenze sovietiche. In una prima fase tra il 1928 e il 1934, mentre lo Stato sovietico stava accelerando la sua guerra contro i kulaki, tutte le sezioni della Terza Internazionale considerando la rivoluzione imminente, vennero indotte a condannare i socialdemocratici come “social-fascisti”, forze che stavano bloccando la loro avanzata. I leader del PCI a Parigi si scagliarono contro i socialisti, pur riconoscendo l’inefficacia di questa posizione, di fronte a un fascismo molto forte in Italia.

Non a caso questa politica non portò alcun vantaggio concreto, al contrario molti leader rischiarono l’arresto poco dopo aver superato le Alpi. Decadi più avanti, Togliatti in una delle sue difese dal carattere nazionale del PCI, avrebbe giustificato la sua difesa delle politiche staliniste come unica maniera di difendere l’autonomia nazionale del partito. In quella fase, non seguire la direttiva di Stalin avrebbe semplicemente significato vedersi imporre dall’esterno un segretario compiacente, come d’altronde accadde in Francia. La lealtà oltre ad essere uno strumento per mantenere l’autonomia del partito era anche un modo di Togliatti per rafforzare la sua leadership interna ed espellere i dissidenti.

 

Il “fronte popolare”

Nonostante il suo atteggiamento di lealtà, Togliatti andava elaborando una sua peculiare visione politica, espressa in molti dei suoi lavori più teorici. Già nelle “Tesi di Lione”, scritte nel 1925 con Gramsci, egli enfatizzava il bisogno di una visione specificamente italiana della strategia socialista, adeguata alle condizioni sociali del paese, in particolare alla necessità per la classe operaia di trovare alleati non proletari per raggiungere obiettivi democratici e progressivi verso il socialismo.

Questa posizione emerse per la prima volta in risposta all’isolamento patito dalla sinistra italiana nel primo dopoguerra e seguito dall’avvento del fascismo e una versione molto più estesa di questa prospettiva strategica sarebbe diventata dominante nel Comintern dopo il 1933, quando i partiti comunisti abbandonarono la linea del “Terzo Periodo” come reazione alla conquista del potere dei nazisti in Germania.

Contrariamente all’atteggiamento radicale di considerarsi gli unici rivoluzionari, nella politica del Fronte Popolare, adottata dal Terzo Congresso del Comintern nel 1935, assunse priorità la difesa antifascista, con lo scopo di costruire una coalizione internazionale contro la Germania nazista che includesse fronti pluriclassisti in ogni paese. Insieme al bulgaro Georgi Dimitrov, Togliatti fu il principale esponente di questa posizione a livello internazionale, difendendo non solo il superamento della spaccatura tra socialisti e comunisti (datata 1917-1921) con la formazione di forze unitarie della classe operaia, ma anche un blocco più ampio di masse antifasciste.

Considerando il fascismo come una dittatura terrorista degli elementi del capitale finanziario più reazionari e imperialisti, il VII Congresso dislocò lo scontro di classe come lotta del popolo contro gli interessi di minoranza del capitale monopolistico e di élite filo-naziste. Il focus strategico del Fronte Popolare sull’isolamento della Germania nazista implicava una svolta nella ricerca di alleati nelle classi dirigenti, tentativo tanto più necessario in un’Italia in cui il fascismo stava cercando di costruire un controllo totalitario della vita sociale. Per spiegare le basi di massa del consenso fascista l’analisi togliattiana, partiva dalle “Tesi di Lione” scritte con Gramsci quasi dieci anni prima.

In particolare nelle sue “Lezioni sul fascismo” del 1935, notava come il regime, oltre all’appoggio dell’élite borghese, avesse un suo radicamento sociale e stesse perseguendo una strategia egemonica per stimolare le masse operaie e contadine ad uscire dalla loro passività e coinvolgersi nel progetto di società fascista. Questa lettura ebbe nel contempo un effetto generale di ridurre l’importanza  dei tentativi di sobillare rivolte, a favore invece dei tentativi di produrre fratture nelle classi dirigenti italiane.

A questo fine dal 1935 in poi, il partito in esilio tentò di tendere la mano ai “fascisti onesti” allo scopo di alimentare un indebolimento dall’interno delle organizzazioni di regime. Un approccio concretizzato nell’adozione di temi patriottici, accusando Mussolini di vendere la patria ai nazisti tedeschi. Questa nuova tendenza avrebbe influenzato anche l’opposizione all’impresa coloniale fascista in Etiopia, dichiarando nel testo “Lo Stato operaio” che i legittimi interessi italiani risiedevano nei Balcani, zona contesa con la Germania, non in Africa in pieno controllo di Francia e Gran Bretagna.

Il tentativo di sottrarre il territorio patriottico alla destra ispirò anche gli sforzi di coltivare i dissidenti nei gruppi universitari fascisti. Espressione di questa strategia fu il riutilizzo della rretorica gentiliana sul “secondo Risorgimento” per raggiungere una piena indipendenza ed unità degli italiani. Le figure principali coinvolte grazie a questo lavoro con i gruppi studenteschi fascisti includevano Pietro Ingrao, Mario Alicata, Giorgio Napolitano, e Renato Guttuso.

A livello internazionale la strategia del Fronte popolare diede una forte spinta verso il raggiungimento del progresso sociale tramite metodi democratici. Nel 1936, in Francia e Spagna, alleanze di socialisti, comunisti e liberali risultarono vincenti alle elezioni, introducendo misure come le 40 ore settimanali. Comunque cercando le alleanze più larghe contro la Germania nazista, i partiti comunisti respinsero le paure della diffusione del comunismo, presenti nelle democrazie occidentali.

Una moderazione che raggiunse proporzioni estreme dopo il colpo di stato di Franco che ribaltò la Repubblica spagnola. In questa epocale guerra contro il fascismo, i comunisti denunciarono l’avventurismo di anarchici e dissidenti come fattore divisivo del fronte repubblicano, arrivando persino a scontrarsi violentemente con questi rivali. Come principale leader del Comintern in Spagna, Togliatti difese l’uccisione dei leader dissidenti, come Andreu Nin del Partito Operaio di Unificazione Marxista.

In anni in cui i poteri imperialisti occidentali resero possibile l’ascesa di Franco e fecero concessioni territoriali ad Hitler, il duro antifascismo dei partiti comunisti ingrossò enormemente i loro ranghi in tutta Europa. Tra il 1935 e il 1939 costoro furono il principale avversario ai tentativi di riconciliazione con i fascismi. Il problema, dalla prospettiva di Mosca, era tuttavia che la costruzione di un fronte di resistenza contro l’espansionismo nazista esigeva non solo forti partiti satellite in Europa, o l’esposizione pubblica di grandi intellettuali a favore del fronte antifascista, ma alleati di Stato capaci di mobilitare una reale forza militare contro Hitler.

Ad impedire questa possibilità fu la scelta dei conservatori britannici e francesi di dare priorità all’anticomunismo sull’antifascismo, tacitamente sostenendo il colpo di stato di Franco e rispondendo solo passivamente all’annessione tedesca della Cecoslovacchia. Incapace di siglare un’alleanza con le democrazie occidentali, Stalin cambiò improvvisamente la sua posizione a favore di un patto con Hitler. Questo patto di non belligeranza diede tempo all’Urss ma forzò i partiti comunisti ad abbandonare il loro antifascismo interpretando la guerra come scontro tra imperialismi.

Con il partito comunista francese dichiarato illegale al momento dello scoppio della guerra nel 1939, tutti i leader comunisti vennero arrestati, compreso Togliatti e le altre figure in esilio. Tuttavia le autorità francesi dimostrando di non conoscere l’identità del recluso lo rilasciarono consentendogli di fuggire a Mosca prima dell’arrivo dei nazisti ne maggio del 1940. Nel mese successivo Mussolini avrebbe condotto l’Italia in guerra, non immaginando che le potenze dell’asse avrebbero deciso di invadere l’unione sovietica il 22 giugno del 1941 prolungando di molto la durata della guerra.

Fonte originale: https://www.jacobinmag.com/2017/03/palmiro-togliatti-italian-communist-party-stalin-fascism-mussolini/

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